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In occasione del 92° anniversario della fondazione del Partito comunista d'Italia, ripubblichiamo l'articolo scritto due anni fa da Alessio Vittori e comparso per la prima volta sul numero 233 di Falcemartello.

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Lo scoppio della prima guerra mondiale portò al collasso della Seconda Internazionale. I partiti socialisti che ne facevano parte votarono i crediti di guerra e tradirono l’ispirazione fondamentale da cui l’Internazionale aveva tratto origine: “la trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile, per l’abbattimento del capitalismo”.

In quegli anni, in tutta Europa, si andavano formando, all’interno dei partiti socialisti, correnti di sinistra, che si distinguevano tanto dall’ala destra di queste organizzazioni, che aveva sostenuto apertamente la guerra, quanto dai settori di centro, che avevano portato avanti posizioni pacifiste, ma con forti ambiguità e in ogni caso senza seguire le direttive di Lenin, che esortava ad una lotta rivoluzionaria senza riserve contro il proprio governo e la propria borghesia.

“Né aderire né sabotare”

Il Partito socialista italiano (Psi, fondato nel 1892), pur assumendo una posizione diversa da quella degli altri partiti socialisti europei, non aderì alle posizioni di Lenin. La posizione rispetto alla guerra fu dichiarata ufficialmente dal segretario Costantino Lazzari in un convegno del maggio del 1915: “Noi non aderiamo alla guerra, noi non saboteremo la guerra”. Una posizione che, pur distinguendosi dal cedimento delle altre socialdemocrazie europee alle proprie borghesie, non era conseguente rispetto ai principi sui quali Lenin e Trotskij stavano costruendo le basi della Terza Internazionale, quella che dovrà segnare il passaggio dalla denominazione di “Partito socialista” a quella di “Partito comunista”, ovvero, nelle parole di Lenin, “l’abbandono della camicia sudicia per indossarne una pulita”.

Nel 1917 le conseguenze della guerra si fanno sempre più serie, portando ad una crescente radicalizzazione delle masse che assistono ad un crollo verticale delle loro condizioni di vita.

Milano e Torino sono le città che, più delle altre, sono attraversate da sommosse popolari. In particolare, a Milano scoppiano moti popolari il primo maggio, di cui sono protagoniste le donne lavoratrici, che scioperano in diverse fabbriche. A Torino la parola d’ordine è abbreviare la guerra con lo sciopero generale.

Alcuni mesi dopo arriveranno anche in Italia, particolarmente tra i giovani, gli echi della rivoluzione russa, con la presa del potere da parte dei bolscevichi che, con le parole d’ordine “pane, pace e terra” e la tattica del disfattismo rivoluzionario (trasformare la disfatta del proprio paese in guerra civile), avevano trasformato la guerra imperialista in guerra civile per rovesciare la propria borghesia nazionale.

Nel novembre di quell’anno, si incontrano per la prima volta, Amadeo Bordiga ed Antonio Gramsci che, quattro anni più tardi, saranno i principali esponenti della scissione di Livorno e della fondazione del Partito comunista d’Italia. Durante un convegno dei massimalisti per la prima volta viene espressa la necessità di allontanare dal Psi l’ala riformista, la destra del partito, il settore più vicino alle idee espresse dal resto dei partiti socialisti europei.

Turati, il massimo esponente italiano di quest’area, rifiuta le idee espresse da Lenin (che vedeva nella guerra l’espressione profonda delle contraddizioni insanabili del capitalismo, e quindi la necessità della soluzione rivoluzionaria) e contesta che i socialisti debbano lottare per prendere il potere, idea condivisa da tutte le correnti di destra della Seconda Internazionale.

A condividere le idee fondanti della Terza Internazionale ci sono i massimalisti, corrente formata attorno al segretario del partito, Lazzari e al direttore del giornale del partito Serrati i quali, pur condividendo gli obiettivi massimi della rivoluzione e della presa del potere, non individuano mai i mezzi per raggiungerli.

Le posizioni più conseguenti si ritrovano attorno alla frazione di Amadeo Bordiga e all’Ordine nuovo di Gramsci.

Bordiga è dirigente della federazione del Partito socialista di Napoli ed esponente principale della frazione astensionista (che vede nell’elettoralismo e nella partecipazione al parlamento borghese le basi del riformismo, ben espresse all’epoca dalle posizioni conciliatrici del gruppo parlamentare del partito) che si organizza attorno al giornale Il Soviet.

