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A distanza di 14 anni si è tenuto finalmente il 6° Congresso del Partito comunista cubano. È il congresso in cui Fidel Castro lascia ogni carica nel partito per passare definitivamente la mano a suo fratello Raúl, da sempre rappresentante dei militari a Cuba. Non a caso nel nuovo burò politico su 15 membri ben 7 sono militari. Anche se per la prima volta si è introdotto il criterio dei due mandati di 5 anni, oltre i quali nessun dirigente può occupare responsabilità di partito, il criterio non è retroattivo e già oggi l’età media della direzione è attorno ai 70 anni. A dimostrazione di come il problema del ricambio generazionale e dell’apatia dei giovani verso la politica, resti uno dei problemi fondamentali oggi a Cuba.

A giudizio di alcuni “entusiasti” il congresso avrebbe raggiunto i suoi obiettivi fondamentali, di indirizzare l’isola verso il socialismo.

Tra i tanti osservatori di casa nostra citiamo la rivista Nuestra America: “…abbiamo creduto utile proporre una cronaca quotidiana dei giorni del Congresso, che rispettasse il lavoro dei compagni cubani fornendo notizie non manipolate o falsificate, come purtroppo è tradizione e costume degli organi di informazione nostrani… Ci accontentiamo di salutare i nemici e i detrattori della Rivoluzione Socialista Cubana, con l’affermazione del Primo Segretario del Partito, il compagno Raúl, al quale già in questa sede formuliamo i più fraterni auguri e la nostra totale vicinanza, che ha dichiarato “di assumersi la responsabilità di continuare a migliorare il nostro socialismo e non permettere mai il ritorno del regime capitalistico”.

Ci piacerebbe che le cose stessero così, che la rivoluzione fosse al sicuro da ogni pericolo, ma ci permettiamo di esprimere forti dubbi al riguardo.

Il dibattito congressuale

Nella relazione Raùl Castro ha precisato che dei 291 punti originali, 94 hanno mantenuto la stesura originale, 181 sono stati modificati, mentre 16 sono stati fusi con altri e 36 aggiunti, portando il totale a 311. Difficile comprendere però i criteri, visto che il principio di fondo era: “di non far dipendere la validità di una proposta dalla quantità di opinioni che l’hanno appoggiata”.

Nei fatti, non esisteva nel congresso, la possibilità di presentare emendamenti che potessero prendere una maggioranza capovolgendo la stesura iniziale, né tanto meno piattaforme alternative. Tutto è stato gestito dall’alto e nei fatti il congresso si è trasformato nella migliore delle ipotesi in un atto in cui i vertici del partito consultano la base o meglio l’intero popolo cubano… se si considera che il dibattito, a dire della commissione congressuale, avrebbe coinvolto 9 milioni di cubani in oltre 163mila congressi di base, con circa 3 milioni di interventi!

Il che vorrebbe dire l’intera popolazione cubana, con buona parte dei bambini visto che Cuba conta solo 11 milioni di abitanti. Sono cifre improbabili, che ricordano la propaganda di un regime, più che la realtà di un’autentica democrazia socialista, visto che stiamo parlando di un congresso del partito e non di una consultazione elettorale.

Lineamenti economici

Come è noto il congresso si è centrato sulle questioni economiche e sui problemi che attanagliano il paese. Andiamo così ad analizzare le soluzioni proposte dal gruppo dirigente del Pcc.

Il congresso nei fatti è stato aperto nel novembre del 2010 quando sono state presentate le linee di politica economica e sociale (Proyecto de Lineamientos de la Politica economica e social).

Tra le misure annunciate il taglio di 500mila posti di lavoro nel settore pubblico, come parte di un processo di riduzione di un milione e mezzo di posti di lavoro. Da tenere in conto che l’85% dei lavoratori cubani – circa 5 milioni – sono oggi impiegati nel settore statale.

