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Lezioni di un movimento di massa

Il movimento dell’autunno del 1994 ha segnato un grande cambiamento nei rapporti di forza fra le classi in Italia. Dopo anni in cui le lotte erano state isolate e sconfitte, quel movimento portava alla ribalta della politica attiva milioni di persone. Con il governo Berlusconi il capitalismo italiano si è bruciato le dita, ha tentato di sferrare un attacco frontale alla classe operaia, ma ha trovato una risposta decisa e inaspettata.

Oggi, ancora con il governo Berlusconi, si infittiscono le dichiarazioni dal fronte confindustriale sulla fine della concertazione. Ancora una volta i padroni sono all’assalto dei nostri diritti con la stessa antica voracità che li contraddistingue. Ma cosa è successo nel ’94, chi ha vinto e chi ha perso e soprattutto quale ruolo hanno giocato i vari attori in quei mesi vorticosi? A queste domande qui tenteremo di dare una risposta perché un nuovo ’94 sarà inevitabile e potrà essere anche di dimensioni più ampie e radicali, ma soprattutto perché dalla nostra storia è sempre utile trarre qualche insegnamento 

Il contesto in cui
emerge Berlusconi

I primi anni ’90 sono anni di crisi economica, la prima vera crisi dalla fine degli anni ’70. Le grandi fabbriche dichiarano ristrutturazioni, licenziamenti, esuberi. I governi Amato e Ciampi (1992 e 1993) con il sostegno esterno del Pds, iniziano la cura dimagrante dello stato sociale. Il primo attacco alle pensioni viene sferrato proprio da Amato. Sono di questi anni i famigerati accordi di luglio siglati dal sindacato con governo e Confindustria, in cui viene abolito quello che resta della scala mobile (il meccanismo che agganciava i salari all’inflazione reale), viene stabilito il divieto di sciopero per tre mesi attorno ai rinnovi contrattuali e vengono formulate le regole per la formazione delle rappresentanze sindacali unitarie (in cui si sancisce la nomina dall’alto di un terzo delle Rsu).

Nell’autunno ‘92 i sindacati confederali vengono contestati su tutta la linea in grandi manifestazioni di piazza: a Firenze Trentin, allora segretario della Cgil, viene fatto oggetto di un fitto lancio di bulloni.

Contro le ristrutturazioni ci sono decine di lotte durissime: nel ’93 l’Ilva di Piombino viene occupata per 38 giorni, all’Enichem di Crotone gli operai occupano il Comune, danno fuoco al fosforo, all’Ilva di Taranto gli operai si incatenano ai cancelli della fabbrica, analoghe situazioni si ripetono alla Falck, alla Philips, alla Maserati di Milano, ecc. Tutte queste lotte rimangono isolate e sconfitte, segnando un crescente scollamento fra la base e i vertici sindacali, una critica durissima che si manifesta anche attraverso l’abbandono del sindacato.

La crisi economica ha un effetto anche ai vertici della società: la Dc, il partito che aveva governato l’Italia dal dopoguerra, va in frantumi. Sotto il peso delle indagini di Mani Pulite una parte importante dell’apparato politico della borghesia finisce... in galera. Inizia una vera e propria crisi istituzionale che porta tanti ex-Democristiani a proporsi come alternativa. Ci provano Segni, Leoluca Orlando, Cossiga, con risultati tutti miseramente fallimentari.

A crescere sono partiti reazionari come la Lega e il Msi (che non si era ancora trasformato in An).

In questo contesto emerge Berlusconi che si autoproclama salvatore della patria. In pochi mesi, basandosi sugli amministratori del suo impero economico, mette in piedi Forza Italia e avvia una campagna elettorale all’insegna dell’ottimismo, il pezzo forte è: un milione di posti di lavoro!

27 marzo 1994:
vince Berlusconi

L’alleanza che vince le elezioni (Forza Italia, Lega e An) è estremamente litigiosa. Il partito principale, Fi, si è formato in quattro mesi. Ciononostante vince le elezioni nello stupore generale a sinistra. E difficilmente poteva essere diversamente: la campagna elettorale della coalizione della sinistra, i Progressisti, rivendicava la continuità con le politiche di lacrime e sangue del governo Ciampi. Occhetto, segretario del Pds, si vanta della legittimazione ottenuta presso la City di Londra e promette austerità e un piano rigoroso di privatizzazioni in accordo con i dettami di Maastricht. In questo contesto anche una parte di lavoratori hanno votato per Berlusconi, in parte per punire la sinistra che cercava appoggi solo fra i padroni, in parte per vedere se questo nuovo partito avesse veramente qualcosa per loro.