L’Ordine nuovo di Antonio Gramsci si forgia nell’ascesa della lotta di classe in Italia, tra il 1918 e il 1919 (solo nel 1919 ci sono 1.871 scioperi tra agricoltura e industria): le folle, esasperate dalla cattiva situazione alimentare, danno l’assalto ai negozi e i lavoratori metallurgici conquistano la giornata di otto ore.

 

Il biennio rosso

È l’inizio del biennio rosso. Il Psi passa, nel 1919, da 50mila a 200mila iscritti. La Cgl tra il 1918 e il 1920 passa da 250mila a due milioni di iscritti.

A Torino attorno alla figura di Gramsci viene fondato, il primo maggio del 1919, l’Ordine nuovo, come “rassegna settimanale di cultura socialista”. Fanno parte del nucleo “ordinovista” originario anche Togliatti, Terracini e Tasca. Nella redazione ci sono anche Alfonso Leonetti (che sarà espulso dal Pci nel 1930 insieme a Tresso e Ravazzoli) e Felice Platone, che saranno anche i primi redattori de L’Unità, che verrà fondato nel 1924. Con l’Ordine nuovo comincia ad organizzarsi il movimento dei Consigli di fabbrica, che fronteggiano la burocrazia della Confederazione generale dei lavoratori (Cgl) (il sostegno fondamentale nelle fabbriche di cui godono i riformisti) e che avranno uno sviluppo in particolare tra l’ottobre del 1919 e l’aprile del 1920, radunando sulle proprie posizioni circa 150mila operai.

Nel 1919 si celebra anche il primo congresso della Terza Internazionale che si pone, come primo obiettivo, quello di chiarire l’importanza e la necessità dei Soviet e di lavorare per la loro diffusione, mobilitandosi in difesa della rivoluzione russa assediata. Gramsci vedeva nei consigli di fabbrica il modello che più si avvicinava ai Soviet di cui presero il controllo i bolscevichi portando il proletariato russo alla vittoria.

Gramsci e l’Ordine nuovo insistono sulla creazione, prima della presa del potere, di istituzioni che rappresentino, in embrione, gli organismi sui quali si reggerà la futura dittatura democratica del proletariato.

Sul ruolo dei Consigli di fabbrica, Bordiga, invece, fa un’analisi scorretta.

Sul Soviet appare un articolo che denuncia come i Consigli di fabbrica, creando forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, possano essere organi di corruzione. Bordiga spiega che “i Consigli oggi danno fastidio agli imprenditori ma domani daranno fastidio alla rivoluzione proletaria” e rimanda il problema ad un momento successivo alla presa del potere, dimostrando così di non aver compreso fino in fondo le lezioni della rivoluzione d’Ottobre.

Pur in presenza di queste diversità di vedute, i Consigli di fabbrica di Torino hanno una stretta collaborazione con gli astensionisti di Bordiga, sulla base della comune rivendicazione del controllo operaio sulla produzione. Lo sviluppo della lotta di classe, inoltre, facilita il processo di avvicinamento delle due correnti.

Il 25 marzo del 1920 a Torino gli operai occupano gli stabilimenti della Fiat. I padroni rispondono con la serrata. Una settimana più tardi i Consigli di fabbrica lanciano agli operai e ai contadini di tutta Italia un manifesto per il congresso dei Consigli di fabbrica.

I fatti di Torino sono il preludio all’occupazione delle fabbriche che avviene nel settembre del 1920 e che è preceduta da 4 mesi di inutili trattative tra la Fiom, alle cui richieste si allineano anche tutte le altre organizzazioni operaie, e la neonata associazione degli industriali, i quali affermano di non poter concedere neanche una lira d’aumento, mentre i delegati dei lavoratori metallurgici contestano che, coi salari da fame che prendono i lavoratori, non riescono non solo a tenere testa all’aumento del costo della vita ma nemmeno ad assicurarsi dignitosi livelli di sussistenza.

 

I limiti del massimalismo

A Firenze, nel maggio del 1920, intanto si sono riuniti gli astensionisti di Bordiga e Gramsci vi partecipa come osservatore. In quella sede si propone la creazione di una frazione comunista all’interno del partito socialista, di cui tutti facevano parte.

Una delle prime questioni su cui la frazione si trova a dover prendere posizione è la conclusione dell’esperienza dell’occupazione delle fabbriche che si spegnerà tra le righe di un accordo, fortemente voluto dalla Cgl (guidata dalla destra del Psi), che stronca le aspirazioni di trasformazione della società create dalla realizzazione in via embrionale di forme di controllo operaio e porta a casa, oltre ad una maggiorazione dei minimi di paga, lo specchietto per le allodole della compartecipazione dei lavoratori alla produzione.

