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Giovani comunisti:

Disobbedienti o rivoluzionari?

 

Per una svolta verso i movimenti di massa

Perché questo documento?

La scelta di presentare questo testo alla discussione della 2a conferenza nazionale dei Giovani comunisti necessita alcune brevi spiegazioni. Gli orientamenti prevalsi nel congresso rappresentano un forte rischio per il Prc e per i Giovani comunisti. Rischio che, riassumendo, indichiamo in un processo di “liquidazione” politica, organizzativa e ideologica del nostro partito. I Gc sono stati negli ultimi anni un terreno di anticipazione di quelle “innovazioni” (che a noi tanto nuove non paiono) poi ampiamente rilanciate nel partito.

Tuttavia questa conferenza non deve essere una ripetizione su scala ridotta del congresso nazionale: ne è anche la continuazione e l’approfondimento. Questo ci pone nuovi problemi.

Il Prc e i Giovani comunisti sono a nostro avviso su una china pericolosa lungo la quale si sta scivolando sempre più rapidamente. Al di là delle critiche politiche, che elaboriamo nel testo del documento, ci preme sottolineare la forte compressione della democrazia interna che in questi anni abbiamo vissuto: organismi dirigenti più volte rimaneggiati attraverso il sistema delle cooptazioni, dibattito interno ridotto ai minimi termini, scelte decisive (come quella dell’adesione ai “Disobbedienti”) assunte senza alcuna consultazione dell’organizzazione, la conferenza nazionale scandalosamente rinviata per diverse volte, una gestione incontrollata e del tutto informale da parte dell’Esecutivo nazionale Gc.

Se i vertici dei Giovani Comunisti hanno potuto fare tutto questo è anche perchè non hanno trovato un’opposizione sufficientemente ampia e politicamente consistente. Questo è un certificato di fallimento per tutti quei compagni che nella scorsa conferenza del 1997 avevano diretto la battaglia politica del documento alternativo. Una parte di quei compagni dopo il 1998 ha abbracciato le delizie dell’“innovazione” integrandosi completamente nell’attuale maggioranza dirigente. Il resto dei compagni, invece, rimasti in posizione critica e che oggi firmano un altro documento alternativo (sottoscritto da Madoglio e D’Alesio a livello nazionale) hanno dimostrato di non essere in grado di portare la loro lotta politica su un terreno di costruzione del nostro intervento tra le giovani generazioni.

Saremo più chiari: la vecchia “sinistra” dei Gc si accontenta di difendere lo spazio di una piccola tribuna, in cambio del quale si è resa disponibile ad avallare la pratica antidemocratica che ha dilagato in questi anni: ultimo esempio il consenso accordato lo scorso mese di ottobre all’ennesimo rinvio della conferenza nazionale dei Gc, rinvio al quale si sono opposti unicamente i sottoscrittori di questo documento.

Alle critiche politiche che già avevamo sviluppato nel corso del congresso verso il documento alternativo si aggiunge quindi un nuovo terreno di divergenza. Per noi nei Giovani Comunisti una “sinistra” incapace di contrapporsi nei fatti (e non solo a parole) alla gestione maggioritaria non ha ragione di esistere; così come ne ha sempre meno una “sinistra” che per affermare le proprie posizioni si limita a ripetere come un disco rotto in qualsiasi occasione gli “articoli di un ennesimo catechismo comunista” (Trotskij) senza essere in grado di mostrare sul terreno, nell’intervento quotidiano, nella costruzione dei Gc, nelle lotte, nella capacità di avvicinare e formare nuovi compagni, la validità della propria proposta. L’unico interesse che sembra muovere la direzione della vecchia “sinistra” Gc è la battaglia alle assisi congressuali, quanti voti si prendono in un congresso o quanti compagni si eleggono in un organismo di partito. Ci pare che in questi anni sia cresciuto anche fra i compagni che si riconoscevano nel documento di maggioranza il disagio per una gestione sempre più verticistica dell’organizzazione.

Riteniamo a questo punto nostro dovere presentare le nostre posizioni al dibattito della conferenza.

L’esperienza di questi anni ci ha convinti della necessità urgente di una svolta, sia sul terreno politico, sia nell’orientamento, che abbandoni il terreno ristretto della “disobbedienza” e orienti i Gc verso un intervento audace e a tutto campo nella nuova fase di mobilitazioni di massa inaugurata dalle giornate di Genova e proseguita nelle piazze del 23 marzo e dello sciopero generale.

Non abbiamo “posizioni” da difendere, né un prestigio artificiale da conquistare, né “percentuali” da raggiungere. Abbiamo solo le opinioni, le analisi, i ragionamenti e le proposte che abbiamo maturato in anni di militanza e di intervento nel Prc, nei Giovani comunisti, nelle lotte sindacali, studentesche, nei movimenti. Siamo certi che tutti i compagni, quale che sia la loro collocazione nel dibattito, le valuteranno con la stessa attenzione che riserveranno alle posizioni provenienti dall’“ufficialità” dei Giovani comunisti.

 

1. Crisi economica, imperialismo, globalizzazione

 

È ormai sotto gli occhi di tutti la crisi del “nuovo ordine mondiale”. Le illusioni della new economy sono state demolite dalla crisi economica internazionale. Otto milioni e mezzo di disoccupati in Usa, fallimenti catastrofici (come nel caso dell’americana Enron e della tedesca Kirch), peggioramento rapido delle condizioni economiche in Giappone e in Europa, rischio di tracolli veri e propri nei paesi dipendenti (come mostra l’esempio argentino): siamo di fronte a una svolta nell’economia mondiale, una crisi che colpirà duramente in particolare l’economia italiana, come dimostra la crisi della Fiat, e che costringerà il padronato e i governi a nuovi e più duri attacchi alle condizioni di lavoro e alle garanzie sociali.

 

La crisi acuisce la lotta tra le varie potenze per la conquista di ogni mercato. Questo si esprime in un generale processo di riarmo e nel ritorno delle politiche protezioniste. La teoria maggioritaria nel nostro Partito secondo la quale non esisterebbero più contrasti imperialistici tra le diverse potenze cozza ogni giorno di più con la realtà. Gli Usa hanno posto il 30% di dazi sull’acciaio europeo, a cui l’Unione Europea ha risposto minacciando dazi del 100% sull’acciaio Usa.

 

Il dibattito sull’imperialismo non ha un valore accademico. Una delle conseguenze più importanti della teoria dell’imperialismo di Lenin era che ogni Stato capitalista tende a sviluppare un proprio interesse proporzionale alla propria forza militare ed economica. Da qui discendeva la necessità dei comunisti di combattere gli interessi di ogni paese capitalista, partendo innanzitutto dal proprio. Negare oggi il ruolo imperialista di ogni blocco capitalista, attribuendo questo ruolo solo agli Usa, agli organismi internazionali o ad un impero non meglio precisato, significa chiudere gli occhi di fronte al nostro imperialismo: a quello italiano ed a quello europeo. Il nostro Partito, infatti, invoca un ruolo più attivo dell’Europa sullo scacchiere internazionale. Il contenuto dell’Unione Europea è un contenuto imperialista tanto quello degli Usa. Rivendicarne un ruolo più attivo significa chiedere ad uno dei blocchi imperialisti in lotta di armarsi meglio per poter difendere i propri interessi economici.

 

La guerra tra vari imperialismi non si combatte solo sul terreno militare o economico. Si combatte anche sul terreno della propaganda: oggi l’Unione Europea copre i suoi appetiti con un velo di propaganda sociale o ambientalista. Il nostro compito non è rafforzare questo velo, ma squarciarlo. Stiamo parlando dell’imperialismo europeo che ha smembrato la Jugoslavia, dell’imperialismo italiano con i suoi interventi in Somalia, in Albania ecc.

