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Il 31 dicembre 2013 sono scaduti il contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl) del commercio e quello della cooperazione.


Poco prima della scadenza, la Distribuzione moderna organizzata (Dmo) che rappresenta soprattutto i big degli alimentari, ha comunicato a Confcommercio ed alle sigle sindacali la volontà di uscire da Confcommercio e di arrivare ad un nuovo contratto ad hoc per la categoria.
Cgil, Cisl e Uil in un primo momento hanno proposto una bozza unitaria ed unica (cioè per Confcommercio, Federdistribuzione e Cooperazione), ma specificando che se le controparti avessero insistito per avere tre contratti differenti, alla fine si sarebbero adeguati.
E così le trattative si sono sviluppate su tavoli differenti con tempi e modalità diversi. Le trattative si sono svolte nel riserbo più totale; dopo ogni incontro arrivavano dei report ai delegati, ma sostanzialmente erano dei resoconti delle richieste del padronato senza un minimo di analisi, di tentativo di coinvolgere i delegati ed i lavoratori ed ancor meno la volontà di ragionare su eventuali mobilitazioni.
Questi tavoli delle trattative meritano attenzione perché riguardano un settore importante e numeroso della classe lavoratrice italiana e hanno quindi, oltre l’aspetto economico e normativo, una notevole importanza politica.
L’arroganza del padronato italiano è lampante in questo contesto tanto e più di quello che è successo ed accade in Fiat.
Tutto il padronato piccolo, medio e grande è concorde nell’attaccare i diritti ed i salari dei lavoratori e nel contempo si scannano per mantenere alti i propri profitti (altro che responsabilità sociale delle aziende!).
Si dividono perché ognuno vuole un contratto su misura eppure sono simili nelle richieste.
Le notizie che arrivano ci dicono di pretese tipo:
• ritorno alle 40 ore settimanali (a parità di salario);
• riduzione delle ore di Rol (permessi);
• orario settimanale spalmato su 7 giorni su 7 sia per i full time che per i part time;
• eliminazione degli scatti di anzianità; eventuali aumenti salariali legati all’andamento economico dell’azienda;
• revisione dei livelli di inquadramento ed allungamento dei tempi per il passaggio dal quinto al quarto livello.
Ovviamente nessuna intenzione di recedere dal non pagamento dei giorni di carenza (i primi tre giorni di malattia) dopo il quarto evento.
La Dmo insiste nel volere un proprio contratto e non è disposta a cedere niente rispetto le proprie posizioni, mentre Coop sta riflettendo seriamente di entrare in Confcommercio soprattutto se passasse la linea padronale. Le Coop avrebbero enormi vantaggi; un contratto di miglior favore rispetto a quello attuale e vantaggi fiscali in quanto cooperative.
Da parte sindacale il buio più totale. Poche idee se non l’intenzione di arrivare ad un accordo unitario e non separato come fu l’ultimo, a qualsiasi costo, nascondendosi dietro la crisi (che esiste, ma non è motivo sufficiente per calare le braghe). Trattative le più segrete possibile per far sì che ai lavoratori non venga la voglia di mobilitarsi. Ed il tentativo di Franco Martini, segretario generale nazionale della Filcams-Cgil di portare in dote a Camusso la firma di questo contratto prima del suo ingresso nella segreteria nazionale della Cgil.
Infine la volontà da parte sindacale di arrivare ad un accordo sulla rappresentanza come quello firmato da Cgil, Cisl e Uil con Confindustria l’11 gennaio.
Mobilitare i lavoratori è oggettivamente difficoltoso soprattutto nell’ambiente del commercio, ma non impossibile. Soprattutto è l’unica strada che abbiamo per rigettare al mittente le proposte indecenti per il rinnovo del contratto.
Questo accordo non va firmato e nel contempo si deve fare una campagna capillare nei luoghi di lavoro e nel paese spiegando perché non siamo disposti a firmare il rinnovo, quale sono le nostre proposte e fare una campagna su quelle.

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