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Con l’elezione del governo di Syriza si pone per la prima volta dagli anni ’70 la questione della rivoluzione nel continente europeo. A questa prospettiva si contrappone, a sinistra, la “fabbrica dell’aria fritta”, ossia la continua ricerca di formule che giustifichino una ritirata di fronte alle imposizioni della Troika e la ricerca del compromesso. Le parole si sprecano: “salvare il capitalismo europeo da se stesso”… “cambiare la Grecia per cambiare l’Europa”, “guadagnare tempo per guadagnare spazio”.

Esaminiamo questi argomenti.

Un falso “realismo”

Prima tesi: “L’accordo del 20 febbraio non è perfetto, ma non ci fosse stato l’accordo, ci sarebbe stata la fuga di capitali, il crollo delle banche e il default con terribili conseguenze e sacrifici per il popolo greco. Non si possono cambiare le cose in pochi giorni, ora lavoreremo per migliorare la situazione e conquistare nuovi margini.”

Il governo Tsipras avrebbe potuto e dovuto agire con audacia e determinazione prendendo immediatamente misure drastiche, ossia: istituzione immediata del controllo dei movimenti di capitali verso l’estero (ricordiamo che solo nei primi due mesi del 2015 sono fuggiti circa 25 miliardi di euro dal paese!) e la messa sotto controllo delle principali banche.

Ricordiamo che la borghesia ricorre a misure “estreme” tutte le volte che lo ritiene indispensabile per difendere i suoi interessi. Nella crisi di Cipro c’è stato il blocco dei movimenti di capitale e anche dei prelievi agli sportelli bancari, e guarda caso il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem ha recentemente riproposto precisamente il “modello” di Cipro per la Grecia.

Il punto quindi non è se si debbano prendere misure estreme o no, ma chi le prenderà: se sarà il governo a farlo, nell’interesse della grande maggioranza della popolazione, o se sarà la classe dominante quando deciderà di strangolare la Grecia. Con l’accordo del 20 febbraio Bruxelles, Berlino e Francoforte incassano gli impegni solenni del governo greco a onorare i debiti. A guadagnare tempo non è Atene, ma i suoi avversari. Risultato: l’avversario è più forte in vista dello scontro successivo.

La questione fiscale conferma lo stesso punto. Le entrate fiscali sono crollate (già a gennaio mancava un miliardo di euro), e non basteranno i fiumi di parole del governo per convincere i padroni a pagare le tasse a un governo che vedono come un pericolo per i loro interessi. Non stiamo parlando qui del popolino fatto di piccoli commercianti, negozianti o artigiani rovinati dalla crisi e dalle politiche di austerità. I pesci grossi della borghesia greca intendono usare l’arma del boicottaggio economico e fiscale contro Syriza. Tsipras e i suoi ministri potrebbero utilmente studiare in proposito l’esperienza venezuelana degli ultimi dieci anni: nonostante tutti i tentativi conciliatori dei governi bolivariani e dello stesso Chavez di interloquire con una supposta “borghesia patriottica”, il boicottaggio economico è stato costante e feroce.

Gli armatori greci, che non pagano le tasse in virtù di un articolo della Costituzione introdotto sotto la dittatura dei colonnelli, minacciano: se ci toccate, nel giro di 24 ore spostiamo la sede legale delle nostre attività all’estero. Contro questi signori c’è solo una politica possibile, ed è quella di prendere il controllo diretto delle loro aziende, dei loro conti in banca e dei loro patrimoni.

Grecia isolata?

Seconda tesi: “La Grecia è un piccolo paese, non può cambiare da sola le politiche europee.”

Indubbiamente la Grecia è isolata dai governi europei e dal capitale finanziario internazionale. L’idea di Varoufakis che si potesse creare un fronte anti-austerità con i governi spagnolo, italiano, francese, portoghese si è dimostrata una pia illusione.

È possibile che di fronte a una offensiva di Syriza l’Unione europea reagisca cacciando la Grecia dall’euro nel tentativo di gettarla nel caos economico e sociale? Sì, è possibile e sarebbe ingenuo nasconderselo. Ma bisogna partire da una valutazione profonda delle reali forze in campo. Il problema di tutti i benintenzionati “amici della Grecia”, anche i più onesti a sinistra, è che sono del tutto incapaci di fare questa analisi. Si limitano a guardare alle istituzioni, ai vertici politici, agli editoriali della grande stampa, agli intellettuali di grido, e giungono tutti alla stessa conclusione: con fiumi di parole e tanti gesti di buona volontà forse col tempo possiamo convincere l’Europa a cambiare politiche economiche. Ogni altra strategia, ci dicono, è destinata a fallire a causa dei rapporti di forza sfavorevoli.

Ma come si misurano i famosi “rapporti di forza”? A questa domanda non c’è mai risposta. I rapporti di forza sono in realtà ampiamenti favorevoli e di fronte a un chiaro appello proveniente da un governo come quello di Syriza non potrebbero che diventare ancora più favorevoli.