 

2. Una nuova ondata di lotte

 

La crisi economica e le sue conseguenze sociali alimentano la crescita dei conflitti e dell’opposizione al capitale e alle sue politiche. In America Latina prosegue la rivoluzione argentina che dopo l’insurrezione di dicembre vede la crescita, complessa ma indiscutibile, di forme di autorganizzazione popolare e la generalizzazione di parole d’ordine di contenuto chiaramente rivoluzionario come il rifiuto del debito estero e la nazionalizzazione dei centri finanziari; in Venezuela il golpe della Confindustria sostenuto degli Usa è fallito in 48 ore di fronte alla mobilitazione popolare. In Corea proseguono le mobilitazioni di una classe operaia che da 10 anni si oppone con tenacia agli effetti della recessione da cui lo stesso paese non è mai realmente uscito. In Medio Oriente la ferita sanguinante del conflitto palestinese mette in difficoltà crescente i regimi arabi; tra le cricche reazionarie governanti in Egitto, Giordania, Arabia Saudita e i loro popoli si sta scavando un abisso come dimostrano le manifestazioni di massa di solidarietà al popolo palestinese. In Algeria, dopo 10 anni di guerra civile con 50.000 morti, abbiamo assistito alla mobilitazione di massa partita dalle regioni berbere che ha portato ad Algeri oltre un milione di manifestanti. Negli stessi Usa, dopo mesi di sbornia patriottica, il movimento contro la guerra trova una dimensione di massa con la manifestazione dello scorso 20 aprile.

 

L’Europa sembrava fino ad oggi un’eccezione. In un clima di pace sociale sono fiorite ogni tipo di teorizzazioni sulla fine o la “frantumazione” della classe operaia. La realtà è che il proletariato europeo si è trovato dovunque paralizzato dalle politiche concertative sposate dai partiti socialdemocratici e dalle principali organizzazioni sindacali. Era inevitabile che un processo di risveglio della classe passasse prima dalla sconfitta di tali politiche. In 14 paesi su 15 dell’Ue i partiti dell’Internazionale socialista erano al Governo da soli o in coalizione. Oggi tutto questo entra in crisi. In Danimarca, Italia, Austria e Portogallo la destra ha scalzato dal potere la sinistra moderata; in Grecia ci sono stati due scioperi generali contro un Governo guidato dalla destra socialista; in Germania le elezioni parziali in Sassonia-Anhalt vedono un crollo della Spd. Le elezioni francesi e olandesi sono una conferma evidente di questi processi. Chi viene oggi sconfitto nelle elezioni europee non è la capacità di mobilitazione dei lavoratori. Vengono sconfitte le illusioni della politica concertativa e di collaborazione di classe. Si tratta di un processo inevitabile ed in ultima analisi fecondo. Le politiche di pace sociale non reggono più perchè si acuisce lo scontro tra le classi. La destra vince solo sulla base del crollo della sinistra moderata. Il futuro europeo non è un futuro di governi di destra stabili ed egemonici, ma di polarizzazione sociale e politica e di ripresa dei conflitti e dei movimenti a tutti i livelli.

L’esempio francese dimostra in modo evidente questa tesi: la crescita elettorale dell’estrema destra rispetto al 1995 non è stata come si vorrebbe far apparire. Il fatto che il Pcf sia crollato è la logica conseguenza dell’adattamento alle politiche di Jospin (flessibilità, privatizzazioni a tappeto, appoggio alle guerre in Jugoslavia e Afghanistan, corsa al “centro” nella campagna elettorale). Come partito più a sinistra della coalizione il Pcf è stato quello che maggiormente ha deluso il proprio elettorato; questa delusione si esprime anche nel voto per Lutte Ouvriere e per la Lcr, un voto che per quanto largamente di opinione dimostra la ricerca di un’alternativa anticapitalista fra strati significativi dell’elettorato di sinistra.

 

3. La questione palestinese

 

Negli ultimi mesi l’attenzione dei compagni si è giustamente concentrata sulla situazione in Palestina. Ci pare una scelta giusta, che a nostro avviso deve vedere camminare di pari passo l’azione politica quotidiana di appoggio alla lotta del popolo palestinese con una riflessione su quegli avvenimenti e sulle lezioni che ne possiamo trarre.

 

I GC, assieme ad altri, hanno tentato coraggiosamente di evitare il massacro contro le popolazioni palestinesi organizzando delle forze di interposizione e delle catene umane. Tutte quelle compagne e compagni che si sono resi disponibili per queste azioni hanno mostrato grande coraggio (in certi casi mettendo a repentaglio la propria vita) ma devono prendere atto che così facendo non hanno fermato il massacro a Jenin e negli altri territori palestinesi. Si è fatto un gran parlare della “diplomazia dal basso” ma di fronte alla guerra questi discorsi si sono sciolti come neve al sole.

 

In realtà l’uso della forza in Palestina per difendersi dall’aggressione israeliana è inevitabile, ma questo non significa che ogni violenza sia accettabile. La storia palestinese lo conferma tragicamente: il terrorismo individuale, gli attentati e gli attacchi suicidi possono ottenere solo il risultato di spingere la classe operaia israeliana nelle mani del proprio regime.

 

Sicuramente il movimento operaio internazionale può giocare un ruolo (e dunque anche il Prc). Oltre alla raccolta di fondi e generi di sopravvivenza per la popolazione palestinese, parole d’ordine come il boicottaggio degli interessi economici israeliani dovrebbero essere attuate dalle organizzazioni sindacali e politiche della classe operaia e non essere lasciate semplicemente alla buona coscienza e al “consumo critico” dei cittadini. Centrale sarebbe il coinvolgimento diretto dei portuali, dei lavoratori dei trasporti e della grande distribuzione nel boicottaggio economico. L’intervento dall’esterno da parte del movimento operaio internazionale può naturalmente prevedere l’invio di delegazioni nei territori e deve vedere in prima fila i dirigenti delle principali organizzazioni della sinistra e del sindacato, ma deve essere diversamente orientato con altre finalità politiche: rafforzare la critica fra i lavoratori israeliani alla politica colonialista d’Israele, promuovere e rafforzare la ricostruzione dei comitati dell’Intifada su basi democratiche, rafforzare i legami diretti fra il movimento operaio internazionale e i palestinesi dei territori e i palestinesi che vivono nei paesi mediorientali, difendere l’unità di classe dei lavoratori palestinesi con i lavoratori dei diversi paesi arabi, sostenere quei settori del movimento che si pongono in rottura su linee rivoluzionarie al nazionalismo borghese e piccolo-borghese e al fondamentalismo islamico e sostenere all’interno d’Israele i movimenti che si pongano a favore del ritiro immediato delle truppe dai Territori. Una sconfitta dell’imperialismo israeliano aprirebbe la strada a sviluppi rivoluzionari in tutto il Medio Oriente e potrebbe gettare le basi per l’unica vera soluzione del problema palestinese: la federazione socialista dell’intera regione mediorientale, all’interno della quale venga rispettato il diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli della regione: curdi, palestinesi, ebrei, ecc.

 

La posizione dei due popoli, due stati è inapplicabile su basi capitaliste come si è visto dal ‘93 con gli accordi di Oslo che hanno dato vita all’Autorità nazionale Palestinese che da embrione del tanto atteso stato palestinese si è trasformata essa stessa in uno strumento di oppressione nelle mani della borghesia palestinese (ben rappresentata nell’Olp di Arafat) e indirettamente dell’imperialismo sionista.

 

4. La contraddizione tra capitale e lavoro

 

Durante gli anni ‘90 abbiamo assistito ad un bombardamento di teorie elaborate da svariati intellettuali di sinistra sulla “fine della conflittualità della classe operaia” o addirittura sulla fine della della classe operaia o sulla fine del lavoro ed altro ancora. Si sosteneva che la precarizzazione del lavoro, le delocalizzazione delle imprese, i nuovi metodi di produzione post-fordisti avessero “frantumato” la classe a tal punto da renderla “aconflittuale”. Da qui sarebbe derivata la necessità di porci alla ricerca del “nuovo soggetto rivoluzionario” o addirittura porci noi stessi l’obiettivo di crearlo. A queste teorie ci siamo sempre opposti. Il fatto che in Italia la curva degli scioperi abbia toccato il minimo storico negli anni tra il ‘96 ed il 2000 era dovuto a motivi politici e non sociologici: i lavoratori italiani si sono trovati con le proprie organizzazioni apertamente complici di una politica di svendita sociale. La morsa della concertazione ha messo i lavoratori di fronte al doppio compito di lottare contro il padrone e contro i propri stessi dirigenti sindacali.