Non è nascosto, in questa sede, che il successo del boicottaggio dei dirigenti della Cgl (che trovò i dirigenti socialisti del tutto indisponibili a prendere in mano la situazione al loro posto) fu possibile anche per il fatto che Gramsci pose molta attenzione sulla realtà dei Consigli di fabbrica e non curò a sufficienza la costruzione di una direzione politica centralizzata che potesse guidare il movimento operaio alla presa del potere, al posto di un gruppo dirigente, quello del Psi, completamente paralizzato. Il ritardo della costruzione di una corrente comunista all’interno del partito, con una presenza nazionale, peserà molto nel carattere minoritario che assumerà più avanti la scissione.

Il bilancio dell’occupazione delle fabbriche apre una riflessione dolorosa ed il prospettarsi di una necessità storica che vede il suo tempo arrivare inesorabile.

La nota dolente riguarda le prospettive rivoluzionarie dell’Italia, il paese sul quale, insieme alla Germania, al nascere della Terza Internazionale nel 1919, Lenin e Trotskij avevano riservato le loro maggiori aspettative.

L’ineluttabilità che assale i pensieri di Bordiga e Gramsci è quella della rottura del Psi, un partito che pure durante l’occupazione delle fabbriche aveva lanciato manifestazioni sulla parola d’ordine “contadini e soldati accorrete al fianco degli operai perchè il giorno della libertà e della giustizia è vicino” e che poi ha subito il boicottaggio esercitato dalla Cgl.

Il Psi, pur accettando formalmente i 21 punti del manifesto della Terza Internazionale, ha dimostrato, alla prova dei fatti, di essere ancora chiuso dentro i limiti storici della Seconda Internazionale.

Il parere di Lenin, riguardo alla situazione italiana, è inequivocabile: l’occupazione delle fabbriche rappresentava una occasione da non perdere per la presa del potere; ora deve essere messa all’ordine del giorno con assoluta urgenza la rottura coi controrivoluzionari acquattati nel Partito socialista.

Lenin, che confida di poter ancora recuperare Serrati, in quel momento pensa che la creazione del Partito comunista possa avvenire liberandosi dell’ala riformista. Al secondo congresso internazionale aveva consigliato di espellere Turati e poi di allearsi con lui, come applicazione della politica del fronte unico. Gramsci stesso, quando sarà un convinto sostenitore di questa tattica, non mancherà comunque di ricordare la necessità storica della scissione, per costruire una guida della classe operaia completamente diversa da quella rappresentata dai socialisti.

La frazione comunista si unifica nell’ottobre del 1920. Bordiga ha rinunciato alla pregiudiziale astensionistica (posizione che gli era valsa più di una critica da parte di Lenin, che aveva scritto L’estremismo malattia infantile del comunismo come base dei lavori del secondo congresso dell’Internazionale comunista) ed ha accettato l’elaborazione di una piattaforma comune insieme a Gramsci.

Della frazione comunista, Bordiga è l’organizzatore e il principale ispiratore, con la grande autorità che esercita verso i giovani (la Federazione dei giovani socialisti italiani aderirà in blocco alla scissione comunista). Gramsci e il gruppo torinese de l’Ordine nuovo che pure, per ammissione dello stesso Togliatti, si era formato all’università di Torino, sviluppa quell’azione nelle fabbriche che servirà a fornire i primi nuclei operai autentici al partito comunista.

 

La scissione di Livorno

Il convegno che la frazione comunista svolge a Imola nel novembre 1920 offre le prime avvisaglie di quella che sarà poi la scissione di Livorno.

Bordiga rifiuta qualsiasi ipotesi di lanciare ponti verso Serrati. Anche Gramsci ha fatto ormai le sue scelte. Il Partito comunista si farà con la direzione di Bordiga e a Serrati, durante un’assemblea della sezione socialista torinese, Gramsci rivolge parole inequivoche: “trentamila comunisti sono bastati in Russia per fare la rivoluzione, perché quel partito era omogeneo e sapeva ciò che voleva!”. Quando lo scontro tra la redazione torinese dell’Avanti e Serrati porta alla soppressione dell’edizione torinese, l’esecutivo dell’Internazionale comunista saluta la redazione de l’Ordine nuovo, che diventa quotidiano fondato dai comunisti, dipingendo Torino come la nuova Pietrogrado.

