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Come l’imperialismo Usa venne sconfitto in Vietnam

Loda il padrone quando le sirene della fabbrica suonano

Lodalo per tutti gli straordinari

Loda lui e le sue guerre sanguinarie che noi combattiamo

Lodalo, il parassita, la grassa sanguisuga.

(Una dossologia Wobbly*)

*membri dell’IWW, Industrial Workers of the World, noti anche come Wobblies. Una dossologia è una canzone di Lode a Dio. Gli IWW e Joe Hill, che era un dirigente dell’IWW, spesso usavano canzoni religiose cambiandone il contenuto in senso rivoluzionario.

Gli studenti bruciavano le cartoline della chiamata alle armi, Jane Fonda protestava, gli edili americani con i loro caschi di protezione che picchiavano gli studenti che protestavano. Queste sono le immagini che vengono in mente sulla guerra in Vietnam, proprio ora che gli Usa sono impegnati ancora una volta in una guerra.

Non furono gli studenti (che non venivano arruolati), né gli intellettuali a portare la pace in Vietnam e neppure le conquiste militari dell’esercito vietnamita. Fu la classe operaia americana, quella in uniforme e quella in abiti civili, che più di ogni altra cosa pose fine alla guerra.

La guerra del Vietnam va vista nel suo contesto storico.

Nel 1954 dopo un secolo di dominio coloniale, la Francia pesantemente sconfitta a Dien Bien Phu,  viene costretta a lasciare il Vietnam. Nella misura in cui la Francia usciva di scena il partito comunista guidato da Ho Chi Minh avrebbe potuto prendere il potere.

Tuttavia, la Cina e l’Unione Sovietica temevano che la sconfitta francese potesse rappresentare un colpo troppo forte per l’imperialismo, alterando l’equilibrio di terrore della guerra fredda. Quindi invece di lasciar partire l’esercito francese in pezzi, spinsero per un accordo che prevedeva la spartizione temporanea del paese tra le truppe di Ho Chi Minh nel nord del paese e i francesi al sud. I francesi avrebbero dovuto mantenere il controllo del sud del paese fino alle elezioni previste nel 1956. Dopo le elezioni il vincitore avrebbe avuto il controllo di tutto il paese.

Le elezioni politiche non vennero mai svolte. Al contrario, venne insediato nel Vietnam del Sud (stato fantoccio controllato sul piano politico, economico e militare dagli Usa) Ngo Ding Diem, un vietnamita che viveva negli Usa. Successivamente il Vietnam del Sud attaccò il Vietnam del Nord.

Gli Stati Uniti non erano disposti a lasciare che un altro paese si liberasse dalla loro sfera di influenza, proprio quando la guerra fredda fra Unione Sovietica e Cina, da una parte, e Usa dall’altra, era al suo apice.

Dietro l’intervento Usa c’erano anche interessi imperialisti tradizionali. “Una delle aeree più ricche al mondo si aprirà al vincitore in Indocina. Questo è quello che si cela dietro l’interesse crescente degli USA… peltro, caucciù, riso, prodotti primari chiave sono le vere ragioni di questa guerra.” (US News and World Report, 1954). Senza contare, poi, la questione della manodopera a basso costo.

Il partito comunista del Vietnam del Sud organizzò una guerriglia, il Fln, per combattere Diem e gli Usa. Fino all’offensiva del Tet il Fln era la principale forza armata contro gli Usa nel Vietnam del Sud. Grazie al sostegno massiccio della popolazione, particolarmente nelle zone agricole, il Fln poteva colpire rapidamente e altrettanto rapidamente scomparire. Per fronteggiare questa situazione la Cia ricorse al metodo del terrore sistematico contro la popolazione vietnamita perché smettesse di proteggere, sostenere e garantire reclute al Fln.

Nel momento in cui divenne chiaro che l’esercito sud vietnamita non avrebbe potuto sconfiggere la guerriglia, gli Usa si trovarono trascinati sempre più profondamente nella guerra. L’intervento armato americano cominciò nel 1963.

Caddero sul Vietnam più bombe durante questa campagna, che in tutta la Seconda Guerra Mondiale, l’equivalente di 150 Kg di bombe per ogni uomo, donna e bambino. Nel corso della guerra del Vietnam sono morti due milioni di vietnamiti e 50mila soldati americani. Il 10% della superficie del paese venne distrutto dai defolianti (armi chimiche di distruzione di massa). Il numero di soldati americani mandati a combattere in Vietnam crebbe da 23mila nel 1963 a 184mila nel 1966. Nel gennaio del 1969 il numero totale dei soldati Usa raggiunse il suo apice: 542mila unità. Ciononostante l’esercito americano non riuscì a sottomettere il Vietnam.