 

Queste teorie non corrispondevano prima di tutto alla realtà statistica. Da un punto di vista meramente numerico il proletariato è all’apice della sua forza. Addirittura nei paesi Ocse, dove pure sono in atto processi di ristrutturazione, il numero dei lavoratori dell’industria è cresciuto passando da 112 milioni nel 1973 a 113 nel 1995. Nel resto dei paesi in via di sviluppo la forza lavoro industriale è aumentata nello stesso periodo da 285 milioni a 407. La classe operaia industriale, comunque, non è l’unica a comporre ciò che definiamo proletariato. Anche dove abbiamo assistito ad un calo della presenza del settore industriale, c’è stato un processo parallelo di industrializzazione del settore terziario. Funzioni che negli anni ‘70 venivano svolte da lavoratori isolati o addirittura dalla piccola borghesia, oggi vengono svolte da gruppi di lavoratori sotto un unico padrone. Pensiamo, ad esempio, ai call-center dove abbiamo assistito ad una rapida sindacalizzazione.

 

Oggi i fatti chiudono queste dispute teoriche. L’opposizione sociale nel paese è composita e variegata socialmente e politicamente ma trova un centro, un perno attorno a cui ruotare, trova una massa critica e un peso sociale decisivo nel momento in cui entra in campo massicciamente il proletariato. La massa dei lavoratori dipendenti ha mostrato una volta di più con le mobilitazioni del 23 marzo e del 16 aprile come, pur attraverso tutti i cambiamenti e le modifiche avvenute, essa resti la forza decisiva sia numericamente che socialmente per qualsiasi progetto di trasformazione.

 

Questo non significa negare il ruolo di altre forze sociali, diverse dalla classe lavoratrice. Qualsiasi movimento dei lavoratori che abbia un carattere realmente di massa coinvolge e scuote anche altri settori sociali: disoccupati, studenti, pensionati, intellettuali, ecc. Ciò che rende decisivo il ruolo dei lavoratori è, oltre al loro numero, il loro peso sociale ed economico, la loro possibilità di arrestare la produzione e colpire i profitti attraverso lo sciopero. Lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale rappresenta la condizione necessaria che consente al dominio degli sfruttatori di reggersi. La contraddizione capitale-lavoro non è pertanto una delle tante che attraversano la società, ma quella decisiva. Si può pensare di risolvere la questione ambientale, ad esempio, finché tutta la produzione e quindi le scelte ambientali decisive saranno in mano a una cricca di multinazionali, mosse soltanto dalla necessità di accumulare profitti? Oggi la classe dei salariati è l’unica che possa mettere in discussione, attraverso la socializzazione dei mezzi di produzione espropriati ai capitalisti, i meccanismi dello sfruttamento capitalistico: solo essa può mettere fine alla proprietà privata, attraverso la collettivizzazione delle leve fondamentali del credito e della produzione e la pianificazione dell’economia sotto il controllo di una reale democrazia consiliare.

 

5. Breve bilancio della Disobbedienza Civile

 

Genova è stato un avvenimento di enorme portata. Una nuova generazione di militanti si è formata e politicizzata in quelle settimane. Per questo a distanza di quasi un anno, la nostra azione in quel periodo merita un bilancio. Gli organizzatori di Genova hanno concentrato tutta la loro attenzione sulla zona rossa come simbolo delle ingiustizie di questo sistema. Non vogliamo sottovalutare l’importanza dei simboli ma in quel caso il simbolo ha completamente preso il sopravvento sulla realtà. Il potere del capitalismo non risiede nelle zone rosse interdette ai manifestanti. Risiede nella proprietà privata dei mezzi di produzione. Per questo l’enorme energia dei militanti presenti a Genova non andava indirizzata tutta al problema di come varcare la linea rossa, ma ad attrezzarsi perchè la lotta alla globalizzazione capitalista riprendesse a settembre dai posti di lavoro, ponendo la questione dello sciopero generale contro il Governo.

 

Una volta eletta la zona rossa ad obiettivo, tutta la discussione è ruotata attorno a quello. C’è chi ha teorizzato che si dovesse ingaggiare uno scontro di carattere militare con la polizia per violare la linea rossa. In concreto questo avrebbe voluto dire attrezzarsi per combattere con i blindati, una prospettiva molto distante dal livello di coscienza dei manifestanti in quel momento. C’è chi più semplicemente ha teorizzato la linea della Disobbedienza Civile: violare la linea rossa pacificamente, subire le cariche, dimostriamo il nostro pacifismo guadagnando un metro di zona rossa. Una ricetta per il massacro. Come sempre i mezzi sono collegati al fine. Se il fine è ottenere una vittoria simbolica, si può anche accettare uno scontro simbolico. Non è un segreto per nessuno che attorno alla violazione delle zone proibite si fosse stabilita prima di Genova una tradizione di taciti accordi tra Disobbedienti e forze dell’ordine. Tutto questo, però, poteva ridursi ad una farsa concordata o ad una tragedia. A Genova questi taciti accordi non sono stati rispettati dalle forze dell’ordine. Non era difficile prevederlo, soprattutto dopo i precedenti di Goteborg e Napoli. Dopo il danno, la beffa. Quelle giornate hanno dimostrato la necessità di un servizio d’ordine democraticamente costituito tra i manifestanti. Al contrario i vertici del nostro partito e i Gc hanno tratto da quell’esperienza la lezione che non sia necessario nessun tipo di servizio d’ordine.

 

Genova ha risvegliato in ampi settori della società una discussione sulle ingiustizie di questo sistema e su quali alternative fosse necessario contrapporgli. Questa era la discussione su cui i comunisti dovevano entrare, con l’obiettivo di avere una massa di attivisti che da settembre continuasse la lotta contro il capitalismo dentro e davanti alle aziende. Concentrandoci solo sul superamento della linea rossa, ci siamo di fatto sottratti a tale discussione lasciandone il monopolio alle parti moderate del movimento.

 

6. Pacifismo, lotta di classe, lotte di liberazione

 

Nell’ultimo periodo si è affermata nel partito e nei Gc una concezione gandhiana della lotta contro i potenti. Sono state esaltate quelle forme di protesta che hanno caratterizzato nel passato i movimenti piccolo-borghesi (scioperi della fame, disobbedienza non-violenta, ecc.) che nulla hanno a che fare con la tradizione del movimento operaio, che nella lotta politica si è servito di strumenti ben più incisivi. Nelle fasi acute dello scontro sociale di fronte alla violenza dello Stato e del capitale le classi subalterne sono state in grado di difendere i propri cortei, le proprie conquiste opponendo resistenza anche fisica e dunque facendo uso della violenza (ci riferiamo ovviamente alla lotta di massa e non al terrorismo di organizzazioni come le BR che da sempre ha favorito la reazione e si è rivolto contro il movimento operaio). Le pagine più eroiche della nostra storia sono state scritte nella Rivoluzione d’Ottobre, nella Resistenza, in altre situazioni rivoluzionarie dove la violenza è stata necessaria per liberare l’umanità dall’oppressione. Se accettassimo le posizioni che ci propongono i compagni della maggioranza dei GC con un solo tratto di penna dovemmo rinnegare i partigiani, le guerre d’indipendenza contro l’oppressione coloniale e in generale ogni rivoluzione che ha attraversato il ventesimo secolo.

 

Il capitalismo non lascerà il passo al comunismo senza opporre resistenza, l’esperienza ha dimostrato che useranno ogni mezzo per fermare ogni movimento che decida di liberarsi dallo sfruttamento. Lo Stato è lo strumento coercitivo che difende gli attuali rapporti di produzione o nelle parole di Engels “corpi di uomini armati in difesa della proprietà privata”. La manifestazione di Napoli a quella di Genova, dimostrano che per lottare contro questa società bisogna porsi il problema di come difendersi dall’aggressione sistematica di tale ”apparato di uomini armati”. Non porsi questo problema significa mandare allo sbaraglio centinaia di migliaia di manifestanti, come è avvenuto a Genova, ed è giunta l’ora di abbandonare quella sciocca demagogia contro “i servizi d’ordine che militarizzano il movimento” e con serietà e responsabilità si proponga al movimento un confronto democratico sul tema dell’autodifesa.

