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La profonda svolta in atto ci deve imporre una analisi attenta del processo che si è aperto con lo scontro fra il governo Renzi e la Cgil. Alla luce di questa analisi deve essere riesaminata la linea sin qui seguita dal Prc. I grandi avvenimenti sono il banco di prova decisivo di qualsiasi proposta politica e oggi siamo entrati precisamente una di quelle fasi critiche.

La manifestazione del 25 ottobre ha marcato l’inizio di questa nuova fase. Segna la fine della luna di miele del governo Renzi e il brusco emergere al centro dello scontro politico della questione di classe. Il paese si divide, come precisamente paventa il primo ministro, sulla “questione del lavoro”, ossia su una spaccatura di classe che si approfondisce giorno dopo giorno. La contrapposizione tra la Leopolda e Piazza S. Giovanni è la rappresentazione plastica di questa polarizzazione, sancita con le cariche agli operai di Terni pochi giorni dopo.

Ancora una volta il gruppo dirigente del partito è stato colto di sorpresa dalla svolta in atto. Basti ricordare che ancora il 17 settembre la Direzione nazionale licenziava a maggioranza un documento nel quale si descriveva una situazione dominata dalla passività e dalla delega acritica delle masse al “salvatore” di turno.

Una volta di più si è ripetuto l’errore commesso via via verso Berlusconi, Monti, Grillo, e infine Renzi, ossia quello di confondere la popolarità temporanea di questo o quel leader o partito con una effettiva capacità di anestetizzare e neutralizzare per lungo tempo il conflitto di classe.

La “lotta di classe dall’alto” o per dirla con le parole di Marx, la frusta della reazione, ha suscitato quel movimento generale della classe che pareva inabissato dopo che il gruppo dirigente della Fiom aveva rinunciato a dare uno sbocco generale al movimento nato nel 2010 attorno alla vertenza Fiat. L’oltranzismo di Renzi unifica il fronte padronale e spazza i sogni di conciliazione dei vertici della Cgil e della Fiom, costringendoli a scendere sul terreno della mobilitazione.

In poche settimane si passa dagli incontri Renzi-Landini alla minaccia di occupare le fabbriche; dalla segretaria che affermava lo sciopero generale non essere più uno strumento utile di lotta all’apertura di una stagione di conflitto che si dichiara di lunga durata.

L’apertura di uno scontro generale di questa portata ricade a sua volta sui numerosi focolai di conflitto che periodicamente hanno dato luogo a esplosioni di lotte dure, dall’Amt di Genova all’Ast di Terni, per fare solo due esempi. Questo vale anche per mobilitazioni non legate ai luoghi di lavoro, come dimostrano le proteste per gli effetti dello sfascio idrogeologico (Genova, Carrara), sul terreno giovanile e in generale nei vari punti dove si scaricano gli effetti delle misure del governo. Scontro generale, quindi, innescato dalla volontà del governo e del padronato di emarginare gli apparati sindacali e di ridurre a zero il loro potere di interdizione, ma che si accende su una condizione sociale che precipita di giorno in giorno e su una coscienza oramai diffusa che la crisi economica e sociale non è un dato passeggero, ma la “nuova normalità” nella quale si deve vivere e lottare.

La discesa in campo della Cgil spiazza tutti coloro che nell’area del sindacalismo di base e dei diversi movimenti e delle varie sigle avevano prefigurato la possibilità di costruire a tavolino un movimento che sostituisse il movimento operaio “tradizionale”. Per circa tre anni la sudditanza dei dirigenti della Cgil al Pd e all’unità nazionale ha lasciato un terreno teoricamente aperto per le forze antagoniste. Il bilancio è cristallino e abbiamo il dovere di sollecitare una discussione aperta al riguardo: gli appelli ripetuti di anno in anno alle varie “sollevazioni”, sempre più roboanti, non hanno impedito l’assottigliarsi progressivo della mobilitazione e oggi l’unica prospettiva che viene proposta è di sedersi sulla sponda del fiume ad attendere “l’inevitabile tradimento” della Cgil.

Il confronto tra le piazze del 24 ottobre (sciopero generale dell’Usb) e quella del 25 (nonché le altre convocate dalla Cgil) non lascia spazio a interpretazioni. A conferma di ciò si genera una ulteriore rottura nel fronte che convoca il cosiddetto sciopero sociale, con la scelta positiva del SiCobas di partecipare, con le proprie parole d’ordine, ai cortei della Fiom mentre un altro settore sceglie una vera e propria “fuga” cercando una nicchia nella quale restare al riparo dal rischio di “contaminazione” con la base della Cgil e della Fiom.

Questo bilancio chiama in causa anche la linea del Prc. L’indicazione di “partecipare a tutte le iniziative” oltre ad essere inefficace dal punto di vista pratico esprime la rinuncia ad una propria posizione politica. La segreteria nazionale riesce ad essere codista contemporaneamente verso la Cgil, la Fiom e i sindacati di base a loro volta divisi. Difficile immaginare una rinuncia più radicale dei compiti di un partito e di un gruppo dirigente.

Un movimento generale della classe non può esprimersi attraverso organizzazioni settoriali o minoritarie. Il ruolo decisivo assunto nello scontro con Renzi dalla Fiom e dalla Cgil non è frutto di un complotto o della arretratezza politica dei cosiddetti lavoratori “garantiti” (questa, in fin dei conti, è la tesi del governo). Questa realtà emerge con forza irresistibile in queste settimane e tutte le sacrosante critiche che si possono e debbono rivolgere ai vertici della Cgil per la loro politica passata, presente o futura, non spostano il problema di un millimetro.