La notte del 31 gennaio del 1968 l’esercito del Vietnam del Nord e il Fln lanciano l’offensiva del Tet. L’esercito americano venne colto di sorpresa. Durante l’offensiva del Tet la guerriglia riuscì a prendere perfino l’ambasciata Usa. Attraverso contatti e spie il Fln era riuscito ad approvvigionarsi di fucili, munizioni ed esplosivi, conservate in un luogo segreto, in preparazione dell’attacco. Alle 3.15 di notte un gruppo di guerriglieri giunge all’ambasciata in taxi. In 5 minuti uccidono le cinque guardie e prendono il controllo dell’edificio. La guerriglia prende anche il quartier generale dell’esercito sud vietnamita e dell’esercito Usa e l’enorme base americana di Binhoa, a nord dell’aeroporto di Saigon. Quattordici guerriglieri che attaccano la principale stazione radio di Saigon vengono messi sotto assedio per 18 ore, dopodiché si fanno saltare per aria insieme all’edificio.

Le dimensioni e la furia dell’offensiva sbalordiscono i generali americani.

Non c’è dubbio che questa fu una delle campagne militari più audaci della storia. Il generale nord vietnamita Giap si era preparato per questa operazione fin dal settembre del 1967.

Tuttavia l’offensiva non fu un successo militare. Il Fln perse oltre 50mila uomini e gli americani e l’esercito sud vietnamita 6mila. Inoltre, il Fln perse una parte importante della struttura di comando nel sud del Vietnam. Nell’arco di pochi giorni furono spazzati via dalla maggior parte delle posizioni che avevano conquistato. L’offensiva del Tet fu sicuramente il punto più alto dell’attività della guerriglia nel corso della guerra del Vietnam, ma anche l’inizio della sua marginalizzazione, fino alla conclusione del conflitto.

Il Fln aveva sperato che l’offensiva del Tet potesse rappresentare la scintilla di una rivolta della popolazione nelle città. I dirigenti stalinisti del Fln si sbagliarono pensando di poter creare un movimento di massa dal nulla. La rivolta fu invece molto limitata. Dopo l’offensiva del Tet, i combattimenti contro l’esercito Usa vennero condotti prevalentemente dall’esercito regolare del Vietnam del Nord.

L’offensiva del Tet rappresentò una svolta nella guerra sotto un altro punto di vista, quello del fronte interno americano. Essa influenzò enormemente l’opinione della classe operaia americana. Per la prima volta in una guerra emerse il potere della televisione. Per la prima volta 50 milioni di persone assistettero alle distruzioni della guerra in diretta. Il governo Usa non poteva più dipingerla come una guerra pulita, semplice e di facile vittoria.

Quando, più tardi, fatti come il massacro di Song My (nel piccolo villaggio di My Lai) iniziarono a filtrare attraverso i media, l’opinione di molta gente sulla guerra cambiò in modo radicale ed esplose l’opposizione interna.

Dopo l’offensiva del Tet, Henry Kissinger - il Consigliere per la sicurezza nazionale Usa - comprese le conseguenze dello spostamento nell’opinione pubblica “indipendentemente da quanto possano essere efficaci le nostre azioni, l’attuale strategia non può alla lunga raggiungere i suoi obiettivi, in un periodo di tempo abbastanza breve da essere accettabile per il pubblico americano.”

Subito dopo l’insediamento di Lyndon B. Johnson alla presidenza Usa, oltre l’80% degli americani aveva fiducia in lui. Dopo l’offensiva del Tet solo il 30% lo sosteneva e solo un 26% approvava la sua condotta della guerra.

A parte il fatto che c’era un  alto livello di scontento, è interessante vedere quali erano i settori più critici verso la guerra. Un sondaggio del 1971 mostrava che il 60% dei laureati sosteneva il ritiro delle truppe americane dal Vietnam. Questa percentuale raggiungeva il 75% fra i diplomati e saliva all’80% fra chi non aveva frequentato alcuna scuola superiore.