 

Di fronte a una guerra o a un movimento rivoluzionario le posizioni pacifiste sono ancor più pericolose. La situazione palestinese lo dimostra platealmente. In tutte le lotte di indipendenza, dal Vietnam all’Algeria, all’Angola a Cuba i popoli hanno dovuto imbracciare le armi. Anche l’indipendenza dell’India, a dispetto delle favole sulla liberazione non violenta guidata dal mahatma Gandhi, venne dopo un secolo di lotte sanguinose, sollevazioni, guerriglie, scioperi, insurrezioni, e se non si proseguì oltre fu solo perchè l’imperialismo britannico si rese conto di non poter continuare a tenere soggiogato il subcontinente indiano. Porre in astratto la discriminante del “no alla violenza” significa solo dire a chi è sottomesso di porgere l’altra guancia e di accettare la sua schiavitù, aspettando che sia l’Onu o la diplomazia internazionale a liberarlo. Purtroppo come sanno bene i palestinesi il ruolo di queste organizzazioni non è quello di liberare i popoli ma al contrario sono un paravento dietro cui si cela l’imperialismo.

 

7. Da Genova allo sciopero generale

 

Genova è stata un’anticipazione dello sciopero generale. I due processi sono collegati. Tale collegamento va analizzato fino in fondo. Durante i cinque anni di centrosinistra lo scontento accumulato in questa società non riusciva a trovare nessun tipo di sbocco politico o di lotta. I partiti della sinistra moderata erano immersi nel discredito. La via della lotta nelle scuole sembrava chiusa dal riflusso determinatosi dopo il ciclo di lotte del ‘93-’98. La via degli scioperi nelle aziende sembrava bloccata dalla cappa di pace sociale imposta dall’apparato dei sindacati confederali. Il nostro Partito si era chiuso la possibilità di raccogliere tale scontento prima per i due anni di partecipazione alla maggioranza del Governo Prodi (votazione del Pacchetto Treu, dell’Autonomia Scolastica, della Turco-Napolitano), in seguito a causa della scissione e dell’emorragia di voti e militanti che non ci hanno fatto apparire come un’alternativa praticabile. Tuttavia sotto la superficie esisteva un’enorme malcontento accumulato che ha trovato nella protesta contro il G8 un terreno di espressione più libero dalle macerie del centro-sinistra e dal suo apparato burocratico.

 

Dopo Genova, tuttavia, il movimento si è sviluppato per altre strade. L’entrata in scena di settori sociali più ampi a partire dai lavoratori, ha spostato gli obiettivi e le caratteristiche della lotta. Dalla contestazione al G8 e alla globalizzazione si è passati alla lotta sociale contro precisi obiettivi (gli studenti contro la riforma Moratti, i lavoratori in difesa dello Statuto dei lavoratori, gli immigrati contro la Bossi-Fini, ecc.); proposte come la disobbedienza, l’obiezione fiscale, la raccolta di firme per la Tobin tax sono state oggettivamente oscurate e il movimento, proprio perché si estendeva e assumeva un carattere realmente di massa si è espresso attraverso un’articolazione prolungata, anche se ancora inadeguata, di scioperi e grandi manifestazioni.

 

A questo si è aggiunta l’entrata in scena del mastodontico apparato della Cgil, che ha promosso la mobilitazione (al fine ovviamente di incanalarla e arginarla) occupando un terreno che fino a pochi mesi prima appariva sgombro. Questa evoluzione ha spiazzato molti Social forum e lo stesso gruppo dirigente del Prc e dei Gc. Il fatto di aver abbracciato proprio negli scorsi mesi le posizioni dei Disobbedienti, l’aver completamente trascurato l’intervento nella mobilitazione sindacale, ci ha portato di fatto a voltare le spalle al movimento di massa e ad assumervi nel migliore dei casi un ruolo di semplici partecipanti.

Dopo Genova il nostro gruppo dirigente non è stato in grado di capire che la mobilitazione sarebbe continuata sul terreno della lotta di classe attraverso l’arma dello sciopero. Siccome non abbiamo impostato nessun tipo di intervento su questo terreno, oggi paghiamo il prezzo: altri egemonizzano la nuova ondata di scioperi.

Un bilancio onesto e una radicale inversione di rotta sono una necessità ormai imprescindibile.

 

8. Disobbedienza Sociale: di male in peggio

 

Fin dall’inizio del movimento antiglobalizzazione, i vertici dei Gc hanno teorizzato che non fosse necessario intervenire nel movimento portando le nostre posizioni indipendenti ma che fosse necessario “farsi contaminare dalle posizioni presenti nel movimento”. Si tratta di una teoria sbagliata ed ipocrita allo stesso tempo. Sbagliata perchè un movimento di massa non è chimicamente puro. Quando migliaia di persone si pongono il problema di cambiare la realtà, abbracciano nuove idee portandosi dietro ancora vecchi pregiudizi. Il compito di un’organizzazione comunista dovrebbe essere quella di far crescere le idee più avanzate in un movimento, aiutandolo politicamente a superare quelle più arretrate. Ipocrita perchè non ci siamo fatti contaminare dalle idee genericamente presenti nel movimento. I nostri vertici hanno fatto una scelta di campo ben precisa: si sono gettati a rimorchio di Ya Basta e delle Tute Bianche, scordandosi che tali forze non sono il movimento. Sono organizzazioni che lottano per rendere egemoniche le proprie concezioni politiche. Dove Ya Basta e le Tute Bianche non erano presenti, i Giovani Comunisti ne hanno diffuso attivamente le concezioni. Altro che contaminazione! È stato deciso che l’egemonia, così come intesa da Lenin, fosse superata, mentre al contrario fosse estremamente attuale l’egemonia praticata da Casarini.

 

Fare un blocco con altre forze politiche, per i comunisti, non deve mai voler dire rinunciare alla critica dei nostri compagni di strada. Il blocco con i Disobbedienti non è soltanto sbagliato perchè ha sottratto i nostri attivisti ad un lavoro di radicamento nei movimenti reali dei lavoratori italiani e stranieri, degli studenti e dei disoccupati. È sbagliato anche perchè tacitamente accettiamo il programma e le concezioni politiche dei Disobbedienti. Sul terreno politico quest’ultimi teorizzano la necessità di creare un settore di mercato alternativo che risolva alcuni problemi della società. Si tratta della teoria del Terzo Settore mutualistico e cooperativo che si prenda cura dei servizi che vengono smantellati con la distruzione dello stato sociale. La destra stessa sponsorizza il Terzo Settore come metodo per giustificare lo smantellamento dello stato sociale e l’infiltrazione dei privati nelle vecchie funzioni pubbliche. Queste idee hanno costituito spesso il punto di contatto tra i vertici di alcuni centri sociali e il centro-sinistra. A Trieste, ad esempio, alcuni dei Disobbedienti hanno stretto un accordo elettorale con il presidente uscente della Confindustria locale Pacorini. La discussione attorno a proposte di liste dei social forum legate ai verdi si ripresenta in numerose realtà, mostrando la logica istituzionale che domina questi settori.

Non c’è niente da stupirsi: quello che i nostri vertici definiscono “orientamento al movimento”, in realtà è un appiattimento al ceto politico che si proclama Disobbediente, ma che nei fatti dimostra di essere completamente coinvolto in una logica di pressione lobbystica nei confronti di certi settori del centrosinistra.

Sul terreno sindacale, i Disobbedienti teorizzano l'integrazione dei settori decisivi del movimento operaio nel quadro dei meccanismi dell'oppressione capitalistica, postulando di conseguenza l'esigenza di circoscrivere il proprio orientamento verso quei settori proletari posti ai margini del movimento operaio tradizionale dalla mancata fruizione dei suoi diritti sociali fondamentali. Tale orientamento divide artificialmente i lavoratori precari dai presunti "garantiti", abbandonando questi ultimi all'influenza dei vertici delle organizzazioni sindacali tradizionali, all'interno delle quali si è rinunciato da tempo a dare seriamente battaglia. Non solo: i Disobbedienti si sono spinti fino a riconoscere nel gruppo dirigente della Fiom, capitanato nel passato recente da Sabbatini, la rappresentanza legittima degli interessi operai; con essa, di conseguenza, si sono rapportati acriticamente, mettendo sotto silenzio qualunque critica alla condotta, di quella parte della burocrazia sindacale che si riconosce nelle posizioni della sinistra cofferatiana.

