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Il ministro del Lavoro dichiara che non vuole applicare due pesi e due misure. È giusto, a suo dire, che nella nuova regolamentazione del mondo del lavoro ci sia la possibilità di licenziare anche nel settore pubblico. La Fornero spiega come “qualcosa di simile a ciò che abbiamo fatto per i dipendenti privati, relativamente alla possibilità di licenziare, sia inserito nella delega per i dipendenti pubblici”. Il ministro della Funzione pubblica, Patroni Griffi, le ricorda che il tema dei licenziamenti degli statali è già previsto nel testo predisposto per la legge delega.

La legge delega sarà l’applicazione per via legislativa del protocollo d’intesa sottoscritto da governo e Cgil-Cisl-Uil di categoria l’11 maggio. Un accordo per nulla condivisibile sul quale chi scrive aveva chiesto al Direttivo nazionale della Fp Cgil di ritirare la firma dalla preintesa e di lanciare una mobilitazione per contrastarne gli effetti.

Nella trattativa, infatti, si è privilegiato la ricerca di un accordo con il governo Monti a qualsiasi costo senza neanche provare a mettere in campo tutti gli strumenti, mobilitazione dei lavoratori compresa, per porre come condizione essenziale per qualsiasi nuova trattativa la soluzione dei nodi ancora irrisolti che affliggono i lavoratori e le lavoratrici del pubblico impiego. Ovvero il blocco dei contratti, il blocco del turnover in molti comparti, il blocco dei percorsi di stabilizzazione dei precari.

Concertazione eterna passione

Si è accettato il terreno della concertazione e del coinvolgimento del sindacato proprio sui tagli alla spesa e la mobilità. Il “processo di modernizzazione dell’amministrazione pubblica attraverso un’attività di profonda razionalizzazione”, come recita l’accordo, in tempi in cui viene richiesto il rispetto di parametri finanziari, in tema di parità di bilancio come recentemente previsto in Costituzione e di “spending review” si traducono, e si tradurranno, in tagli ai servizi pubblici, in peggioramento della qualità della vita di milioni di cittadini, in peggioramento delle condizioni di lavoro ed esuberi nelle amministrazioni pubbliche. Già a metà aprile, in effetti, Patroni Griffi aveva minacciato di utilizzare il licenziamento per motivi economici anche nella pubblica amministrazione dichiarando che farà partire una verifica per dichiarare le eccedenze.

Con la condivisione del protocollo, i procedimenti di mobilità obbligata vengono subiti come qualcosa di ineludibile. In buona sostanza si accetta la norma che prevede che ci possano essere degli esuberi nella pubblica amministrazione sui quali viene aperta una procedura di mobilità che durerà due anni prima di procedere al licenziamento. Andrebbe sottolineato, infatti, che la mobilità, in particolare in una fase di “austerity”, si traduce di fatto in licenziamenti di massa. Le probabilità di tornare a lavorare in un’altra amministrazione pubblica sono praticamente nulle in quanto tutti gli enti per rispettare il patto di stabilità dovranno contenere la spesa per il personale. L’alternativa ai licenziamenti, in alcuni casi, sarà la cessione ad aziende
private e un conseguente e ulteriore processo di privatizzazione dei servizi pubblici.

In merito alla premialità, il protocollo supera le fasce decretate dall’allora ministro Brunetta ma contemporaneamente fa pesanti aperture sulla validazione del “sistema delle performance” previsti dallo stesso decreto legislativo 150 del 2009 con la previsione di un salario accessorio differenziato in relazione ai risultati conseguiti. Si rafforzano il ruolo, le funzioni e le responsabilità dei dirigenti pubblici che in ultima istanza si traducono in un aumento della discrezionalità, cosa che la stessa Cgil ha sempre osteggiato nella critica alla legge Brunetta. Dov’è finito tutto quell’armamentario di argomentazioni contro la presunta meritocrazia di brunettiana memoria quando poi si condivide un documento che dà un ruolo ancora maggiore ai dirigenti rispetto alla valutazione sia individuale che organizzativa?