Dall’atra parte la borghesia, nonostante gli ammiccamenti del Pds, riconosce in Berlusconi chi autenticamente può portare avanti il suo programma. In un sondaggio nel consiglio superiore di Confindustria il 45% dice che voterà Berlusconi, solo il 12% i Progressisti.

Questa vittoria elettorale getta la sinistra in crisi nera, le valutazioni pessimistiche si sprecano: l’Italia è un paese di destra, avremo vent’anni di fascismo, ecc. Il Manifesto, da dopo le elezioni in poi, tutti i giorni titola "Allarme, son fascisti!" Nessuno fra i vertici della sinistra fa autocritica rispetto alla miserrima campagna elettorale, tutte le analisi portano ad un unico colpevole: gli italiani, gli operai che sono di destra, leghisti e rimbambiti dalle televisioni di Berlusconi.

In questo contesto la manifestazione del 25 aprile è totalmente inaspettata: il corteo nazionale a Milano sotto la pioggia battente porta in piazza 500mila persone. In questa manifestazione, che per anni era stato un rito vuoto delle istituzioni in ricordo della liberazione, si evidenzia la volontà di reagire con la mobilitazione alla vittoria della destra. Al tempo stesso però il governo non è ancora stato messo alla prova e gode ancora di una certa rendita: alle elezioni europee la sinistra perde ancora voti mentre la destra avanza.

Settembre:
comincia la lotta!

Fra la fine di agosto e l’inizio di settembre il governo vara la finanziaria: 48mila miliardi fra tagli e nuove entrate. La scure del governo colpisce sanità (6-7mila miliardi), scuola (600 miliardi), enti statali e locali (4mila miliardi), ma soprattutto le pensioni, per le quali il ministro del Tesoro Lamberto Dini chiede una riduzione di spesa fra gli 8 e i 10mila miliardi. La finanziaria rappresenta un vero e proprio travaso di denaro dalla classe lavoratrice a quella padronale: i tagli allo stato sociale servono a finanziare le imprese con sgravi fiscali di vario tipo e la detassazione sugli utili reinvestiti (la famigerata legge Tremonti).

Ma non è la riduzione della spesa sociale a caratterizzare questa manovra: essa rappresenta un attacco politico alla classe operaia e ai diritti conquistati. Quello che si vuole mettere in discussione è il diritto alla pensione. Le proposte del governo sono: 1) elevare a 65 anni, entro il 1998, l’età pensionabile, 2) aumentare da 35 a 40 il minimo di anni di contribuzione per la pensione di anzianità, 3) ridurre il coefficiente di rendimento delle pensioni dal 2 all’1,75%. Il governo vuole creare le condizioni per introdurre in modo esteso le pensioni private.

La borghesia accoglie con entusiasmo la manovra. Agnelli, che si è sempre mantenuto distante nei confronti di Forza Italia, invita a cena Berlusconi e il gotha del capitalismo italiano; il messaggio è chiaro: "Vogliamo una manovra impopolare" (Alessandro Riello, presidente dei giovani confindustriali, su Il Corriere della Sera, 23/9/1994).

Anche il movimento operaio non esita a dare la sua opinione. Fin dall’inizio di settembre partono gli scioperi spontanei, a partire dalle grosse fabbriche, ma che si estendono rapidamente a tutte le categorie. Il sindacato viene colto in contropiede da questo rinnovato protagonismo operaio. La comunicazione fra base e vertice sembra invertita, il sindacato convoca scioperi di categoria o territoriali, ma in realtà non fa altro che avallare (e per ora si limita a questo) ciò che già i delegati delle neoelette Rsu stanno già organizzando. A dimostrazione di ciò durante tutto il primo mese di mobilitazioni emerge il carattere frammentato della protesta. Tuttavia i cortei e le adesioni sono già alte, a Milano il corteo della sola zona Lambrate vede sfilare 15mila operai e impiegati, a Brescia, dove la Camera del lavoro convoca lo sciopero provinciale, ci sono 40mila lavoratori in piazza.