L’opposizione della classe operaia americana alla guerra si basava soprattutto sull’esperienza personale. I suoi figli erano quelli che facevano il lavoro sporco in Vietnam. I suoi figli erano quelli che tornavano a casa nei sacchi, mutilati o psicologicamente rovinati. Tutto per una guerra che non era loro, una guerra che a loro non dava nulla.

I figli delle famiglie benestanti riuscivano spesso ad evitare l’arruolamento visto che molti erano studenti dei college, o comunque erano riservate per loro le posizioni di comando, lontano dagli orrori dei campi di battaglia.

Oltre 2 milioni e mezzo di americani vennero spediti in Vietnam a combattere. Quando i soldati tornavano in patria, le loro esperienze entravano nelle case americane e a loro volta i soldati venivano contagiati dal movimento contro la guerra negli Usa.

Ampie dimostrazioni della demoralizzazione nell’esercito si possono leggere nel libro “Il crollo delle Forze Armate” scritto dallo storico militare, colonnello Rober D. Heinl Jr. Il libro venne scritto proprio sei mesi prima della ritirata americana.

“Il morale, la disciplina, le condizioni di combattimento sono, con poche eccezioni, le più basse di questo secolo, e probabilmente le peggiori di tutta la storia degli Stati Uniti.

Diverse unità evitano o si rifiutano di combattere, uccidono i loro ufficiali, sono piene di droga e senza entusiasmo, se non addirittura sul punto di ammutinarsi.

Se un soldato viene mandato in missione, temendo di finire nei guai se rifiutasse di obbedire, fa finta di andare e invece va a trovare un amico in un’altra base. Molti ragazzi non indossano più neppure la divisa...

Può un tale livello di disfattismo essere diffuso, o anche solo realistico? La risposta purtroppo è sì. Ormai l’espressione preferita fra i soldati é “fragging” cioé l’assassinio o il tentato assassinio di ufficiali autoritari, impopolari o aggressivi. Quando si riporta la notizia di un ufficiale morto, nelle trincee e negli spazi svago dei reggimenti ci sono festeggiamenti.

In una pubblicazione clandestina rivolta alle truppe “GI says” si offriva una taglia di 10mila dollari a chi avesse ammazzato il tenente colonnello Weldon Honeycat, poco dopo l’attacco di Hamburgar Hill a metà del 1969, attacco di cui Honeycat era direttamente responsabile.

Nel 1969 una intera compagnia alla brigata 196 di fanteria leggera si mise a sedere nel mezzo del campo di battaglia. Successivamente quell’anno un’altra unità della famosa Divisione della Prima Cavalleria Aerea si rifiutò - durante le riprese televisive della CBS - di avanzare su un terreno pericoloso.

L’espressione della truppa per questo genere di cose era “CYA (cover your ass, parati il culo) e tornatene a casa”. Il fatto che la pratica delle evasioni non  rimase inosservata dal nemico fu chiaro quando la delegazione Viet cong ai negoziati di pace a Parigi dichiarò: “le unità comuniste in Indocina hanno l’ordine di non attaccare unità americane se non provocati”.

È difficile dire esattamente il numero di ufficiali uccisi dai loro uomini nei cosiddetti “fragging” ma un sito non ufficiale della polizia militare americana (http: //home.mweb.co.za/re/redcap/vietcrim.htm) dà la seguente stima:

“Fra il 1969 e il 1973 c’è stata una crescita di fragging, sostiene lo storico Terry Aderson dall’Università A&M del Texas. L’esercito Usa non dà cifre ufficiali su quanti ufficiali vennero uccisi in questo modo. Ma si conoscono almeno 60 casi certi di fragging e altri 1400 casi di ufficiali deceduti in circostanze sospette. L’esercito Usa non stava combattendo una guerra contro il nemico all’inizio del 1970. Stava combattendo contro se stesso”.

Non fu la brutalità della guerra che portò alla disintegrazione dell’esercito americano. Tutte le guerre sono brutali. I soldati americani subirono e provocarono orrori anche durante la Seconda guerra mondiale. La differenza fondamentale era che allora credevano nella loro causa. Pensavano di lottare contro  il fascismo e difendere la democrazia.

Non importa quanto fosse forte la propaganda di guerra che tentava di dipingere la guerra in Vietnam come una guerra giusta per un mondo migliore, non ci volle molto per i soldati che erano lì per capire che le cose non stavano  così.