Sulla parte applicativa della riforma del lavoro, fermo restando “il criterio principale del lavoro a tempo indeterminato” (premessa tanto scontata quanto inutile visto l’alto e ampio utilizzo del lavoro precario nelle amministrazioni pubbliche) si fa riferimento alla modalità di assunzione in tenure track (un sistema importato dagli Usa che sottopone a una valutazione sull’operato del dipendente l’assunzione a tempo indeterminato). Nell’unico comparto pubblico, la ricerca, in cui questa modalità è stata adottata, ha aperto la strada ad anni di precarietà e ad una valutazione soggettiva e per nulla trasparente delle assunzioni.

Dichiarare inoltre che l’intervento normativo dovrà riguardare anche la flessibilità in uscita, partendo da una premessa che fa riferimento alle modifiche previste nell’ambito del mercato del lavoro privato, è un’apertura alle modifiche dell’articolo 18, anche se non esplicitamente dichiarato. Ha ragione, purtroppo, il ministro della Funzione pubblica quando rassicura la Fornero, ci sta già pensando lui con la nuova legge delega perché è già tutto scritto nel protocollo.

 

La risposta necessaria

Il fatto che il protocollo enunci il riconoscimento del contratto nazionale, di nuovi modelli di relazioni sindacali e annunci percorsi di superamento del precariato o nuovi criteri per la mobilità non sono di nessuna rassicurazione. Non è un mistero per nessuno che questo governo come i governi di tutta Europa si sta facendo carico e si farà carico anche in futuro di portare avanti una politica di tagli della spesa pubblica e di esuberi nelle amministrazioni. Basta ricordare che proprio sul blocco del contratto nazionale il governo Monti ha più volte ribadito la continuità con il governo Berlusconi.

Gli scioperi nei principali paesi dell’Unione europea, vedi recentemente la Spagna in particolare nel pubblico impiego, e le elezioni politiche in Francia come in Grecia dimostrano come a livello internazionale aumenta tra i lavoratori e le lavoratrici il rifiuto delle politiche di lacrime e sangue imposte da Ue, Bce e Fmi.

Davanti a tutto ciò il compito della Cgil e della Fp-Cgil in particolare, dovrebbe essere quello di una convinta opposizione. La sottoscrizione di quell’accordo va in tutt’altra direzione. Così come non vi è traccia delle 16 ore di sciopero contro la “riforma” del mercato del lavoro previsto dal Direttivo nazionale della Cgil che mette in discussione l’articolo 18, gli ammortizzatori sociali e aumenta la precarietà nel pubblico come nel privato.

Per l’ennesima volta vogliono che la crisi sia pagata dai lavoratori. Il governo sta preparando le condizioni per un attacco generalizzato con la solita strategia di dividere i lavoratori non sapendo che in questo caso li stanno unendo. C’è una rabbia che monta in tutti i posti di lavoro mista ad un senso di frustrazione che si percepisce con evidenza tra i lavoratori rispetto all’assenza di direzione. La richiesta è sempre di più per un’organizzazione, una direzione e un’alternativa, non una complicità su come gestire la crisi facendo pagare il debito pubblico e la crisi economica tagliando i servizi sociali e colpendo i lavoratori.

Si dia una chiara svolta. Ci si impegni a promuovere assemblee tra i lavoratori, presidi informativi per i cittadini, si convochi subito lo sciopero generale della categoria da troppo tempo solo minacciato, si organizzi un conflitto diffuso che utilizzi anche altri strumenti oltre lo sciopero, seriamente compromesso nel pubblico impiego dalla legge 146 e dai contratti sottoscritti in passato, per una decisa opposizione alle politiche di risanamento del governo Monti e per la riconquista del contratto nazionale, lo sblocco del turnover e la stabilizzazione dei precari. Presto o tardi questo sarà un processo ineludibile che se non verrà messo in campo dai vertici sindacali sarà imposto dai lavoratori stessi.

*direttivo nazionale Fp Cgil

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