 

9. L’involuzione di Porto Alegre e dei Social Forum

 

Dall’inizio del movimento antiglobalizzazione c’è stata una contraddizione tra la carica anticapitalista con cui migliaia di giovani hanno preso parte alle mobilitazioni ed il programma estremamente moderato, fatto di piccole scelte individuali e piccole riforme, assunto dalla direzione del movimento stesso. I Gc non si sono mai inseriti in questa contraddizione, facendosi anzi contaminare dalle idee più moderate della direzione del movimento. Questa contraddizione tra le aspettative della base del movimento e le scelte della direzione si è trasformata in un abisso con il Secondo Forum Sociale di Porto Alegre.

 

La differenza tra il Primo Forum ed il Secondo Forum di Porto Alegre non è stata soltanto nel raddoppio della partecipazione ma anche nello sbarco in massa di amministratori istituzionali, parlamentari che hanno cercato di determinare le linee programmatiche del Forum. Questa è una lezione fondamentale per noi. Un movimento non si sviluppa nel vuoto. Se noi rinunciamo a difendere le nostre posizioni, altri renderanno egemoniche le proprie. La borghesia cerca di deviare tutti i movimenti che non riesce a sconfiggere frontalmente. Nella stampa borghese si moltiplicano le posizioni capitaliste “filantropiche” in cui varie multinazionali e vari imprenditori consigliano quali rivendicazioni andrebbero portate avanti per mitigare la globalizzazione. Un esempio è il Manifesto per lo Sviluppo Durevole prodotto in Francia firmato sia da sindacalisti e membri del Partito Comunista che industriali e banchieri tra cui l’ex direttore dell’Fmi Camdessus. L’intento del banchiere Lion promotore di tale Manifesto è influenzare il passaggio dalla fase di protesta alla fase propositiva del movimento.

 

Lo sbarco degli amministratori e dei parlamentari si è riflesso nel manifesto programmatico finale. Nonostante il movimento antiglobalizzazione sia stato sin dall’inizio un movimento internazionale, si è avanzata l’idea che grossa parte dei problemi possano essere risolti dall’amministrazione locale. Secondo il Forum sugli Enti Locali (!!!): “le città sono chiamate ad un compito storico: (...) contribuire alla correzione assunta dall’attuale globalizzazione”. Questo si è riflesso nella richiesta che le municipalità mantengano più risorse a livello locale per metterle sotto il controllo del bilancio partecipativo. Altro che un altro mondo: questo è semplicemente federalismo fiscale.

 

Anche sul bilancio partecipativo crediamo siano state fatte alcune mistificazioni, tingendolo di un’aura rivoluzionaria. A Porto Alegre, dove tale sistema è stato utilizzato, la disoccupazione è comunque cresciuta arrivando al 16,9%. La quota di bilancio su cui la popolazione può esprimersi in maniera consultiva è solo dell’8%. In periodi di crisi del capitalismo qualsiasi bilancio (partecipato o no) non può rispondere ai nostri bisogni fondamentali: tutti i fondi vengono risucchiati dalle compatibilità del sistema. Se il bilancio è in rosso, perchè l’economia rimane in mano ai capitalisti, che cosa ci troveremmo a gestire? Decideremmo semplicemente quali servizi tagliare per primi e quali per secondi. Non è casuale che il bilancio partecipativo sia stato riconosciuto dall’Fmi e premiato dall’Onu.

 

Anche la Tobin Tax è ben lontana dall’essere una misura che scardini il sistema finanziario internazionale. Stiamo parlando di una minuscola tassa che, proprio per il suo minimalismo, riesce a mettere d’accordo il grande speculatore finanziario Soros, tutti i dirigenti delle socialdemocrazie e i dirigenti del nostro Partito. Anche se la Tobin Tax venisse applicata non c’è nessuna garanzia che i suoi introiti sarebbero usati per fini sociali. In secondo luogo: chi applicherebbe e farebbe rispettare tale tassa? Tobin, l’inventore della tassa, proponeva che fosse l’Fmi. Nessuno può pensare seriamente che questa sia una soluzione. Emerge allora la proposta di creare un Parlamento globale. Il parlamentarismo è una farsa a livello nazionale, figuriamoci a livello internazionale. Mentre il Parlamento dà l’illusione a tutti i “cittadini” di contare lo stesso, con un voto a testa, nella realtà ci sono cittadini come Tronchetti Provera o Berlusconi che controllano le leve decisive dell’economia (e quindi inevitabilmente dello Stato, della finanza, dell’informazione). In Italia esiste un Parlamento, fino a prova contraria. Viene garantita la tassazione delle grosse rendite finanziaria, delle grosse aziende? Al contrario l’evasione fiscale per la grande borghesia è la norma, non l’eccezione.

 

 

10. L’azione dei comunisti nel movimento

 

L’avanzata delle correnti involutive nel movimento ci chiama in causa direttamente. Mentre a parole ci siamo orientati nel movimento, nei fatti abbiamo rinunciato a intervenire nelle sue dinamiche in modo indipendente. Esiste una corrente nel movimento antiglobalizzazione che teorizza la necessità di correggere la globalizzazione democratizzando gli organismi internazionali, un’altra che difende il protezionismo in contrapposizione al liberoscambismo, un’altra ancora che propone di creare settori di mercato alternativo basati sul commercio equo solidale e sulle cooperative.

 

Il nodo centrale posto dal movimento antiglobalizzazione è a nostro parere un altro e deve essere tagliato alla radice. E’ il nodo della proprietà privata e del controllo dei mezzi di produzione. Non potrà mai esistere nessuna seria forma di controllo sociale sulla produzione e sul consumo fino a quando la gran parte delle risorse economiche produttive del mondo saranno concentrate nelle mani di un pugno di capitalisti. Un gruppo di 37.000 imprese con le loro affiliate controlla il mercato mondiale. Lì sono concentrate le leve decisive dell’economia, della finanza e della politica. Solo il proletariato mondiale -unendo attorno a sè tutte quelle forze sociali (disoccupati, studenti, contadini, piccola borghesia) spinte alla rovina di questo sistema- può andare ad incidere su questo nodo, attraverso l’espropriazione delle principali multinazionali per porle sotto il controllo dei lavoratori in un regime complessivo di democrazia consiliare. Questo è quello che chiamiamo comunismo ed è l’unica alternativa complessiva che tutt’oggi conosciamo a questo sistema. Il compito dei Gc dovrebbe essere rendere egemone tale alternativa nel movimento. Egemonia non vuol dire imporre al movimento una linea dall’alto ma vuol dire fare emergere la prospettiva rivoluzionaria a partire dalle rivendicazioni che sorgono dai movimenti stessi.

 

11. Dopo lo sciopero generale: come continuare la lotta?

 

Le mobilitazioni sindacali culminate nella manifestazione del 23 marzo e nello sciopero generale del 16 aprile rappresentano un banco di prova decisivo del nostro intervento. È evidente l’enorme estensione del movimento stesso, la sua capacità di aggregare attorno ai lavoratori sindacalizzati tutti quei soggetti che normalmente trovano maggiore difficoltà ad organizzarsi e ad esprimersi in forma collettiva: precari, pensionati, disoccupati. Le potenzialità per costruire un fronte sociale enormemente esteso contro il governo e le sue politiche sono enormi.

A queste valutazioni positive, tuttavia, dobbiamo aggiungerne altre. Il movimento, per quanto esteso, si è finora espresso quasi esclusivamente sui terreni e nei termini dettati da Cofferati e dal gruppo dirigente Cgil. È completamente mancata, almeno finora, l’approfondimento del conflitto a livello di fabbrica, di categoria, di territori, così come non emergono segni di autorganizzazione democratica del movimento stesso.

