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Dopo i tentativi, in gran parte realizzati, della commissaria Cancellieri di scaricare sui lavoratori del welfare il taglio di 20 milioni di euro da parte del governo Berlusconi al comune di Bologna, adesso è la volta della giunta di centro-sinistra capeggiata da Merola. Come sempre la causa viene dall’alto e le giunte di centro-sinistra chinano la testa: “c’è il patto di stabilità e quindi bisogna fare i tagli oppure esternalizzare”.
Ad aprile il Comune dimostra chiaramente che il piano su cui vuole procedere è l’esternalizzazione massiccia di parte dei servizi all’infanzia e le ipotesi in campo sono due: o la gestione da parte delle cooperative o di una fondazione, proprio come avvenuto a Modena pochi mesi prima e giustamente contrastato da lavoratori e utenti.
A metà maggio la Cgil Funzione pubblica insieme a Cisl e Uil convocano un’assemblea per i lavoratori degli asili nido e delle scuole materne per contrastare i piani dell’amministrazione. All’assemblea arrivano circa 400 lavoratori determinati a portare avanti la lotta e la proposta di mobilitazione, con uno sciopero per tutta la giornata del 28 maggio, viene accolta. In quell’assemblea non esce nessuna piattaforma ma semplicemente la contrarietà ai metodi con cui l’amministrazione aveva proceduto nella gestione della vicenda, ossia senza il coinvolgimento dei sindacati.
I lavoratori però sono decisi a lottare e partecipano ai volantinaggi sia nel centro cittadino che dentro le strutture per rivolgersi agli utenti, in poche parole “monta la rabbia”.
Nella notte tra il 24 e il 25 maggio, a tre giorni dallo sciopero, l’amministrazione e i sindacati confederali siedono ad un tavolo in cui emerge un punto d’incontro che porta i segretari di categoria a siglare un accordo con alcuni punti a dir poco allarmanti: la futura riflessione su un “nuovo soggetto” per gestire i servizi all’infanzia, l’impossibilità ad “assumere a settembre 2012 il personale necessario al funzionamento dei servizi” e l’individuazione di Asp Irides (azienda per i servizi alla persona, 98% pubblica e 2% della fondazione Carisbo) come soggetto per assumere i precari part-time del servizio orario prolungato dei nidi (dopo le 16.30), gli educatori su sostegno handicap e i collaboratori di alcuni nidi e materne.
Il giorno dopo viene convocata un’assemblea da Cgil, Cisl e Uil con l’intento di sostenere quell’accordo perché garantirebbe un “forte profilo pubblico” nella gestione dei servizi e quindi di sospendere lo sciopero, ma il clima che si respira tra i lavoratori è di rabbia perché in molti intuiscono l’intento da parte dell’amministrazione di esternalizzare.
Lo sciopero viene sospeso ma i lavoratori chiamati ad esprimersi in un referendum il 6 e 7 giugno bocciano l’accordo, con 469 No e 459 Sì, e in particolare tra i precari (maggiormente colpiti in quell’accordo) il voto di scarto è di 50 voti in più per il no.
Questo risultato ha dimostrato che il ricatto del patto di stabilità non è riuscito a convincere i lavoratori che l’unica via d’uscita sia l’esternalizzazione. L’amministrazione vuole scaricare il peso della crisi sui lavoratori, proprio come vogliono il governo Monti e la Bce, e ora sta dimostrando che non era interessata ad ascoltare l’opinione dei lavoratori e procede con il suo piano senza fermarsi mentre continua la discussione per la convenzione alle materne private.
Pensiamo che la Cgil debba iniziare a sostenere una piattaforma unificante e combattiva, con al centro la difesa dei livelli occupazionali e la gestione pubblica dei servizi. Questo è l’unico modo per riacquistare la fiducia dei lavoratori, di ruolo e precari, e organizzarli per impedire esternalizzazioni e spezzatini nella gestione dei servizi. La disponibilità a lottare da parte dei lavoratori c’è e lo ha dimostrato la radicalità con cui si sono espressi nelle assemblee e nei giorni di preparazione dello sciopero, ad oggi manca la determinazione da parte dei vertici della Cgil a dare voce a questa rabbia.

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