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I comunisti devono appoggiare la resistenza irachena!

 

Il congresso del partito si svolge in un contesto internazionale caratterizzato da grande instabilità politica. L’imperialismo Usa sta incontrando enormi difficoltà nella guerra irachena. Oltre al petrolio, fra i piani di Washington che avevano portato ad intraprendere questa impresa militare, c’era la volontà di ribadire con l’utilizzo della forza la propria egemonia mondiale.

Tuttavia, a più di un anno dalla caduta di Saddam, gli imperialisti non controllano il paese, stanno subendo numerose perdite di soldati e non riescono a sfruttare appieno l’utilizzo delle risorse naturali dell’Iraq per via degli attacchi ai pozzi petroliferi portati avanti dalla resistenza irachena.


Nonostante la vittoria elettorale di Bush, la guerra fra la popolazione americana è sempre più impopolare. Anche fra l’esercito Usa sta iniziando a crescere un certo malcontento e i soldati americani cominciano ad alzare la testa contro il governo criminale che li ha mandati a combattere per una guerra ingiusta, come dimostra la recente critica a Rumsfeld dei marines in Kuwait diretti in Iraq.


L’egemonia dell’imperialismo Usa è messa in discussione. La politica aggressiva di Bush va letta non come una manifestazione di forza, ma invece come un tentativo di riaffermare un primato ormai sempre più traballante.


L’operazione mediatica che mira ad identificare la resistenza irachena con il terrorismo risulta sempre più inefficace. Le azioni dei terroristi reazionari di Al Qaeda, per quanto appariscenti e largamente sfruttate dalla propaganda di guerra, non sono che una minima parte di quanto avviene sul campo in Iraq. La resistenza irachena è un’altra cosa e coinvolge migliaia di militanti con un appoggio di massa nella popolazione.


I comunisti, senza tentennamenti devono appoggiare la resistenza irachena, spiegando come la lotta di liberazione si deve unire ad una lotta rivoluzionaria per la piena emancipazione dei lavoratori e delle masse oppresse. Una direzione marxista all’interno del movimento di liberazione in Iraq deve favorire l’unificazione di questi due aspetti. Mentre si combattono gli occupanti si deve portare avanti una serie di scioperi e manifestazioni che puntino all’autogestione operaia dei pozzi petroliferi e dell’intera economia. Per fare ciò sarebbe necessario ripristinare la tradizione dei consigli operai, che presero vita in Iraq nei periodi rivoluzionari.


Etichettare la lotta degli iracheni come una “resistenza con la erre minuscola” è un fatto grave. Decine di migliaia di iracheni stanno combattendo per cacciare gli eserciti occupanti: può un partito comunista fare finta di niente e girare le spalle ad una lotta di liberazione? Una posizione “pacifista” in Irak significa, anche se in maniera indiretta, favorire il mantenimento dell’occupazione americana, dire ai ribelli iracheni che la loro lotta è inutile, manifestare la propria sfiducia nell’autogoverno dei popoli arabi.


Dire, come è siglato nell’accordo con la Gad dell’11 ottobre, che siamo disposti a mandare in Irak un contingente internazionale di truppe di “pace”, è una presa di posizione che ci allontana da un aperto sostegno alla lotta per la liberazione dell’Irak e dalla richiesta del ritiro immediato delle truppe che abbiamo difeso nel movimento contro la guerra.


Qualsiasi tentativo da parte dell’imperialismo di fuoriuscita graduale e concordata dall’Iraq, sulla base di ipotetiche risoluzioni Onu con relative “conferenze di pace” non può che tradursi in un nuovo inganno ai danni del popolo iracheno e nell’instaurazione di un protettorato sulla linea di quanto avvenuto in Bosnia, Kosovo e Afghanistan.


Tutto questo in un momento in cui la vittoria della rivoluzione araba è possibile proprio per il fallimento della politica americana in Iraq, uno dei principali fattori che negli ultimi decenni aveva impedito lo sviluppo dei processi rivoluzionari su vasta scala, particolarmente nei paesi sottomessi all’imperialismo.

 

Liberazione, 2 gennaio 2005
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