Un piccolo partito quale è oggi il Prc può svolgere un ruolo in un movimento di massa solo a partire da questa consapevolezza, concentrando le proprie forze attorno a degli assi ben definiti di intervento. Tali assi sono:

1) La critica puntuale della piattaforma della Cgil e la lotta per una piattaforma generale capace di interpretare la radicalità dello scontro imposta dal governo e soprattutto dalla distruzione dei margini di compromesso, frutto della situazione economica:

2) L’impegno per un percorso di mobilitazione e forme di lotta corrispondenti all’obiettivo.

3) La battaglia per sviluppare la rottura col Pd dal piano sindacale a quello politico.

La piattaforma ufficiale della Cgil si basa tutt’ora sulle proposte sviluppate negli anni scorsi. A questa piattaforma dobbiamo contrapporre un programma di misure generali e urgenti sulla questione del lavoro, attorno agli assi dell’estensione dei diritti, dell’abolizione del precariato, del salario minimo intercategoriale come base per innalzare l’intera scala salariale, del salario ai disoccupati. A questo si lega la lotta contro i tagli e le privatizzazioni, unendo l’opposizione al Jobs act a quella contro la legge di bilancio.

Centrale è il legame con le lotte contro licenziamenti e chiusure. La parola d’ordine del blocco dei licenziamenti e della nazionalizzazione delle aziende che chiudono, licenziano, delocalizzano, può diffondersi a livello di massa se viene assunta in una vertenza decisiva quale è quella dell’Ast di Terni. È necessaria una campagna generale che si sviluppi sia verso i dirigenti della Fiom, sia nei luoghi di lavoro, attorno a questa rivendicazione. Dobbiamo incalzare i vertici sindacali a partire dalla giusta presa di posizione di Landini sulla possibilità di occupare le fabbriche che minacciano la chiusura (peraltro confermata anche da Camusso), invitando a passare dalle parole ai fatti e a chiudere una volta per tutte la fase nella quale ogni vertenza è stata lasciata isolata a combattere per conto proprio.

Il sostegno alla mobilitazione della Cgil non implica in nessun modo una delega in bianco ai suoi gruppi dirigenti. Positive in questo senso le iniziative di alcuni delegati che hanno sviluppato un intervento verso le rispettive categorie e organizzazioni territoriali affinché la convocazione della Fiom del 14 e 21 novembre venisse allargata con la proclamazione dello sciopero anche in altri settori. Altri esempi positivi si sono visti in alcune iniziative spontanee di delegati che hanno organizzato manifestazioni e scioperi, in alcuni casi anche contro il parere delle rispettive strutture, nei giorni precedenti il 25 ottobre. Questo protagonismo dal basso, ad oggi solo embrionale, è l’elemento centrale sul quale investire, con l’obiettivo di estendere la mobilitazione, incalzare i gruppi dirigenti e arrivare a una fase di conflitto generalizzato che è l’unica strada possibile per fermare l’offensiva del governo.

Infine, aspetto centrale di questo movimento è la precipitazione di una rottura politica di massa col Pd. La “questione politica” saltava fuori come un pugno in un occhio dalla piazza di San Giovanni ed è il tema in discussione. I contorcimenti della sinistra Pd in parlamento e negli organismi dirigenti del loro partito non sono altro che un pallidissimo riflesso (con qualche tratto grottesco) dello scontro di classe che lacera il paese.

Anche la difficoltà di Grillo a prendere posizione in uno scontro così chiaramente demarcato su linee di classe dimostra la potenzialità della nuova fase e non a caso le manifestazioni della Cgil e della Fiom hanno visto una larga presenza di quell’elettorato operaio che aveva dato il voto a Grillo e che oggi vede in questo movimento un canale per esprimere la propria radicale opposizione.

La rottura che matura fra ampi settori in passato fiduciosi nella prospettiva del “governo amico”, ad oggi non investe il Prc a causa del tracollo subìto negli scorsi anni. Non può essere recuperata semplicemente facendo appello ad unirsi al processo costituente dell’Altra Europa, tanto più date le basi politiche estremamente vaghe e con forti elementi di interclassismo sulle quali lo si è impostato.

Da comunisti e da rivoluzionari dobbiamo agitare con determinazione il tema centrale, ossia la costruzione del partito di classe nel nostro paese. Un processo che può prendere forza precisamente dalla nuova fase di movimento che si è aperta. Battaglia “dal basso”, nel movimento, ma anche “dall’alto”, sfidando apertamente i gruppi dirigenti della Cgil e della Fiom a trarre le dovute conseguenze politiche dello scontro col governo. È questo, oggi, il terreno centrale della lotta per l’egemonia a sinistra. Le declinazioni moderate di questo punto, manifestatesi con chiarezza anche nel nostro partito (come già in precedenza nelle proposte di “partito del lavoro”) possono essere combattute solo su questo terreno. Chi tenterà di sottrarsi a questo terreno sarà inevitabilmente condannato alla marginalità o, più probabilmente, ad accodarsi successivamente su basi opportuniste.

Rompere con la rassegnazione crepuscolare e con l’attendismo, col conservatorismo di una struttura residuale, è ancora possibile, a condizione di sapere interpretare adeguatamente la profonda svolta apertasi.

 

15-16 novembre 2014

 

 

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