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Rompere con le ambiguità, per l'indipendenza di classe

La crisi del capitalismo non dà segnali di diminuzione a livello internazionale. La ripresa negli Usa è altalenante e il debito pubblico si avvicina alla soglia massima prevista per legge, che era già stata innalzata due anni fa. In Europa le nuove misure della Bce vincolano i prestiti agli Stati all'approvazione di rigide politiche di austerità e in ogni caso non risolvono il problema dei paesi a rischio default, per prima la Grecia la cui situazione economica è ormai disperata.

 

Tutti i governi che restano nelle compatibilità del capitalismo, indipendentemente dal colore dei partiti che li compongono, portano avanti le stesse misure: abbassamenti salariali, licenziamenti nel settore pubblico, attacchi alle pensioni, tagli a scuola, sanità e ai servizi pubblici, privatizzazioni. Queste misure, lungi dal migliorare la situazione economica, hanno a loro volta un effetto recessivo e la crisi di sovrapproduzione si approfondisce.

 

L'Italia è pienamente inserita in questo quadro: chiuderà il 2012 con una diminuzione del Pil superiore al 2% e le stime per il 2013 indicano già un'ulteriore recessione. Il governo Monti ha portato avanti attacchi di ogni genere (riforma del lavoro, riforma delle pensioni, tagli alla spesa pubblica) ma questo non ha scalfito minimamente la profondità della crisi economica italiana, anzi.

Il debito pubblico italiano è salito nel secondo trimestre 2012 al 126,1% del Pil. In valori assoluti è aumentato dall'inizio del governo Monti, e in percentuale sono aumentati i titoli a breve scadenza. La produzione industriale è nuovamente in discesa. Questo significa che il prossimo governo, che con ogni probabilità sarà costruito attorno al Pd, non solo continuerà sulla strada tracciata da Monti, ma dovrà intensificare la violenza degli attacchi alla classe lavoratrice.

A livello europeo stiamo assistendo a imponenti mobilitazioni che si oppongono alle politiche della borghesia. Il prossimo 14 novembre ci saranno scioperi generali simultanei in diversi paesi, fra cui Grecia, Spagna, Portogallo e Italia. La convocazione di questi scioperi non è frutto di direzioni sindacali particolarmente combattive, ma di un processo di radicalizzazione che produce pressione sui vertici sindacali e che, in tempi diversi, è destinato ad accentuarsi portando a effetti ancora superiori.

La situazione, pur complessa, ha un elemento di estrema semplicità: la discriminante di classe. A livello sindacale si esauriscono i margini per la concertazione e per non essere sconfitti resta solo il conflitto nel posto di lavoro. A livello elettorale o ci si lega (e ci si subordina) a forze interne alla gestione capitalista della crisi o ci si pone nella linea dell'indipendenza di classe. A livello politico o si inseguono utopie riformiste (audit sul debito, riforma della Bce) o si pone al centro il problema dell'abbattimento del capitalismo e si elaborano rivendicazioni transitorie che vadano in questa direzione, a partire dalla nazionalizzazione sotto controllo operaio delle banche e delle principali aziende e dal non pagamento in toto del debito pubblico con rottura dei trattati economici europei.

Le vie di mezzo non sono ammesse. Lo dimostra l'esito della rincorsa al Pd, che ancora si ripete in Lombardia e Lazio, distruttivo per il partito. Lo dimostra l'esito della rincorsa a Sel e Idv in Sicilia. Lo dimostra la morte della FdS sancita nei fatti dal Consiglio Nazionale di ieri, unico sbocco possibile quando in nome dell' “unità a sinistra” (per fini elettorali) si subordinano le posizioni politiche e gli interessi della nostra classe di riferimento.

Se una nuova unità a sinistra nascerà, potrà essere solo l'unità di un settore importante di lavoratori e giovani, frutto di un processo di mobilitazione di massa che dovrà trovare, o ricostruire, un proprio riferimento politico. È ciò che abbiamo visto col Front de Gouche in Francia e soprattutto con Syriza in Grecia. Quelle forze, pur non mancando di ambiguità che dovranno essere sciolte per arrivare a posizioni coerentemente rivoluzionarie, hanno avuto il merito di rompere ogni genere di legame con chi porta avanti le politiche della classe dominante nei rispettivi paesi. Solo così facendo i Gc e il Prc potranno giocare un ruolo nella fase che abbiamo davanti a noi, e che viene anticipata dal crollo generalizzato della fiducia nei confronti dell'attuale sistema economico, delle istituzioni politiche che lo rappresentano e dei partiti che ne fanno parte.

Lo spazio, temporaneo, che si è creato in queste condizioni per una forza come il M5S può essere tolto solo con una critica rivoluzionaria alle istituzioni esistenti, in cui trova spazio un'analisi della corruzione. Non è sufficiente una posizione esclusivamente “morale”, ed è scorretto inseguire il terreno dell'anti-politica tout court.

Sono recentemente emersi gli scandali che coinvolgono anche l'Idv. Questo non ci sorprende ed è un ultimo monito a chi pensa che la soluzione per la crisi elettorale del partito sia inseguire una lista unica con questa formazione, cosa che comporterebbe lo scioglimento elettorale del Prc in una formazione borghese con caratteri populisti.

Al di là di quale forma possa prendere la questione dell'unità a sinistra, il punto è semplice: l'unica strada percorribile è quella dell'indipendenza di classe, a partire dall'intervento nel movimento operaio, nel movimento studentesco, nel sindacato (con l'opposizione alla maggioranza camussiana) e dalla conseguente presentazione indipendente alle prossime elezioni.

Rompere quindi con le ambiguità, l'istituzionalismo (con ben pochi istituzionali), e la ricorsa a formazioni che stanno dall'altra parte della barricata di classe, che in questi anni hanno portato il partito, compresi i Gc, al limite della sopravvivenza. Solo così potremo trovarci pronti al vento della lotta di classe, che fa sentire i primi segnali anche in Italia.

 

Alessio Marconi
Gabriele D'Angeli
Luigi Piscitelli

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