Finalmente Cgil-Cisl-Uil convocano lo sciopero generale di quattro ore il 14 ottobre. Le adesioni vanno dall’80 al 100%, alcune aziende si rifiutano di dare cifre. Le manifestazioni sono imponenti: 300mila a Milano, 350mila a Roma, 200mila a Torino, in tutto oltre tre milioni di lavoratori vanno in piazza, è lo sciopero più riuscito da vent’anni a questa parte.

Movimento e sindacato

I vertici sindacali non possono che salutare con entusiasmo questa rinnovata partecipazione del movimento operaio, ma al tempo stesso questo comporta loro anche problemi. Da una parte c’è la radicalità del movimento che contesta la riforma delle pensioni, ma inizia a mettere in discussione l’esistenza stessa del governo. Dall’altra c’è la posizione moderata dei vertici sindacali. Cofferati si mostra in prima linea nel promuovere la protesta e fa pure mostra di una fraseologia piuttosto radicale, la sua posizione e quella complessiva dei confederali resta un sì alla riforma, ma solo se concertata e una richiesta di modifica della finanziaria. Non si chiedono le dimissioni del governo.

Dunque si apre nel movimento una dialettica in cui i vertici sindacali di fatto tentano di "cavalcare la tigre", cioè di orientare l’erompre del movimento sulla scena politica verso più miti consigli. C’è inoltre una novità importante. Il sindacato mettendosi alla testa del movimento recupera rapidamente l’autorità persa con gli accordi di luglio firmati l’anno precedente. Due sono i motivi di questo cambiamento: in primo luogo i confederali convocano le mobilitazioni e dunque si schierano dalla parte degli "insorti", in secondo luogo il movimento è letteralmente allagato dalla massa della classe operaia italiana, la gran parte della quale non ha vissuto i dibattiti interni alle organizzazioni sindacali e non ne conosce le posizioni programmatiche. Il grosso della classe operaia vede un Cofferati combattivo e dalla sua parte e dunque lo sostiene attivamente.

Un milione e mezzo
in corteo a Roma

Il movimento non dà segni di stanchezza, anzi l’arroganza di Berlusconi ("né uno, né cento scioperi fermeranno l’azione del governo") non fa che soffiare sul fuoco della protesta.

Il 21 ottobre si tiene un’assemblea nazionale dei delegati della Fiom-Fim-Uilm. I metalmeccanici sono la categoria più combattiva nel movimento, alcuni delegati contestano il sindacato per gli accordi di luglio, dalla Nuovo Pignone di Firenze si chiede la caduta del governo; Benedini, delegato dell’Om Iveco di Brescia, parla dell’autoproclamato sciopero degli straordinari che sta mettendo in ginocchio il padronato e conclude "giochiamocela tutta e vinciamo!". In quel contesto D’Antoni rivendica il ritiro di tutta la finanziaria, è il dirigente sindacale più applaudito. Nell’assemblea però nonostante alcune posizioni critiche nessuno chiede di pronunciarsi sull’obiettivo di far cadere il governo. La sinistra sindacale è completamente appiattita sulle posizioni dei vertici sindacali. Rifondazione Comunista avanza la linea della "sospensione della critica al sindacato". La partita rimane saldamente nelle mani dei dirigenti sindacali i quali la giocano secondo i loro obiettivi. La trattativa con il governo è in corso e Cofferati, D’Antoni e Larizza si affannano per cercare un accordo presentabile alla base.

Il clima politico è estremamente teso: il 20 ottobre il verde Paissan, nel corso di una seduta alla Camera dei Deputati, accusa la maggioranza di governo di essere dei tangentari e viene aggredito dai deputati di An: tre feriti, fra cui un deputato di Rifondazione. La Lega presenta un serie di emendamenti alla riforma delle pensioni che rappresentano dei cambiamenti di facciata, ma che il Pds si rende disponibile a votare. L’inaffidabilità di Bossi genera un grande nervosismo nelle fila della maggioranza. Anche nel fronte padronale iniziano a serpeggiare i dubbi sulla possibilità che Berlusconi ce la possa fare. Il primo novembre si consuma un cosiddetto pranzo segreto fra Abete, presidente di Confindustria, e i vertici confederali. Così Larizza sul Corriere della Sera il 3/11/94: "Sia noi che gli imprenditori vogliamo conservare gli importanti risultati raggiunti sul fronte della politica dei redditi che hanno favorito il calo dell’inflazione. Si tratta di fare uno sforzo di merito e di metodo per avvicinare le posizioni fra i tre soggetti della concertazione, noi, gli imprenditori e il governo". Tradotto: gli scioperi stanno intaccando i profitti, proprio mentre inizia la ripresa economica, i padroni vorrebbero concludere lo scontro e tornare alla pace sociale per continuare in pace i loro affari, i sindacati sono chiamati a fare il loro dovere.