L’idea base è che questi lavoratori debbano passare al settore non statale. Questo si farebbe attraverso un incremento delle licenze per lavoratori autonomi (cuentapropistas).

Per chi perderà il posto di lavoro il sussidio di disoccupazione coprirà al 100% solo per un mese, successivamente si ridurrà al 60% per un periodo che va da un mese (per chi ha lavorato meno di 19 anni) a cinque mesi (per chi ha più di 30 anni di lavoro). Chi resterà al lavoro vedrà il salario legato alla produttività.

Sfogliando le pagine dei lineamenti economici si può vedere come si insiste molto rispetto alla necessità di “ridurre le spese sociali”, le “gratuità ingiustificate” e i “sussidi eccessivi”, ma non si troverà una sola parola sui lavoratori, e persino sui sindacati, che pure sono la cinghia di trasmissione dell’apparato dello Stato verso i lavoratori cubani.

In 32 pagine di testo del documento congressuale la parola socialismo appare solo 3 volte, mentre la parola burocrazia non viene mai menzionata.

Non si spiega inoltre, chi sceglierà e con quali criteri, quel 20% della popolazione attiva che sarà dichiarata “disponibile” e pertanto perderà il posto di lavoro. Gli organi di democrazia popolare, di controllo e pianificazione, brillano semplicemente per la loro assenza.

Altrettanto incredibile il fatto che non ci sia alcun riferimento all’economia mondiale. Nel documento congressuale di un partito che guida un paese che si considera socialista, nel mezzo della più grave crisi del capitalismo mondiale dal 1929! Se non altro per valutare i pericoli politici e sociali che una maggior apertura ai mercati mondiali può comportare nell’isola.

Non si prepara il partito e i lavoratori ai pericoli che derivano dal rafforzamento dei settori pro-capitalisti nel paese e nell’apparato dello Stato, né si fissano prospettive per il futuro.

È del tutto ovvio che la brutale aggressione imperialista e la crisi mondiale (che ha effetti sulle rimesse degli immigrati e sul turismo cubano, oltre che sull’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari) può costringere il paese a retrocedere abbandonando alcune conquiste storiche della rivoluzione, ma se un passo indietro è necessario, non è mai stato il metodo di Lenin, quello di nascondere la verità alla base o peggio abbandonare i successi sul terreno dell’eguaglianza sociale raggiunti nel passato per dichiararli oggi come negativi.

Raúl nel congresso ha commentato l’abolizione della tessera annonaria (libreta de abastecimiento), che esisteva dal lontano 1962 e dava la possibilità ai cubani di ricevere i prodotti basici a basso costo, come l’abbandono dell’idealismo applicato all’economia in quanto generava sprechi: “dava persino ai bambini una razione di caffè e costringeva a fumare i non fumatori rovinando loro la salute”.

Solo una burocrazia privilegiata, che beneficia da sempre dei negozi riservati alla nomenclatura, che non conosce la realtà in cui vivono i lavoratori cubani, può usare argomenti così grossolani come quello che la libreta disincentiva al lavoro. Nessuno a Cuba potrebbe vivere con ciò che fornisce la libreta, la realtà è che neanche possedendo un lavoro si riesce a campare decentemente, se non ci si procurano entrate speciali.

Maggiori disuguaglianze

Alcuni dei punti dei lineamenti violano persino la lettera e lo spirito della Costituzione, approvando il lavoro salariato per i privati e la vendita di proprietà a stranieri per 99 anni.

Queste misure minacciano di accrescere le disuguaglianze nel paese, sviluppare l’accumulazione del capitale privato, minando seriamente l’economia pianificata.

Il pericolo principale a Cuba non proviene da un po’ di taxisti, parrucchieri e lucida-scarpe privati ma dalla penetrazione massiccia del capitale internazionale, che viene favorita dalle scelte del gruppo dirigente, ratificate in questo congresso.