Lenin ormai abbandona quasi del tutto qualsiasi velleità di vedere Serrati tra le fila del Partito comunista che sta per nascere. L’autore delle Tesi d’aprile, che dettero una sterzata decisiva alla rivoluzione russa, vede nella frazione comunista l’unico serio appoggio dell’Internazionale in Italia.

Il congresso del Psi a Livorno, il 19 gennaio del 1921, a due anni esatti dall’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebkenecht, si apre quando i giochi sono ormai già fatti ed ognuno ha preso le sue decisioni: Gramsci e Bordiga proclameranno la scissione comunista, Serrati non li seguirà.

Il delegato dell’Internazionale comunista appoggia la frazione comunista e si pronuncia per l’espulsione dal Komintern di chi voterà la mozione dei massimalisti. Quando egli, di fronte ai tentennamenti di Paul Levi (dirigente del Partito comunista tedesco), che aveva cercato fino all’ultimo di evitare la rottura con Serrati proponendogli una espulsione non immediata di Turati, invia un telegramma a Mosca chiedendo come procedere, arriva la chiara indicazione di proseguire sulla linea della rottura con Serrati.

I risultati ufficiali del congresso furono: 98mila voti per i massimalisti, 58mila per la frazione comunista e 15mila per i riformisti. Lenin dirà che Serrati ha preferito rimanere con 15mila riformisti piuttosto che andare con 60mila comunisti.

La scissione verrà proclamata la mattina del 21 gennaio con una dichiarazione letta da Bordiga: “…la frazione comunista dichiara che la maggioranza del congresso, con il suo voto, si è posta fuori dall’Internazionale comunista. I delegati che hanno votato la mozione della frazione comunista abbandonino la sala; sono convocati al teatro San Marco per deliberare la costituzione del Partito comunista, sezione italiana della Terza Internazionale. Firmato dall’assemblea dei delegati della frazione comunista astensionista riunitasi in Livorno il 21 gennaio 1921”.

La dichiarazione poi prosegue: “considerato che la frazione si era costituita per la risoluzione del problema storico della costituzione del Partito comunista in Italia, attraverso la lotta contro le tendenze opportuniste e riformiste; riconosciuto che questo problema è stato risolto dall’esito del congresso di Livorno, affermando che la questione della tattica parlamentare dei comunisti, come è stata affacciata e sostenuta nel campo internazionale dalla frazione, era un contributo di critica che conserva il suo valore nella elaborazione del pensiero e del metodo comunista, deve ritenersi risolta nel campo d’azione delle deliberazioni del secondo congresso dell’Internazionale comunista; affermando che nel Partito comunista non è consentita la presenza di frazioni autonome ma deve vigere la più stretta omogeneità e disciplina, delibera lo scioglimento della frazione”.

L’atto costitutivo del PCd’I (Partito comunista d’Italia) chiama alla dittatura del proletariato, da esercitarsi attraverso il sistema dei Consigli dei lavoratori operai e contadini.

I primi anni di vita del partito, che nel 1922 arrivò a 43mila iscritti, furono segnati dall’inizio della dittatura fascista, un evento che indebolirà pesantemente le forze delle organizzazioni operaie, quando già il terzo congresso dell’Internazionale comunista aveva analizzato un rallentamento degli sviluppi rivoluzionari, un ritmo più lento nello sviluppo della situazione obiettiva (che imporrà anche un dibattito che vedrà Gramsci e Bordiga divisi sulla tattica da adottare verso il Psi). Il PCd’I entrerà presto in clandestinità e sarà costretto ad esaltare i tratti di assoluta disciplina, di subordinazione del militante al collettivo che pure si rintracciano in molti degli scritti di Gramsci e Bordiga degli anni precedenti e che rappresentavano in primo luogo l’esigenza di costruire l’organizzazione politica del proletariato che la rivoluzione richiede, con una fedeltà assoluta ad un centro rivoluzionario e, per l’appunto, una incondizionata disciplina rivoluzionaria.

Nelle parole di Gramsci: “la necessità, che si poneva crudamente, nella forma più esasperata, nel dilemma di vita e di morte, cementando le nostre sezioni col sangue dei più devoti militanti; dovemmo trasformare, nell’atto stesso della loro costituzione, del loro arruolamento, i nostri gruppi distaccati per la guerriglia, della più atroce e difficile guerriglia che mai la classe operaia abbia dovuto combattere. Si riuscì tuttavia: il partito fu costituito e fortemente costituito: esso è una falange d’acciaio…”.

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