Il 4 novembre Berlusconi rompe la trattativa con i sindacati. È l’ennesima provocazione, ripartono gli scioperi. A Milano allo sciopero dei chimici si uniscono i metalmeccanici: 100mila in piazza. Il sindacato convoca lo sciopero degli straordinari e una manifestazione nazionale a Roma di sabato, il 12 novembre 1994.

È l’apoteosi del movimento: un milione e mezzo di giovani, anziani e lavoratori con le loro famiglie invadono le strade di Roma, è la manifestazione più grande della storia del movimento operaio italiano.

Il movimento di fronte ad un bivio

Dopo la manifestazione del 12 novembre Berlusconi si mostra impermeabile alle pressioni della piazza e di conseguenza si pone il problema di ridiscutere la strategia del movimento. Inizia invece una fase di disorientamento. Il sindacato revoca lo sciopero nel Mezzogiorno previsto per il 24 novembre e sospende lo sciopero degli straordinari, nonostante molte strutture sindacali territoriali non siano in grado di revocare gli scioperi e continuino le agitazioni e gli scioperi spontanei. La mobilitazione successiva è convocata da Cgil-Cisl-Uil per il 2 dicembre: sciopero generale di otto ore. Nel frattempo riprendono le trattative e si fa sempre più insistente la voce di un possibile accordo basato sullo stralcio dalla finanziaria della parte riguardante le pensioni, rinviando a tempi migliori l’attacco.

In queste settimane decisive l’apparato sindacale toglie la parola al movimento, lusingandolo con la promessa dello sciopero del 2 dicembre.

La manifestazione del 12 novembre e tutto il percorso di mobilitazioni aveva dato ai lavoratori una grande fiducia in se stessi, era maturata la convinzione che per la prima volta dopo anni di sconfitte, si potesse vincere e lo sciopero del 2 dicembre si apprestava ad essere il momento decisivo. Proprio per questo motivo, nonostante Agnelli e Romiti esortassero Berlusconi a proseguire, il grosso di Confindustria temeva quella data e invocava la revoca dello sciopero e la fine dello scontro. Il fronte dei Progressisti invece di porsi come punto di riferimento politico delle mobilitazioni brillava per la sua pusillanimità; Adornato si dichiarava disposto a votare la fiducia al governo, per evitare "il muro contro muro", intanto il Pds si rendeva disponibile a votare gli emendamenti di Lega e Ppi (anche quest’ultimo favorevole alla finanziaria) pur di crearsi buone amicizie per il dopo Berlusconi.

Com’è noto l’accordo viene siglato il 1 dicembre, con la relativa revoca dello sciopero generale.

L’accordo prevede lo stralcio della riforma delle pensioni e l’impegno a varare una legge entro il 30/6/95.

Nonostante i sindacati la spaccino come tale, non è una vittoria. L’attacco è solo rinviato, e la tregua significa dare al fronte padronale il tempo di riorganizzarsi mentre si smobilitano i lavoratori.

Berlusconi cade, ma il movimento non vince

Berlusconi però subisce una pesante sconfitta, avendo incentrato tutto il suo prestigio su quello scontro frontale. Per effetto del movimento Berlusconi è isolato, non gode più dell’appoggio sociale del 27 marzo e anche settori importanti della borghesia vorrebbero cambiare cavallo. Poche settimane dopo, ancora una volta, la Lega fa mancare il suo appoggio e il governo cade. Facciamo qui due osservazioni: 1) se non ci fosse stato quel movimento che sottopose a pressioni enormi tutta lo società, la Lega non avrebbe mostrato tutta la sua instabilità. 2) La Lega ha potuto raccogliere il testimone che i vertici sindacali le hanno lasciato, avendo questi abdicato al loro compito di dare una soluzione politica al conflitto.