C’è un forte movimento tra gli economisti cubani a favore di abbandonare l’economia pianificata e introdurre meccanismi di mercato a tutti i livelli. Nei fatti si sta proponendo la via cinese, anche se per le recenti critiche fatte da Fidel al modello cinese, tra gli intellettuali di sinistra si preferisce parlare di “modello vietnamita”.

Indipendentemente da come chiamano il loro modello i propositi sono chiari: “Lo Stato non deve pianificare l’economia, ma piuttosto regolarla”.

Ma aldilà del contenuto sociale profondamente negativo anche dal punto di vista economico è del tutto evidente che il modello cinese è inapplicabile a Cuba.

Cuba è una piccola isola con una popolazione ridotta e poche risorse, la base industriale dell’isola è poverissima (meno del 15% del Pil cubano viene dall’industria, dalla costruzione e dall’estrazione).

La Cina ha invece un territorio vastissimo con un miliardo e trecento milioni di abitanti, moltissime risorse e una forte base industriale. L’enorme classe contadina cinese ha offerto alle imprese capitaliste una riserva di mano d’opera a basso costo quasi infinita, con operai che lavorano in condizioni di semi-schiavitù. L’unica cosa tra queste di cui dispone Cuba sono i bassi salari.

Una Cuba in cui viene restaurato il capitalismo non somiglierebbe né alla Cina, né al Vietnam, ma piuttosto a El Salvador o al Nicaragua dopo la vittoria della controrivoluzione. Si tornerebbe a una situazione simile a quella prima del 1959, una condizione di miseria, degrado e dipendenza semi-coloniale. Non c’è futuro a Cuba né per i lavoratori, e neanche per buona parte della burocrazia. Dato il contesto, difficile pensare a una restaurazione “fredda” come quella avvenuta nell’Europa orientale dove tutta la vecchia burocrazia dei partiti comunisti si è sostanzialmente riciclata nel capitalismo.

Come disse una volta la compagna Celia Hart: “Cuba o è socialista, o non è”.

Cuba e il Venezuela di Chavez

Dall’attuale gruppo dirigente del Partito comunista cubano il socialismo viene concepito come un sistema di distribuzione più o meno equo dei mezzi di consumo, nello stile dei socialdemocratici, non come una nuova forma di organizzazione della produzione.

La principale meta che il governo si propone è quella di rimettere in pari il bilancio – cosa molto in voga nelle economie capitaliste per garantire le elevate spese dello Stato e dei burocrati.

Le misure enunciate tendono a facilitare l’investimento straniero e il capitalismo privato di medie dimensioni. La proprietà delle imprese statali si tende a condividerla sempre più con le società straniere (jointventure), in un progressivo processo di privatizzazione.

Non respingiamo sul piano teorico, che uno Stato in transizione verso il socialismo, possa convivere per un periodo con una certa dose di piccolo e medio capitalismo privato o che si contrattino investimenti stranieri che portino capitali e nuova tecnologia, ma mettere queste forme di produzione al primo posto per ottenere lo “sviluppo socialista del potere”, è tutt’altra questione.

Soltanto ponendo i mezzi di produzione sotto il controllo democratico dei lavoratori ed estendendo la rivoluzione agli altri paesi dell’America Latina sarà possibile avanzare verso una società socialista.

Nella relazione di Raúl sono stati pochissimi i riferimenti alla situazione internazionale, se non per dire che è pericolosa, ma che comunque Cuba “ha buone relazioni con 101 paesi nel mondo”. A dimostrazione di come l’internazionalismo di Lenin e di Che Guevara sia stato da tempo sostituito con la diplomazia di tipo borghese.

Il richiamo alla rivoluzione venezuelana, che pure fornisce la gran parte delle entrate dello stato cubano (in cambio dell’invio di 30mila medici), è stato generico e per nulla caloroso, anche se Chavez è l’unico capo di stato che viene citato nella relazione.