Negli Stati Uniti i lavoratori comuni venivano profondamente toccati da quello che stavano passando i loro figli in Vietnam e non stettero a guardare con le mani in mano.

All’inizio del 1965, 25mila persone si raccolsero a Washington, 20mila a New York e 15mila a Berkeley in California per manifestare contro la guerra. Nell’aprile del 1967, 300mila persone manifestarono a New York.

La più grande manifestazione ci fu il 24 aprile del 1971. A San Francisco circa 300mila persone manifestarono e a Washington furono fra 500 e 750mila. Queste erano probabilmente le manifestazioni politiche più grandi della storia degli Stati Uniti.

Naturalmente anche le università furono attraversate dalla protesta. Durante il boom economico del dopoguerra le università si aprirono ai ceti meno abbienti e verso la fine degli anni ’60 milioni di studenti provenienti dalla classe lavoratrice frequentavano i college in tutta l’America. Molte delle proteste più diffuse e combattive si ebbero nelle università frequentate dai meno abbienti, come le statali del Kent, di San Francisco, del Michigan, del Maryland e del Wisconsin.

Tuttavia ci fu un declino delle mobilitazioni studentesche all’inizio degli anni ’70.

Questo conferì ulteriore importanza al forte impatto che il movimento contro la guerra ebbe sulle organizzazioni del movimento operaio.

Negli anni ’60 ci fu una nuova crescita dell’attività sindacale. Nonostante il miglioramento economico significativo, la popolazione continuava a lavorare in pessime condizioni e a subire lo stesso autoritarismo nei posti di lavoro. Ci furono molti scioperi, in particolare nell’industria pesante, e ci fu una campagna per la sindacalizzazione, per organizzare i lavoratori agricoli, della sanità e gli impiegati pubblici. La burocrazia sindacale, comunque, rallentò nei fatti lo sviluppo del movimento.

Con il sostegno di Meany (presidente dell’Afl-Cio) il dipartimento internazionale dell’Afl-Cio era composto  principalmente da agenti della Cia.

Nel 1967, al congresso dell’Afl-Cio, venne posta al voto una risoluzione contro la guerra, che fu respinta con 2000 voti contrari e 6 favorevoli.

Ciononostante alcune sezioni locali del sindacato iniziarono a schierarsi contro la guerra fin dal 1965. La Uaw (sindacato dei lavoratori dell’auto) uscì dall’Afl-Cio e nel giugno del 1969 promosse l’Alleanza per l’Azione del Lavoro (Alliance for Labor Action) insieme ai Teamsters (sindacato dei trasporti). L’Alleanza sostenne la rivendicazione dell’immediata fine della guerra.

Sempre più sindacati adottarono una posizione contro la guerra. Singoli sindacati cominciarono a mostrare un aperto sostegno alle manifestazioni contro la guerra e i loro iscritti iniziarono a parteciparvi in modo organizzato. Nelle elezioni del 1972 metà delle sezioni sindacali votarono per il candidato democratico George McGovern, che rivendicava il ritiro immediato delle truppe dal Vietnam, nonostante Meany rifiutasse, per la prima volta, di sostenere un candidato democratico.

Contemporaneamente aumentava il numero degli scioperi, compresi quelli a gatto selvaggio.

Non ci fu la presa del Parlamento, non si eressero le barricate e non furono rovesciati presidenti degli Stati Uniti (almeno, non fino a due anni dopo il ritiro delle truppe americane). Eppure la classe operaia americana mostrava la forza sufficiente per riportare le truppe a casa una volta deciso di non voler vedere i propri figli morire per una causa in cui non credeva, una causa per la quale pagavano ad esclusivo vantaggio delle classi dominanti.

Le risorse militari americane erano di molto superiori, controllavano lo spazio aereo e avevano possibilità illimitate di bombardare il paese. Anche se i costi erano alti e stavano intaccando la salute dell’economia americana, da un punto di vista strettamente militare gli americani avrebbero potuto restare in Vietnam per molti anni. Tuttavia era impossibile continuare lo sforzo militare se la classe operaia si rifiutava di pagare e di combattere. Se il governo avesse ignorato tutto questo e avesse prolungato la guerra, gli Stati Uniti si sarebbero trovati sull’orlo della rivoluzione in casa propria.

Così nel 1975, dopo 28 anni di guerra, l’imperialismo venne espulso dal Vietnam.
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