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La rivolta di popolo

 

L’Iraq è in fiamme. Gli sciiti, quella parte della popolazione che l’amministrazione americana aveva indicato come possibile alleato per il dopo-guerra, è invece entrata in lotta approfondendo e generalizzando la resistenza irachena. A Nassirya, Amarah, Kut, Najaf, Kerbala, Sadr City e in altre città del Sud, le truppe della coalizione hanno ingaggiato violenti scontri con le milizie al Mahdi e con la popolazione che le sosteneva. Gia più volte abbiamo detto che se le forze Usa si trovavano in difficoltà di fronte al movimento di guerriglia, questo era dovuto principalmente al carattere popolare di questo movimento, al sostegno di cui la guerriglia si poteva avvalere fra le masse irachene.

Ciò che è accaduto dopo il 4 aprile ha ulteriormente accresciuto la partecipazione di massa al movimento contro l’occupazione: non è più solamente una guerriglia, ma assistiamo ad una vera e propria insurrezione generale, cosa che rende la situazione in Iraq ancora più ingovernabile per le autorità di occupazione. Chi è sceso per le strade non era solo il guerrigliero, ma il disoccupato, il lavoratore, il contadino le cui condizioni di vita sono incredibilmente peggiorate dopo l’intervento militare. Un uomo di Falluja, intervistato dall’Indipendent ha detto: “Eravamo contenti quando gli Americani mandavano via il miserabile regime di Saddam, ma oggi la nostra vita è peggiorata da quando loro governano a Baghdad”. Non è quindi un caso se le sommosse sono state anticipate da grandi manifestazioni di massa di disoccupati a Bassora che per ben due volte sono giunti ad occupare il palazzo del governatorato locale.


Gli sciiti


Ma perché l’imperialismo Usa considerava gli sciiti un proprio alleato strategico in Iraq? La popolazione sciita è stata costantemente repressa dal passato regime di Saddam Hussein il quale non ha esitato ad utilizzare gas tossici per soffocare le rivolte di Najaf e Kerbala alla fine della prima Guerra del Golfo nel 1991. Sulla base di queste considerazioni le autorità di occupazione, all’indomani della caduta di Baghdad, avevano prontamente coinvolto il notabilato sciita nel governo del “nuovo Iraq”, avviando perciò una politica di distensione con il regime dell’Iran legato allo Sciri (Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica), principale partito degli Sciiti iracheni. Lo Sciri venne quindi invitato ad entrare con un proprio esponente nel Consiglio Provvisorio guidato dal viceré Bremer. In questo modo l’amministrazione americana riteneva di poter contare sul sostegno, o quantomeno sulla non aperta ostilità, della maggioranza della popolazione irachena. Assieme allo Sciri e alle altre forze politiche collaborazioniste, le autorità di occupazione sono dunque passate a discutere del progetto che l’amministrazione americana ha sempre avuto in serbo per l’Iraq: la tripartizione del paese in tre diverse entità statali, una curda al nord, una sciita al sud, una sunnita nel mezzo. Per giungere a questo obiettivo, gli occupanti sono arrivati ad avallare persino le operazioni di pulizia etnica che i partiti nazionalisti curdi hanno cominciato a perpetrare nei confronti delle popolazioni arabe e turcomanne di Kirkuk. Ma lo stesso clero sciita si è dimostrato interessato ad una spartizione dell’Iraq su basi etniche e religiose, ed anche fra i sunniti, sebbene le condizioni siano più complicate, diversi sono stati gli esponenti ex-baathisti, che pure facevano parte del passato regime, che si sono dichiarati pronti a collaborare per il “nuovo Iraq” se questo poteva salvare loro la pelle e garantire loro alcuni privilegi.


Lo spettro della guerra civile


Solo questo sarebbe sufficiente a smascherare l’ipocrisia di quanti, anche a sinistra, si dicono contrari al ritiro immediato delle truppe sventolando l’argomento in base al quale esso farebbe precipitare l’Iraq verso una guerra civile. E’ vero invece il contrario: proprio le truppe della coalizione hanno in questi mesi soffiato sull’odio inter-etnico seguendo quella strategia che già fu vincente nei Balcani e che portò alla distruzione della Jugoslavia. Se quindi in Iraq si aggira lo spettro della guerra civile, questo lo si deve solo alla politica criminale di Bush e Blair e al loro tentativo di mettere le mani sulla “torta irachena” dividendola in più fette e indebolendo quindi la resistenza all’occupazione in un contesto di guerra civile. Così come è responsabilità dell’intervento militare se oggi in Iraq si è potuto installare un nucleo di Al Qaeda. L’invasione ha infatti aperto le porte a gruppi islamici come Al Qaeda che prima non erano presenti in Iraq. Questi gruppi, la cui numerosità e appositamente esagerata dai mass-media, ma che nell’opinione di molti analisti sono assolutamente minoritari, hanno mostrato una terrificante convergenza tattica con gli obiettivi dell’imperialismo rendendosi responsabili di diversi attentati terroristici contro civili sciiti e curdi.


