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“La rivoluzione è contagiosa e se qui avessimo vinto, come avremmo potuto, avremmo cambiato il mondo. Ma non ha importanza, il nostro giorno verrà”

da Terra e Libertà,

di Ken Loach

La Rivoluzione spagnola è uno degli avvenimenti più importanti del novecento. Una vittoria della classe operaia avrebbe potuto rappresentare la possibilità di rovesciamento dei rapporti di forza su scala mondiale. La sconfitta di quel processo invece aprì la strada alla Seconda guerra mondiale.

Nella penisola iberica si condensavano tutti i protagonisti della lotta di classe che in quegli anni si sviluppava a livello internazionale. Ogni teoria, ogni organizzazione politica e sindacale così come ogni direzione, sia essa borghese o proletaria, venne messa alla prova.

Possiamo dire senza esitazioni che tra il luglio 1936 e l’aprile del 1939 in Spagna si scrisse la storia dell’intera Europa e che le giornate dell’insurrezione operaia di Barcellona nel maggio ’37 sono uno dei punti chiave di tutta la guerra civile.

L’insurrezione del luglio 1936

La vittoria alle elezioni del Fronte popolare aveva creato un incredibile entusiasmo tra le masse spagnole. Come spesso accade nei processi rivoluzionari la vittoria elettorale, che di per sè non cambia la natura della società, aveva dato ulteriore coscienza della propria forza agli operai ed ai contadini, tracimando in un’ondata di scioperi, occupazioni di terre e di protagonismo operaio.

Un processo rivoluzionario in Spagna era un esempio per i lavoratori di tutta Europa ed il ruolo di direzione che vi giocavano forze antistaliniste come la Cnt anarchica e i comunisti dissidenti del Poum rappresentava un pericolo mortale per la burocrazia sovietica.

Il tentativo di sollevazione militare del generale fascista Francisco Franco nel luglio 1936 aveva visto una risposta rabbiosa da parte delle masse proletarie catalane. Barcellona era insorta schiacciando la sollevazione militare ed imponendo il potere operaio con barricate, scioperi ed occupazioni.

La classe lavoratrice si era impadronita della città dimostrando la sua forza e la sua capacità di gestire la società mentre la borghesia fuggiva lasciando sul campo solo la sua ombra, rappresentata dalle piccole forze che partecipavano al Fronte popolare. Lo sgretolarsi dell’organizzazione statale basata sul dominio della classe padronale generava la costruzione spontanea di Comitati degli operai, dei contadini, dei miliziani e dei marinai. Non vi era fabbrica, quartiere operaio o milizia dove non sorgevano comitati.

In realtà si sviluppava nei mesi seguenti all’insurrezione di luglio un vero e proprio dualismo di potere con i riformisti del Psoe e gli stalinisti del Pce che tentavano di evitare che la rivoluzione facesse un salto di qualità mentre le masse spingevano proprio in quella direzione.

Gli anarchici e il Poum, pur raggruppando i settori più avanzati, non erano in grado di fornire un’alternativa complessiva.

Malgrado i tentativi da parte dei socialisti e degli stalinisti di imbrigliare la voglia di cambiamento mantenendo la “legalità repubblicana”, cioè l’ordine borghese, la dinamica stessa della rivoluzione spingeva in avanti la classe lavoratrice catalana, rendendola indetenibile.

Fu proprio questa dinamica a spingere alla sollevazione militare. Come dichiarava l’esercito ai dirigenti del Pce e del Psoe: “sì, voi vi opponete alla rivoluzione, però non siete capaci di mettere in riga le masse come esigono gli interessi capitalisti. Dato che non riuscite a darci piena soddisfazione, ci pensiamo noi”.

Se i settori reazionari dello Stato spagnolo erano terrorizzati di perdere i loro privilegi, la forza della classe operaia, il suo spontaneismo e gli elementi di democrazia operaia che emergevano in Catalogna rappresentavano un pericolo importante anche per la burocrazia di Mosca.

Un’intera generazione di militanti operai iniziava a subire il fascino della rivoluzione e conosceva da vicino la forza e l’efficacia del controllo dei lavoratori sulla produzione. Sia un settore di militanti anarchici che un settore di militanti del Pce erano alla ricerca di un’alternativa marxista: i primi stanchi dell’incapacità della Cnt-Fai di analizzare la natura dello Stato e i secondi, animati da sincero spirito rivoluzionario, ormai esasperati dalla subordinazione degli interessi del proletariato internazionale agli interessi di Stalin.