Per il resto non una parola sul processo rivoluzionario in America Latina, sulle sue difficoltà e contraddizioni o un’analisi sui problemi che incrinano la forza dei movimenti in questa fase (è il caso del Venezuela). Nessuna presa di posizione tra la politica socialista di Chavez e quella di Lula (o di Dilma Roussef).

Ne emerge che Cuba non si schiera nel contesto internazionale, né tanto meno ragiona sul processo di estensione della rivoluzione mondiale, che sarebbe l’unica strada per farla uscire da un oggettivo isolamento.

Viene concepita solo la “via nazionale al socialismo”, non a caso Raúl Castro si è opposto strenuamente alla proposta di Chavez di dar vita alla Quinta Internazionale, spingendo il presidente venezuelano ad abbandonare nei fatti il progetto.

Una svolta a destra?

La conclusione è che l’uscita di scena di Fidel e l’ascesa al potere di Raúl e dei militari sta comportando un brusco giro a destra nella politica cubana. La mentalità ristretta e burocratica che ha sempre caratterizzato in passato personaggi come Raúl Castro, o l’ultra-ottantenne Jose Ramon Machado Ventura (eletto secondo segretario) non porterà Cuba in direzione del socialismo ma nella direzione opposta.

Nel dicembre 2006, in un articolo pubblicato su In difesa del marxismo l’autore di queste righe registrava positivamente come a partire dal 2001-2002 era in corso a Cuba un processo di abbandono delle politiche liberiste che avevano caratterizzato il periodo especial, nei primi anni ’90. Il processo in America Latina cominciato con la rivoluzione ecuadoriana (che aveva aperto il nuovo millennio) seguito dalla rivoluzione argentina, venezuelana e boliviana aveva avuto effetti benefici sulla stessa Cuba.

In questo clima alcuni internazionalisti cubani come Celia Hart, Pedro Campos, Esteban Morales e molti altri sono stati in condizione di difendere le idee dell’internazionalismo e della democrazia socialista, idee che iniziavano a trovare una eco a Cuba tra gli intellettuali, nella gioventù comunista e nel partito.

Il fatto che i libri di Trotskij, di Ted Grant ed Alan Woods avessero libero accesso alla Feria del Libro dell’Avana era parte di un processo che aveva dei riflessi anche negli strati più alti della burocrazia, se si considera che ancora nel 2006 un giovane ministro degli esteri come Felipe Perez Roque, considerato a Cuba un chavista, difendeva l’idea assolutamente corretta e progressista della Federazione socialista di Venezuela e Cuba.

Nel marzo del 2009, a qualche anno dall’uscita dalla politica attiva di Fidel, Raúl Castro ha chiuso i conti con questi settori critici del Pcc.

Felipe Perez Roque e Carlos Lage sono stati cacciati dalle loro cariche e dal partito come traditori della Rivoluzione, Jose Luis Rodriguez è stato sostituito dal proprio incarico ed Esteban Morales è stato espulso dal partito (tra le proteste del suo circolo di base) per aver pubblicato un articolo dal titolo: Corruzione: la vera controrivoluzione?

Mentre negli ultimi anni della sua leadership, poco prima della malattia, Fidel Castro trattava spesso il problema della corruzione e della burocrazia, oggi è tornato ad essere un argomento tabù e il solo parlarne può determinare l’espulsione dal partito.

Non possiamo che prendere atto oggi, che quelle ipotesi ottimistiche formulate cinque anni fa, hanno sbattuto il muso contro la realtà della crisi economica internazionale, del temporaneo arretramento del processo rivoluzionario in America Latina e della crescente pressione dell’imperialismo.

Ne consegue che la rivoluzione cubana è oggi a rischio. La leadership di Raúl Castro e le decisioni assunte dal congresso, aldilà delle intenzioni, spingono Cuba sulla strada del capitalismo, un processo contro il quale ogni rivoluzionario nel mondo deve battersi ma che a Cuba più che in ogni altro paese al mondo solo l’avanzamento della rivoluzione internazionale può impedire.

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