Un movimento di liberazione nazionale


Questi tentativi sono tuttavia crollati come un castello di carte con l’entrata in scena delle masse irachene. Non appena la rivolta è scoppiata nel sud del paese, in tutte le città, da Baghdad a Bassora, Sunniti e Sciiti si sono spontaneamente uniti nella lotta contro il comune nemico. Da Baghdad una marcia composta da Curdi, sciiti e sunniti si è mossa verso Falluja dove l’assedio militare degli Americani ha provocato la morte di 600 iracheni. Ci sono state proteste pacifiche in sostegno alla resistenza armata anche in città del nord come Mosul e Rashad e nella regione curda. Anche la polizia irachena, nata come forza collaborazionista per volontà degli occupanti, non ha esitato a schierarsi, sulla base della pressione delle masse, dalla parte della resistenza, ammutinandosi in quasi tutte le città del sud.


Moqtada al Sadr, leader delle milizie sciite, ha rivolto un appello agli iracheni per una lotta comune per l’indipendenza nazionale e, come pure non ha potuto evitare di far notare la Tv, le bandiere verdi del movimento islamico sono state sostituite dalle bandiere dell’Iraq. Ciò è spiegabile solo sulla base della partecipazione popolare di massa. Più volte abbiamo chiarito come in una situazione di ascesa della lotta, un movimento non può essere egemonizzato dalle idee settarie e reazionarie del fondamentalismo islamico, perché questo tende a dividere anziché unire le masse popolari che oggi si orientano velocemente verso le idee del nazionalismo arabo, idee che oggi consentono al popolo iracheno di superare le differenze nazionali, linguistiche e religiose e di combattere come un sol uomo contro l’occupazione imperialista.


Ciò è vero al punto tale che la stessa figura di Moqtada Al Sadr risente di questo clima generale. Infatti Al Sadr, pur essendo un imam, si discosta decisamente dal ruolo tipico del leader religioso conservatore, giungendo ad interpretare, seppure in modo distorto, i sentimenti delle masse. Oltre ad aver fatto un appello all’unità “fra tutti gli iracheni”, prescindendo quindi dall’aspetto religioso, ha rivolto anche un appello al popolo americano esortandolo a lottare contro il loro governo responsabile della sofferenza di un popolo. Allo stesso tempo ha spiegato come la lotta del popolo iracheno fosse parte della lotta per la liberazione del popolo palestinese e di tutti gli oppressi vittime dell’imperialismo americano. Non è un caso se queste esternazioni hanno irritato non poco la cricca reazionaria che siede a Teheran che ha invitato la popolazione sciita alla calma tentando una mediazione decisamente mal riuscita.


Tutto questo non sarà certo socialismo, ma testimonia degli sviluppi veloci che si hanno nella situazione politica in Iraq. Una genuina lotta di liberazione nazionale di tutti gli iracheni aprirà le porte ad una situazione rivoluzionaria in tutta la regione medio-orientale, oggi schiacciata dal pugno di ferro imperialista e da regimi particolarmente reazionari come quello israeliano, saudita, iraniano. Qui in Italia il movimento operaio deve opporsi fermamente all’occupazione criminale dell’Iraq e chiedere il ritiro immediato delle truppe dal suolo iracheno.


Si parla, per certi aspetti giustamente, dell’Iraq come del “Vietnam di Bush”. Ma una differenza importante rispetto al Vietnam c’è. Gli Usa poterono facilmente lasciare il Vietnam, non prima però di aver subito pesanti perdite militari. Oggi, invece, per l’imperialismo americano il controllo militare nella regione medio orientale è vitale per i suoi interessi di potenza capitalista egemone e non mollerà così facilmente la preda. Solo una lotta rivoluzionaria, in Iraq e qui, potrà mettere fine all’orrore a cui ogni giorno assistiamo in Medio Oriente.

 

Basta con l’occupazione!

Via i governi di guerra!

Né Usa, Né Onu, libertà per il popolo iracheno!

 

18/04/2004
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