 

Nonostante lo sciopero generale, nelle aziende continuano a dominare flessibilità, precariato e concertazione sindacale. Dobbiamo sviluppare un programma che affronti alla radice queste contraddizioni

Necessitiamo innanzitutto di elaborare un’agitazione a tutto campo attorno a rivendicazioni quali:

- Abolizione del “pacchetto Treu” e di tutte le forme di lavoro “atipico”. Trasformazione di tutti i contratti a termine in contratti a tempo indeterminato.

- Rottura della concertazione e dei suoi vincoli nell’elaborazione delle piattaforme sindacali a qualsiasi livello.

- Rielezione delle Rsu in base a criteri democratici, abolizione della quota riservata nelle Rsu, rendere i lavoratori e le assemblee protagonisti del conflitto.

- Estensione dello Statuto dei lavoratori a tutte le aziende.

- Salario minimo intercategoriale fissato per legge e indicizzato sull’inflazione.

- Salario garantito per i disoccupati.

- No alla legge Bossi-Fini; permesso di soggiorno per tutti gli immigrati, diritto di voto dopo un anno di residenza in Italia.

- Proseguire la lotta fino alla caduta del governo Berlusconi.

Queste rivendicazioni devono diventare il nostro “biglietto da visita” di fronte a quei milioni di lavoratori che si stano risvegliando nelle lotte e che domani inevitabilmente saranno spinti a portare la lotta che oggi si esprime nelle scadenze “generali” (23 marzo, sciopero generale) nella lotta quotidiana nelle aziende. La prospettiva della cacciata del governo deve essere avanzata apertamente nel movimento, come logica conclusione della nostra piattaforma e come unico sbocco in grado di ribaltare in modo significativo i rapporti di forza fra le classi in Italia e in Europa, mettendo in crisi non solo la destra ma anche la sinistra moderata.

 

Basarci sui giovani lavoratori, i più colpiti dalle politiche della concertazione, i più inesperti ma anche i meno segnati dalle sconfitte passate, e sui delegati sindacali eletti dai lavoratori per indirizzare diversamente il movimento in campo. Questo deve essere il nostro obiettivo fondamentale, spiegando ma soprattutto praticando l’idea che i lavoratori e i delegati sono gli unici che attraverso la propria azione possono sbarrare la strada a qualsiasi tentativo di insabbiare la lotta con accordi a perdere e darle invece quella profondità e quella radicalità indispensabili per piegare governo e confindustria.

 

La scelta di numerosi sindacati di base di boicottare la manifestazione del 23 marzo e di promuovere “piazze separate” il 16 aprile dimostra una logica del tutto minoritaria e incapace di incidere nelle dinamiche del movimento di massa. Questa logica è la stessa che abbiamo seguito, insieme a molti Social Forum, cercando di distinguerci dalla direzione Cgil non sul terreno programmatico, ma solo su mere questioni di visibilità di piazza o mediatiche. Convocare cortei nella piazza di fianco a quella della Cgil, un’ora prima, un’ora dopo, serve realmente a poco. Anzi divide un settore di lavoratori avanzati ed i nostri attivisti dal movimento di massa.

 

Dopo lo sciopero generale, si moltiplicano i tentativi di impantanare la lotta su un terreno istituzionale per impedire che la mobilitazione assuma un carattere dilagante, si generalizzi e si radicalizzi. La proposta del Partito dei referendum sociali appare in questo contesto come del tutto inadeguata alle necessità. Anziché approfondire la spinta all’azione di massa, indica una scadenza istituzionale, lontana nel tempo con un implicito effetto smobilitante. Anziché approfondire la spinta di classe del movimento propone un terreno prevalentemente di opinione. Anziché sviluppare l’autorganizzazione e la fiducia nelle proprie forze da parte dei lavoratori, semina illusioni sulla possibilità di ottenere i propri scopi per via istituzionale.

 

12. Organizzare i precari

 

Dobbiamo dedicare una particolare attenzione a quanto avviene nel mondo dei lavoratori precari. Tra i precari si sta sviluppando chiaramente una spinta verso l’azione collettiva in difesa dei propri diritti. Un esempio ormai noto (ma non è certo l’unico) è quello dei Call-centers, dove si diffonde la spinta alla sindacalizzazione. Esempi come quelli dell’Atesia di Roma e della Tim di Bologna vanno presi come modello e generalizzati su scala nazionale. Particolarmente significativo il caso della Tim, dove i lavoratori interinali sono riusciti a imporre il rispetto di diritti sindacali quali le assemblee retribuite e, caso finora probabilmente unico, l’elezione di unconsiglio dei delegati; questa vertenza oltre a mostrare le potenzialità per l’organizzazione degli interinali, che ha tra l’altro permesso di respingere un primo tentativo aziendale di ritorsione con il licenziamento del nostro compagno delegato Domenico Conte, ha anche aperto una forte contraddizione nella Cgil, alla quale una parte degli interinali si sono iscritti, poiché di fronte allo sviluppo della lotta in Tim la burocrazia della Camera del Lavoro di Bologna ha reagito (con la vergognosa acquiescenza anche di nostri compagni impegnati nella sinistra Cgil) attaccando frontalmente il funzionario del Nidil-Cgil (il compagno Mario Iavazzi, dei Giovani comunisti di Bologna) responsabile della vertenza  tentando di rimuoverlo.

 

Una parte della spinta alla sindacalizzazione si sta indirizzando alla Cgil, sia nelle categorie che nel Nidil-Cgil, secondo una dinamica da noi prevista in passato ma completamente ignorata dal gruppo dirigente dei Gc, che si è limitato in questi mesi a proporre campagne di immagine con azioni simboliche davanti alle agenzie interinali, azioni che non hanno avuto alcuna presa sui precari e che obbediscono a una logica del tutto minoritaria e autoreferenziale, volta solo a ottenere spazio sui media.

 

13. Le lotte degli immigrati

 

Le mobilitazioni degli immigrati per il permesso di soggiorno e, oggi, contro la legge schiavista Bossi-Fini indicano un salto di qualità. Le mobilitazioni di Brescia e Vicenza, l’alta partecipazione di immigrati tutte le manifestazioni sindacali (e non solo) mostrano come ormai essi siano una parte integrante della classe lavoratrice di questo paese. Gran parte degli immigrati si sono inseriti nel tessuto produttivo, sono a stretto contatto con i lavoratori italiani, si iscrivono al sindacato, partecipano agli scioperi. L’unità nella lotta è il terreno decisivo per costruire una risposta efficace alle campagne xenofobe della destra, in Italia come in Europa, campagne alle quali l’approccio del centrosinistra, che abbina la linea del “controllo dei flussi” con proposte caritatevoli di facciata, è del tutto incapace di porre un argine.

Se è chiaro che l’associazionismo degli immigrati ha giocato e gioca un ruolo significativo in queste mobilitazioni, è altrettanto chiaro che queste lotte possono avere uno sbocco vincente solo se si integrano nella lotta più generale dei lavoratori, delle quali possono essere un importante fermento.

Dobbiamo investire fortemente su queste mobilitazioni, facendo della radicalità espressa da molti immigrati un punto d’appoggio per fare avanzare programmi e posizioni più combattive nel movimento sindacale, che in passato ha pienamente appoggiato (come del resto lo stesso Prc) la legge Turco-Napolitano. Al tempo stesso l’unità fra italiani e immigrati è un ponte decisivo verso le masse oppresse dei paesi del “terzo mondo”.

 

14. I nostri compiti nelle lotte studentesche

 

Il clima generale di mobilitazione non tarderà ad influenzare anche le scuole. In autunno abbiamo assistito ad un primo risveglio delle mobilitazioni studentesche con epicentro a Roma. Quella situazione però non si è generalizzata a livello nazionale. Nel prossimo autunno è all’ordine del giorno la possibilità di un nuovo movimento studentesco.