è in questo periodo che Stalin lanciò un’offensiva contro i settori che non riusciva a controllare. Fu un’offensiva rivolta contro il Poum e gli anarchici ma anche contro coloro, tra le stesse file delle Brigate internazionali, che non venivano ritenuti pienamente affidabili. A riguardo il 17 dicembre 1936 la Pravda scrisse: In Catalogna è cominciato il ripulisti degli elementi trotskisti e anarcosindacalisti; quest’opera sarà condotta fino in fondo con la stessa energia con la quale fu condotta in Urss”.

Gli agenti di Stalin, con l’attiva collaborazione di Togliatti, iniziarono ad eliminare i dirigenti più capaci e pericolosi per loro. Nel mese di novembre morì in circostanze mai chiarite il leader delle milizie anarchiche Bonaventura Durruti. Nel gennaio 1937 Guido Picelli, leggendario combattente che aveva sconfitto i fascisti nel 1922 a Parma, fu colpito mortalmente alle spalle. Il 20 maggio 1937 venne arrestato e ucciso il dirigente anarchico Camillo Berneri. Il 16 giugno fu il turno di Nin, torturato e ucciso dalla Gpu.

 

L’assalto alla Centrale telefonica

 

È in questo clima che nei primi giorni del maggio 1937 le forze controrivoluzionarie nel Fronte repubblicano decisero di passare all’offensiva armata contro la rivoluzione. Il 3 maggio il commissario stalinista dell’ordine pubblico Rodriguez Salas su mandato del Governo regionale irruppe con una pattuglia di guardie nella sede della Centrale telefonica, importante centro di comunicazione, controllata da un comitato operaio eletto dai lavoratori. Gli operai opposero resistenza, rifugiandosi nei piani superiori dell’edificio.

In pochissimo tempo la città di Barcellona fu paralizzata dallo sciopero generale, le barricate che in luglio schiacciarono la sollevazione militare si diffusero nuovamente in tutti i quartieri, la quasi totalità della città era in mano ai lavoratori. Ancora una volta il tentativo di soffocare la rivoluzione fu fermato dalla classe operaia in armi che mostrava tutta la sua forza.

Questo poteva essere il momento nel quale dal cuore del proletariato poteva essere lanciata l’offensiva contro le forze della conservazione e in cui passare al contrattacco, ma così non fu.

I dirigenti anarchici Garcia Oliver e Federica Montseny, ministri governo del guidato dal socialista Largo Caballero, invece di mettersi alla testa dell’insurrezione operaia si sforzarono di arginare il torrente ordinando il “cessate il fuoco”.

Il 6 maggio, timoroso di essere accusato di rompere l‘unità antifascista, il Comitato regionale della Cnt-Fai nel comunicato che rivolse agli insorti scrisse: “(…) non stiamo attaccando, ci stiamo difendendo. Non siamo stati a cominciare o a provocare. (…) La storia della nostra organizzazione dimostra che noi non vogliamo impadronirci del potere politico. Gli ultimi 10 mesi di collaborazione leale con tutti i partiti antifascisti dimostrano che non siamo noi che abbiamo causato questa lotta fratricida”.

Il Poum, sull’onda della spontanea resistenza dei miliziani, lanciò un manifesto in cui invitava alla costituzione di “organismi rivoluzionari” ma senza indicare obbiettivi chiari e rimanendo subalterno alle decisioni del gruppo dirigente anarchico.

Come spiegò Grandizo Muniz, militante trotskista durante la guerra civile, a causa dell’assenza di una direzione politica marxista, “alla fine gli operai, non sapendo cosa fare, delusi, si ritirarono ad uno ad uno dalle barricate, vittoriosi militarmente, ma vinti sul piano politico”.

La richiesta del Pce di mettere fuori legge il Poum e il rifiuto di Caballero provocarono la caduta del governo alla fine di maggio. Il nuovo governo guidato da Juan Negrin portò a compimento l’opera mettendo fuori legge il Poum e permettendo il massacro di migliaia di miliziani poumisti e anarchici.

Si apriva una fase in cui il Fronte popolare, nel quale ormai l’egemonia stalinista era evidente anche grazie alla nuova linea dell’Internazionale comunista, cercava un terreno di conciliazione con i franchisti. Come scriveva il Times l’8 ottobre: ripristinando la legalità, il governo fa appello a ben altro che alla fiducia popolare; questo appello è destinato ad attraversare la frontiera segnata dalle trincee”.

Era l’inizio della fine, che avrebbe portato alla vittoria del generale Franco, perché l’antifascismo o è legato ad un processo di trasformazione sociale in senso socialista o semplicemente non è.

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