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L’8 settembre del 1943 il maresciallo Badoglio dichiarò l’armistizio fra l’Italia e le truppe alleate. Badoglio, è utile ricordarlo, era il Capo di Stato maggiore, il più alto grado dell’esercito, a cui il Re aveva affidato il governo dopo la caduta del fascismo il 25 luglio e la destituzione di Mussolini.

Per salvare il capitalismo, la classe dominante aveva infatti bisogno di anticipare l’intervento insurrezionale delle masse che già avevano mostrato le prime avvisaglie con gli scioperi di marzo. Alla firma dell’armistizio era ampiamente prevista una reazione da parte delle truppe tedesche. Tuttavia, le forze armate italiane si erano già pesantemente sfaldate sotto i colpi delle disfatte subite, e vari ammutinamenti avevano preceduto la data dell’armistizio. Ma soprattutto, in tutta Italia i generali negoziavano la resa con i nazisti. Significativo il caso della caduta di Roma dove, dopo aver represso la resistenza operaia e popolare, il maresciallo Caviglia consegnò ai nazisti le chiavi della città, mentre il Re e Badoglio organizzavano la loro fuga senza dare ordini e disposizioni alle truppe. Più che i nazisti, la borghesia italiana temeva dunque l’offensiva dei lavoratori. Pur di garantire l’integrità dei vecchi rapporti di proprietà, la classe dirigente italiana era pronta a tradire e a vendersi all’invasore.
Alle masse lavoratrici e contadine spettò il compito di combattere il nazismo e il fascismo. In tutta Italia gli operai cominciarono a cercare armi per difendersi dalla violenza squadrista che sembrava ritornare con l’occupazione nazista, e le trovavano grazie alla complicità di ufficiali subordinati, perlopiù di estrazione sociale proletaria, stanchi della guerra e pronti a farla finita con lo stato e il sistema che li aveva condotti al massacro. Spontaneamente, soprattutto a Milano, Torino, Genova, Monfalcone, Piombino, ma anche in altri centri industriali, stavano prendendo corpo delle vere e proprie milizie operaie che in alcuni casi arrivavano a scontrarsi direttamente con l’invasore e con ciò che rimaneva dell’apparato statale. Era quindi possibile organizzare ed unificare i gruppi operai combattenti sorti in quei primi giorni. Tuttavia, la linea del Pci di Togliatti fu molto diversa. Si puntò sull’idea di un esercito regolare da arruolare agli ordini dei generali di Badoglio. Naturalmente, Badoglio e i suoi ufficiali, rigorosamente fedeli ai loro interessi di classe (a differenza dei dirigenti del Pci), si guardarono bene dal muovere un solo dito. Non sempre però il Pci riuscì a disciplinare i propri militanti alla linea dell’unità nazionale. Fu il caso di Napoli, dove la federazione locale diresse l’insurrezione di fine settembre che culminò con la cacciata dell’esercito tedesco, organizzando gli operai in un Fronte rivoluzionario, la cui composizione era molto diversa dai Cln e basata su un intransigente classismo.
Comunque sia, in assenza di una direzione politica, la mobilitazione non poté arginare l’avanzata tedesca. Il Pci nei mesi successivi criticò aspramente l’attendismo, ma è chiaro come la sua politica di unità nazionale contro l’invasore avesse contribuito a deprimere i primi tentativi di organizzazione e resistenza operaia e popolare, imbrigliandoli in uno sterile interclassismo.
La classe operaia, sconfitta nel suo primo tentativo insurrezionale, tornò l’inverno successivo a riorganizzarsi con la lotta partigiana. Anche in questo caso, per il Pci la resistenza non doveva assumere il carattere di una rivoluzione sociale, ma esclusivamente di liberazione nazionale nel quadro di una politica di collaborazione con le forze borghesi (cattolici, liberali, monarchici). Tutte forze che, come visto in precedenza, erano terrorizzate dal protagonismo operaio e che lavoravano alacremente per normalizzare il movimento di massa. La volontà rivoluzionaria dei partigiani e degli operai comunisti che combatterono contro il fascismo per farla finita con il sistema capitalista che quell’orrore aveva generato e finanziato, fu sacrificata sull’altare dell’unità nazionale. Un pretesto sempre buono, ieri come oggi: dall’unità nazionale i lavoratori non hanno nulla da guadagnare.

 

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