 

Tra il 1993 ed il 1998 il movimento studentesco delle superiori è sceso più volte in piazza per mobilitarsi contro la privatizzazione dell’istruzione pubblica. Il conto con cui si è chiuso quel periodo è salato: l’Autonomia Scolastica e la parità sono passate. Tutto ciò non è una colpa da attribuire alla generosità con cui si sono battuti gli studenti. Anzi, se non fosse stato per il movimento studentesco, tali misure sarebbero passate diversi anni prima. La realtà è che in quegli anni le strutture egemoni tra gli studenti hanno sottoposto il movimento studentesco soprattutto nelle grandi città ad una ginnastica movimentista: autogestioni e cortei si sono succeduti senza preparazione e prospettiva, con la logica più di impressionare i mass-media che di costruire una presenza duratura nelle scuole. Questa esperienza dimostra quanto per noi non sia solo necessario evocare o rallegrarci della presenza di un movimento ma trovare le vie perchè questo movimento sia vittorioso.

 

Tutti gli altri documenti presentati alla Conferenza spiegano la necessità della costruzione dei collettivi studenteschi. Noi non neghiamo questa necessità. Ma limitarsi a dire della necessità di lavorare nei collettivi è ben poca cosa. Collettivi nel movimento studentesco ce ne sono, ce ne sono stati e ce ne saranno. Non è quello che manca. Mancano fondamentale due cose: un programma che dia omogeneità d’azione a tali collettivi ed una struttura nazionale studentesca democratica e basata su un programma combattivo che sia in grado di unificare le singole lotte concentrando gli sforzi del movimento nel punto decisivo al momento decisivo.

 

Un esempio internazionale ci viene in aiuto: la Spagna è appena stata attraversata dal movimento studentesco più grande degli ultimi 15 anni. L’enorme successo delle mobilitazioni e la loro incisività è stata dovuta in grossa parte all’organizzazione nazionale studentesca, che si ispira ad un programma combattivo e al marxismo, il Sindicato de Estudiantes. Il movimento è nato con una mobilitazione convocata nell’ottobre scorso dal Sindicato con 100.000 partecipanti. La contemporaneità della data e la sua portata nazionale ha fatto sì che anche piccoli cortei locali fossero visti dagli studenti come un successo. In seguito altre date a novembre ed a dicembre hanno segnato un allargamento del movimento e non una sua dispersione in mille mobilitazioni isolate. Dialogando dialetticamente con il movimento, ponendo il programma e le scadenze di mobilitazione in votazione nelle assemblee nelle scuole e nelle università, garantendo ad ogni corteo la diffusione di decine di migliaia di volantini che facevano il punto della situazione e proponevano come continuare, il Sindicato ha saputo garantire quasi tre mesi di mobilitazione ininterrotta.

 

Basandosi su tale modello in diverse città i Giovani Comunisti hanno tentato di costruire una struttura che sapesse far fare al movimento studentesco un salto di qualità: i Comitati in difesa della Scuola Pubblica (Csp). Tale è il modello da seguire e non quello di riprodurre nelle strutture studentesche la logica dei Social Forum, di creare, cioè, dei “forum di strutture di movimento” che finiscono per essere degli intergruppi destinati a trovare accordo su pochi punti e a paralizzarsi a vicenda non appena si scende sul concreto della lotta con tutti i problemi complessi che essa pone.

 

Il nostro lavoro nelle scuole va sviluppato in primo luogo in base ad un programma chiaro. I Giovani Comunisti possono radicarsi negli istituti, con una massiccia campagna di propaganda attorno a queste rivendicazioni:

-totale gratuità dello studio (dall’iscrizione a scuola fino ai libri di testo ed ai mezzi di trasporto)

-raddoppio dei finanziamenti destinati all’istruzione pubblica

-assunzione di tutti i docenti precari e di nuovi docenti per garantire un tetto massimo di 20 alunni per aula

-interruzione immediata qualsiasi convenzione tra privati e scuola pubblica

-per una scuola democratica: abolizione della figura del preside-manager, per sostituirlo con un coordinatore amministrativo eletto tra il corpo docente dagli studenti e dal personale docente e non docente

-ritiro di tutte le leggi approvate dal 1995 in poi in materia d’istruzione (parità, Autonomia Scolastica ecc.)

-per una scuola laica: abolizione dell’ora di religione

-se mancano i soldi o le strutture per garantire tutto questo, si taglino le spese militari o si nazionalizzino senza indennizzo degli istituti privati.

-rifiuto della Riforma Moratti: no al doppio binario

-gli stage devono essere retribuiti e controllati dalle rappresentanze sindacali e studentesche

 

La teoria e la pratica della “disobbedienza” hanno contribuito a sradicare i Gc da un intervento sistematico nel movimento studentesco. È anche grazie ai nostri errori passati se strutture come l’Uds o la Sinistra giovanile, che negli scorsi anni si erano fortemente screditate per il loro appoggio al ministro Berlinguer, oggi riconquistano terreno fra i giovani, sfruttando anche l’appoggio e il prestigio della Cgil.

 

Nella prospettiva di una mobilitazione studentesca di massa nella prossima fase, quindi, sarà decisivo non solo avanzare un programma corretto, ma anche proporre e praticare una strutturazione democratica del movimento, proponendo la formazione di coordinamenti rappresentativi e democratici, basati sulle assemblee d’istituto, come terreno comune di dibattito e di organizzazione del movimento all’interno del quale possano confrontarsi le diverse proposte politiche. La tradizione tipica, ad esempio, del movimento studentesco francese di costruire coordinamenti di rappresentanti eletti e revocabili in qualsiasi momento delle assemblee ci pare un riferimento indispensabile da avanzare nelle fasi di mobilitazione di massa, tanto più in presenza di diverse organizzazioni studentesche nella sinistra e della necessità di coniugare l’unità nella lotta contro i progetti della destra alla massima democraticità del confronto all’interno del movimento studentesco.

Di fronte all’emergere di altre strutture studentesche di sinistra, fra le quali si collocano anche quelle legate alla “sinistra moderata”, è decisiva l’applicazione del fronte unico, ossia dell’unità nella lotta, senza confondere programmi, concezioni e organizzazioni ma puntando ad ottenere la mobilitazione più vasta all’interno della quale fare avanzare le nostre proposte. Tutte le altre posizioni, siano queste quelle della “azioni simboliche” che nei fatti coinvolgono solo chi è già vicino a noi, o le dichiarazioni roboanti della volontà di “cacciare” queste organizzazioni dal movimento studentesco, portano in realtà ad abbandonare il campo, consolandosi con dichiarazioni altisonanti, e spalancando la strada a un’egemonia moderata nelle lotte future.

 

 

15. Università: le possibilità di un futuro movimento

 

Dopo la sconfitta del movimento della Pantera nel 1990 nelle università italiane abbiamo assistito a 10 anni di riflusso interrotti da mobilitazioni isolate. Anche su questo terreno però si registra una inversione di tendenza. Nella primavera del 2001 c’è stata la lotta alla Sapienza di Roma. Nel corso del 2002 abbiamo assistito a situazioni di fermento in alcune facoltà di Sassari, Milano, Napoli. In più d’un ateneo comunque sorgono nuovi collettivi o avvengono piccoli episodi che segnalano lo scontento tra gli studenti. Nel prossimo periodo i motivi che potranno scatenare la rabbia studentesca si potrebbero moltiplicare: aumenti delle tasse dovuti a bilanci in rosso degli atenei, numeri  chiusi, riduzione degli appelli e altre misure volte ad aumentare la selezione, sovraffollamento delle lezioni, chiusura delle bilbioteche, creazione delle lauree specialistiche con condizioni capestro ecc. È evidente che ci sono le possibilità per un futuro movimento universitario. Attenderlo non ci basta. Dobbiamo prepararlo.

Alcune rivendicazioni essenziali da avanzare sul terreno universitario sono:

-gratuità dell’iscrizione universitaria in base al raddoppio dei finanziamenti all’università pubblica

-abolizione del sistema a crediti universitari

-aumento degli appelli d’esame portandoli a 13 in tutte le facoltà a livello nazionale

-potenziamento delle strutture ed apertura serale dei corsi e delle biblioteche per chi studia e chi lavora

-raddoppio degli alloggi universitari

-tutti i libri di testo inseriti nei programmi d’esame devono essere forniti gratuitamente in prestito dagli atenei

-annullamento di qualsiasi convenzione con le imprese

-ritorno alla gratuità delle mense universitarie e gratuità dell’accesso ai trasporti pubblici

-abolizione dei numeri chiusi

-borse di studio per tutte le famiglie al di sotto del reddito medio che ne facessero richiesta.

