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Proposta di documento conclusivo

Le elezioni regionali confermano la battuta d’arresto del governo Renzi. Il consenso al Pd viene eroso come conseguenza della rottura operata lo scorso autunno con l’attacco allo Statuto dei lavoratori e successivamente nello scontro con gli insegnanti e gli studenti mobilitati contro la “buona scuola”.
Se l’astensione penalizza quasi tutti i partiti (ad eccezione della Lega nord), particolarmente significative sono la sconfitta del Pd in Liguria, dove era stato operato uno strappo plateale nella vicenda delle primarie, e di Alessandra Moretti in Veneto, alla quale il premier aveva dato il più esplicito appoggio, che viene largamente doppiata da Zaia nella regione che registra la più alta affluenza al voto.
Si conferma, anche se in modo meno clamoroso di quanto avvenuto nelle regionali dell’Emilia Romagna, il distacco crescente dell’elettorato Pd nelle ex “regioni rosse”.
Del colpo a vuoto del Pd si avvantaggiano in parte il Movimento 5 stelle e un centrodestra nel quale l’ascesa leghista e la crisi di Forza Italia procedono in maniera inversamente proporzionale.

Questo risultato va letto in connessione con lo scontro di classe riaccesosi nel paese a partire dalla vicenda del Jobs act, e con le sue ricadute politiche: l’esplicita rottura politica della Cgil col Pd (si vedano le dichiarazioni di Camusso prima del voto), la rottura in Liguria e la scissione di Civati dal Pd, le ulteriori divisioni interne alla sinistra Pd.
Sarebbe sbagliato considerare questi processi come espressione delle lotte di questi mesi, meno ancora come loro espressione avanzata: ne sono piuttosto un sottoprodotto, un riflesso iper-moderato ed elettoralista da parte di correnti politiche che si pongono alla coda del processo reale, tentando di ricavarne uno spazio politico di fronte alla completa incapacità di condizionare il governo Renzi.
Questa debolezza politica è pienamente leggibile nel voto delle regionali. In nessuna regione il voto alle liste di sinistra raccoglie in misura significativa la critica verso il Pd, anche i modesti risultati del 2010 sono ulteriormente erosi in questa tornata.
All’interno di questi numeri deludenti emerge il relativo prevalere della linea di Sel rispetto a quella promossa dalla maggioranza del Prc attraverso l’Altra Europa. Laddove c’erano presentazioni comuni i risultati sono stati particolarmente bassi (Liguria, Marche, Campania) o comunque al di sotto dei voti del 2010 (Toscana). Nelle regioni dove vi era una rottura si è assistito al prevalere delle liste promosse da Sel in alleanza col Pd (Puglia, Umbria) o a risultati minimi per entrambe le posizioni (Veneto).
L’ipotesi che l’Altra Europa potesse costituire il primo passo di una riaggregazione più ampia che mantenesse una netta discriminante nei confronti del Pd esce sconfitta da questa tornata, prima ancora che dal voto dalle scelte operate dal gruppo dirigente, che di fatto ha considerato AE come una subordinata da mettere in campo solo laddove non vi fosse la possibilità di liste più ampie e allargate a destra.
Una volta di più è emersa la strumentalità dell’intero percorso e delle sue presunte “chiare discriminanti politiche”: uno spettacolo già visto alle scorse elezioni politiche con “Cambiare si può” e prima ancora con la Federazione della sinistra. Altra Europa è di fatto finita (lo era già in realtà da tempo) e il prossimo passo che si propone è l’adesione, o meglio l’inseguimento, del nuovo partito che si andrà definendo tra Sel, Civati ed altri possibili fuoriusciti dal Pd.

Il progressivo definirsi della sinistra riformista è una conseguenza della scalata di Renzi al Pd e del profondo scontro di classe aperto dai suoi provvedimenti. In questo senso è innegabile la necessità di una battaglia politica rivolta a questo campo. Il fatto che la Cgil sia investita in pieno da questo conflitto rafforza questa necessità. Peraltro l’approvazione del Jobs Act e quella probabile della “buona scuola” non esauriscono certo l’offensiva del governo. I decreti attuativi sulla scuola saranno indubbiamente terreno di nuovi scontri, mentre già si profila una nuova offensiva padronale con l’obiettivo di distruggere i contratti nazionali di lavoro.
Indubbiamente, quindi, a sinistra c’è bisogno di un partito, ma non di qualsiasi partito. Il sogno dei Cofferati, Vendola, Civati, Fassina, ecc. è di ricostruire una forza parlamentare ed elettorale che faccia rivivere le “glorie” (ossia le poltrone parlamentari e ministeriali) del riformismo. Della degenerazione della sinistra italiana, che dura da generazioni e che ha condotto fino a Renzi, accettano tutto tranne l’ultima tappa; vorrebbero tornare alla penultima. Su queste basi il progetto di un nuovo “partito del lavoro”, o come vorranno chiamarlo, non solo non è il nostro progetto, ma nelle sue premesse politiche è un ostacolo per una effettiva avanzata del movimento operaio.
Per incidere in questo scenario sarebbe necessaria una piattaforma chiara, un programma nettamente distinto dalle fantasie riformiste e interclassiste, una forte omogeneità politica e di azione. L’esatto contrario di quanto ha rappresentato l’azione del gruppo dirigente del Prc. La verità è che il partito è in uno stato di disgregazione politica, oltre che organizzativa. La continua riproposizione di nuovi soggetti, nuovi percorsi costituenti, nuovi contenitori, ha alimentato e si è a sua volta alimentata della rassegnazione, del codismo e della marginalizzazione politica che investono non solo i gruppi dirigenti ma il corpo stesso del partito.
Né la situazione può essere rovesciata dagli appelli sempre più stanchi alla “ricostruzione di un partito comunista” o alla “svolta di Chianciano”, che nulla dicono a quei soggetti reali – lavoratori, disoccupati, studenti – ai quali dobbiamo rivolgerci.
Al di là delle scelte formali, la liquidazione politica del Prc è da considerarsi compiuta. Il partito sopravvive come corpo organizzato, sempre più ristretto, ma non esercita una funzione politica autonoma. Non è uno strumento nella lotta per l’affermarsi di una prospettiva rivoluzionaria, ma è piuttosto uno dei terreni (e non certo quello principale) di tale lotta.
È sulla base di queste considerazioni, che vediamo confermate da questa tornata elettorale, che come promotori della mozione congressuale abbiamo scelto di costituirci nel movimento politico “Sinistra Classe Rivoluzione”, nella convinzione che l’esaurirsi di un partito non significhi la fine della storia o l’abbandono della militanza. La battaglia per il partito di classe nel nostro paese e per la prospettiva socialista è tutta davanti a noi ed è a questa battaglia che chiediamo di unirsi a tutti i compagni e le compagne.

Claudio Bellotti

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