Il popolo greco è unito. Tsipras ha detto una grande verità: “Se domani facessimo un referendum sulla domanda ‘scegliete la dignità o la continuazione di questa politica indegna’, tutti sceglierebbero la dignità a dispetto delle difficoltà che deriverebbero da questa decisione”.

In secondo luogo, l’avversario è diviso. La classe dominante è incerta sull’utilità di mantenere o meno la moneta unica. I settori fondamentali della borghesia difendono tutt’ora l’eurozona e i grandi vantaggi che ne continuano a trarre, vantaggi economici e anche politici. Ma questa posizione è sempre più sotto attacco, e non solo dalla destra populista (Front national, Ukip, Lega Nord, ecc.); anche in settori più “rispettabili” della borghesia tedesca crescono le voci degli euroscettici: si vedano le campagne dello Spiegel (il più importante periodico tedesco), del nuovo partito Alternative für Deutschland e di settori crescenti anche della Cdu-Csu.

In terzo luogo, l’avversario perderebbe alleati: in tutta Europa, milioni di persone non ne possono più di subire tagli alla spesa sociale, aumenti delle tasse, disoccupazione, precarietà. Se il governo Tsipras prende misure coraggiose con una chiara rottura di classe avrà il sostegno entusiasta di milioni di lavoratori, di giovani, di disoccupati, in tutto il continente. A preoccuparsi non dovrebbe essere il governo di Atene, bensì quelli di Madrid, Lisbona, Parigi, Roma, Bruxelles…

Milioni di persone colpite dalla crisi e disgustate dalla politica ufficiale hanno riposto la loro speranza nella demagogia anti-europeista di personaggi come Marine Le Pen, Salvini, Farage o, in modo diverso, nel Movimento 5 stelle.

La stragrande maggioranza di questi elettori non sono organicamente di destra, razzisti o reazionari, ma semplicemente cercano una soluzione radicale ai loro problemi e sarebbero più che disponibili a schierarsi in una chiara lotta contro la classe dominante. Analogo discorso vale per milioni di persone che nelle elezioni si astengono.

I partiti socialdemocratici hanno sostenenuto le politiche di austerità in governi di unità nazionale e persino dall’opposizione. Questi partiti sono stati una risorsa fondamentale per il capitale che li ha usati come “scudi umani” per imporre le controriforme. Ebbene, proprio queste forze sarebbero messe in crisi profonda da un governo rivoluzionario in Grecia e si dividerebbero profondamente tra un’ala che completerebbe la propria integrazione nel campo borghese e un’altra (in particolare le burocrazie sindacali) che subirebbe la spinta della propria base.

Verso una federazione socialista

Terza tesi: “Rompere oggi con l’Unione europea significa ricadere nell’isolamento nazionale, dobbiamo invece creare un movimento per cambiare l’Europa”. È l’eterna tesi agitata contro qualsiasi rottura rivoluzionaria: noi vorremmo, ma le condizioni internazionali non lo permettono.

Nonostante l’arretramento di questi primi due mesi la situazione non è ancora compromessa. La nostra posizione verso il governo Tsipras non può essere ultimatista, ma deve partire dal processo reale. Le masse hanno eletto Syriza per cambiare le cose, dobbiamo mobilitarci per esigere da Tsipras che il cambiamento passi dalle parole ai fatti. Per impedire ulteriori arretramenti, i lavoratori devono scendere nuovamente in campo e organizzarsi per imporre un cambiamento di rotta: piena applicazione del Programma di Salonicco; organizzare un movimento di sindacati e consigli dei lavoratori per prendere pieno controllo delle aziende di cui si pretende la privatizzazione; convocare assemblee operaie e popolari in tutto il paese proponendo una lista di grandi imprese da occupare, nazionalizzare e porre sotto il controllo collettivo; convocare ad Atene tutte le organizzazioni operaie e giovanili di massa europee per organizzare una risposta coordinata ai ricatti della Troika, a partire da una giornata di sciopero generale in tutto il continente.

Se il governo di Syriza si costituisse come governo rivoluzionario, creando un fronte con il Partito comunista e i sindacati e organizzasse le masse per prendere il controllo e gestire le principali risorse economiche del paese, sarebbe un colpo durissimo e probabilmente mortale per tutta la costruzione dell’eurozona e dell’Unione europea. Ma la conseguenza non sarebbe l’isolamento nazionale, bensì l’innesco di un movimento a livello continentale. L’esempio greco sarebbe un potente catalizzatore per la radicalizzazione che è già in corso in tutti i paesi, esattamente come in America Latina negli anni Duemila l’esempio venezuelano ha costituito un potente acceleratore dei movimenti rivoluzionari e della lotta di classe in tutto il continente.

Fino ad oggi il capitale ha centralizzato in Europa la sua azione economica e politica, grazie all’Ue e all’euro, mentre il movimento operaio ha risposto in modo diviso e scoordinato. La situazione si invertirebbe, con la borghesia divisa sul piano nazionale mentre il movimento operaio troverebbe un asse attorno al quale coordinare la sua azione a livello continentale: contro l’Unione europea capitalista, per l’esproprio delle principali risorse economiche, il loro impiego per l’interesse comune, attraverso una adesione realmente libera e volontaria a una federazione socialista.

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