 

Dieci anni di riflusso nelle università hanno lasciato ben poco delle precedenti strutture studentesche. Un lavoro sistematico di spiegazione, propaganda e organizzazione fra i settori più sensibili alle nostre posizioni è una premessa indispensabile per affrontare la prossima fase. Nonostante il riflusso del movimento universitario, il corpo studentesco è stato fortemente attraversato dalla mobilitazione per Genova, contro la guerra in Afghanistan: esiste un settore di studenti aperto alla discussione politica, giovani che in futuro giocheranno indubbiamente un ruolo significativo nella lotta per difendere e allargare il diritto allo studio universitario, duramente compromesso negli anni scorsi, e che in futuro sarà oggetto di nuovi attacchi.

Un lavoro di intervento politico sui grandi temi della nostra epoca può e deve affiancarsi alla costruzione di un intervento sui temi del diritto allo studio nell’università, terreno questo che è stato quasi completamente abbandonato dai Gc negli scorsi anni e che è stato affrontato in modo clientelare dalle organizzazazioni di destra ma che domani potrebbe essere impugnato dall’Udu o da altre strutture studentesche di sinistra per orientare in chiave moderata le future mobilitazioni nell’università.

 

 

16. Quale critica allo stalinismo?

 

Se la partecipazione ai movimenti è parte essenziale della formazione di una coscienza rivoluzionaria, è altrettanto vero che questa di per sé non è sufficiente. Respingiamo apertamente la logica di chi vuole ridurre i Gc (e in realtà il Prc tutto) al partito del “fare”, che presuppone in realtà la distinzione tra chi “fa” e chi “pensa”. Una nuova generazione di comunisti può e deve formarsi non solo nelle lotte e nelle piazze, ma anche in un dibattito collettivo e sistematico che porti alla riscoperta delle migliori tradizioni rivoluzionarie del marxismo e del comunismo. Tanto più rivendichiamo come essenziale questo dibattito e questa formazione politica oggi, dopo che il recente congresso nazionale del Prc ha proclamato la “rottura con lo stalinismo”. Una rottura necessaria ma da cui vengono tratte conseguenze politiche e teoriche scorrette.

 

Così come nelle lotte è indispensabile riscoprire la tradizione dei movimenti passati, dal Biennio rosso all’Autunno caldo, anche nel campo delle concezioni teoriche ci sembra indispensabile partire da uno studio approfondito dell’elaborazione di oltre 150 anni del pensiero marxista. Non ci convince una critica dello stalinismo che muove dalla cancellazione della rivoluzione d’Ottobre e che vede nello stalinismo stesso la conseguenza di un “peccato originale” di Lenin e dei bolscevichi, il peccato cioè di aver condotto una rivoluzione e di aver lottato per la conquista del potere politico.

 

Da un punto di vista sociale e politico, lo stalinismo rappresentò un fenomeno di reazione contro le conquiste dell’Ottobre. All’internazionalismo leninista si sostuiva il “socialismo in un paese solo”, all’egualitarismo rivoluzionario subentrava il privilegio burocratico (fino alle estreme conseguenze con gli avvenimenti del 1989-91, quando gli ultimi eredi della burocrazia divennero i principali promotori della restaurazione capitalistica in Urss), alla democrazia proletaria nel partito e nei soviet seguivano decenni di repressione e di conformismo burocratico.

Lo sterminio della quasi totalità dei dirigenti e dei militanti che avevano guidato la rivoluzione del 1917 sancì nel sangue di una generazione di rivoluzionari, massacrati nelle “purghe” e nei processi farsa degli anni ‘30, la rottura con la vera tradizione bolscevica.

 

La critica propostaci dall’ultimo congresso del Prc nonostante si rivolga apparentemente contro lo stalinismo, in realtà prende di mira alcune concezioni fondamentali del marxismo: la rottura rivoluzionaria, la lotta per il potere, il ruolo del partito. Si tratta di una critica che apre implicitamente le porte alla concezione socialdemocratica e liberale secondo la quale “ogni rivoluzione termina in una dittatura”. La nostra opposizione allo stalinismo si basa invece sulla lotta politica e sulle elaborazioni teoriche di quei comunisti che, a partire da Trotskij e dall’opposizione di sinistra, lottarono fino in fondo, pagando con la vita, per difendere e riaffermare le concezioni rivoluzionarie del bolscevismo contro quella degenerazione. Respingiamo apertamente l’idea che lo stalinismo sia stato in qualche modo una conseguenza delle concezioni leniniste e della “lotta per il potere”.

I Gc si impegnano a proseguire il dibattito sui temi dell’eredità del Novecento come momento indispensabile di formazione collettiva e di sviluppo delle nostre concezioni teoriche.

 

17. Radicamento e democrazia nei Giovani comunisti

 

Va invertita alla radice la gestione che ha caratterizzato i Gc in questi anni. Alla prova dei fatti le concezioni più “movimentiste” e “libertarie”, che hanno dominato il gruppo dirigente nazionale uscente, hanno condotto a una gestione antidemocratica, nella quale non vi era alcuna garanzia del dibattito interno. Lo stesso Coordinamento nazionale è stato espropriato del diritto di discutere le scelte fondamentali da proporre ed è stato ampiamente rimaneggiato col sistema delle cooptazioni, questa stessa conferenza nazionale si riunisce dopo una serie di rinvii che l’hanno posticipata di quasi due anni rispetto alla scadenza statutaria.

I Gc possono e devono strutturarsi maggiormente, anche a livello di circolo e di territorio. Tuttavia questo non può portare alla “settorializzazione” degli interventi e alla creazione di strutture puramente tematiche, che negano alla radice la nostra ragione di esistere, ossia la necessità che un’organizzazione comunista dia ai propri militanti quella visione complessiva, quella formazione politica e quella capacità di intervento multiforme che sola può dare le basi a una militanza duratura.

Si deve ristabilire il rispetto delle scadenze del dibattito interno, dalla conferenza nazionale fino alle strutture periferiche, garantendo un’ampia circolazione ai materiali e alle diverse proposte in discussione.

Si deve avviare una riflessione sul problema dell’autofinanziamento e dell’apparato. Attualmente i Gc non svolgono attività di autofinanziamento, né hanno un proprio apparato. Questo significa che quei compagni che possono dedicarsi alla militanza a tempo pieno sono in questa condizione o perché scelti dagli organismi di partito, o perché inseriti in ambiti istituzionali locali, vuoi come rappresentanti, vuoi come funzionari dei gruppi comunali, provinciali, regionali, ecc.

Si tratta di una situazione fortemente distorta, alla quale si deve rispondere con la selezione, attraverso un dibattito democratico fra i Gc, di un apparato, per quanto ridotto, che sia sottoposto a un reale controllo politico da parte degli iscritti. La necessità di autofinanziamento interno e soprattutto esterno si impone sia per rendere praticabili queste scelte, sia perché la capacità di autofinanziamento costituisce un banco di prova significativo della capacità di radicamento e del rispetto che sappiamo conquistarci verso i nostri interlocutori.

Il timore che queste scelte mettano in discussione il legame dei Gc con il Prc è infondato; poiché il nostro legame con il partito non può essere basato su una dipendenza finanziaria e organizzativa, ma deve costruirsi nell’elaborazione comune nei circoli, nelle federazioni e nell’intervento esterno.

L’emergere nelle lotte di una nuova generazione ci offre l’opportunità straordinaria di radicare e far crescere le idee comuniste e rivoluzionarie nei movimenti e nel nostro stesso partito. Siamo convinti che il dibattito di questa conferenza, se verrà condotto in modo scrupoloso e centrato sugli argomenti e le diverse proposte politiche che vengono avanzate, senza conformismi di sorta e senza cedimenti ai preconcetti, costituirà un passo avanti importante per dare una risposta all’altezza dei compiti che la nuova fase storica apre di fronte a tutti noi.

 

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