Berlusconi viene sostituito da un cosiddetto governo tecnico, guidato dal suo ex ministro del tesoro, Lamberto Dini. Questo governo con il sostegno esterno del Pds concerta con il sindacato la riforma delle pensioni. Ci sono alcuni cambiamenti e una importante differenza: viene introdotto un trattamento differenziato fra chi ha più o meno di 18 anni di contributi. Questa "tutela" viene invocata dai sindacati per appoggiare l’accordo con Dini. Di fatto vengono messi i lavoratori più anziani contro quelli più giovani. L’accordo viene tuttavia sottoposto a referendum nel maggio del 1995. Il governo Dini grazie all’appoggio del sindacato e del Pds ha l’effetto di bloccare il processo di ascesa della lotta di classe. Gli operai rientrano nelle fabbriche e ritorna la pace sociale, che caratterizzerà tutti gli anni successivi di governi di centro sinistra. La normalizzazione dei rapporti in fabbrica e nel sindacato non avviene tuttavia immediatamente e in modo indolore.

In seguito alla revoca dello sciopero del 2 dicembre si riannoda il filo dell’opposizione sindacale dei delegati autoconvocati nel ’92 contro il taglio della scala mobile. Nasce così il coordinamento delle Rsu che nei primi mesi del ’95 raccoglie ampie adesioni fra i delegati e le Rsu che si oppongono all’accordo sindacale sulle pensioni. Questo coordinamento avanza una campagna di sensibilizzazione per denunciare i limiti della proposta dei confederali, ma non riesce ad elaborare una piattaforma complessiva alternativa e questo aspetto lo condannerà all’isolamento. Ciononostante sarà l’unica struttura a fare un campagna organizzata per il No al referendum convocato dai sindacati, e saranno gli unici a chiedere di far votare anche i disoccupati e gli studenti.

Il referendum è una vera farsa: si vota nelle fabbriche, ma anche nelle Camere del lavoro per permettere ai pensionati di esprimere la loro opinione, il sindacato organizza i pullman per anziani ed invalidi, si leggono anche cartelli "per votare sì, da questa parte". La vittoria dei sì è scontata, anche se fra i metalmeccanici l’accordo non passa.

Così si chiude il movimento del ’94.

Il ruolo di Rifondazione

Durante tutto l’autunno i militanti di Rifondazione sono stati in prima linea ed erano riconosciuti dalla classe operaia come i più combattivi e più vicini alle istanze del movimento. Non è un caso che proprio come risultato di questa situazione il partito ha ereditato i migliori risultati elettorali e di militanza.

Ma quali erano le posizioni politiche avanzate dal partito? L’elemento principale che colpisce è la decisione di sospendere la critica ai vertici sindacali, di accettare a priori che quella doveva essere l’unica direzione possibile. Particolarmente fra il 12 novembre e il primo dicembre anche il nostro partito si è unito al silenzio dei dirigenti sindacali in attesa dell’accordo. Le mobilitazioni locali mostravano la volontà inequivocabile di continuare la lotta, c’erano insomma le condizioni per promuovere un coordinamento di Rsu che, anche di fronte alla firma sindacale, autoconvocasse lo sciopero. Non solo, all’interno di esso il partito avrebbe potuto avanzare la richiesta della caduta del governo ed elezioni anticipate, proponendo se stesso e il Pds come alternativa politica al governo delle destre. Era evidente che a dicembre i risultati elettorali erano assolutamente favorevoli alle sinistre e quello poteva essere l’unico sbocco politico possibile per il movimento. L’alternativa era la sconfitta, come è stato, seppure dilazionata nel tempo.

Bertinotti, come spiegò allora in una assemblea pubblica, in aperta polemica con un delegato sindacale militante del Prc, riteneva pericoloso avanzare queste proposte perché nel movimento c’era anche chi aveva votato Berlusconi e chiederne la sua caduta avrebbe significato spaccare il movimento.

Anche successivamente il tentativo del coordinamento delle Rsu di porre un argine alla sconfitta che si preparava, pur avendo fra i suoi principali promotori esponenti del partito, è stato mal tollerato perché entrava in contraddizione con la politica di pieno sostegno all’operato sindacale.

Paradossalmente il movimento appiattisce il partito sulle posizioni delle burocrazie sindacali e l’esito è uno spostamento a destra della linea: se già dopo le elezioni Cossutta apriva ai popolari, dopo la caduta del governo Berlusconi il partito si orienta direttamente all’accordo con Prodi. É l’inizio di uno slittamento che porterà ben più lontano di quanto i militanti si aspettassero e che solo nel ‘98 vedrà una parziale inversione di rotta, pagata a caro prezzo.

Le lezioni di quegli anni sono molteplici. 1) La destra, ben lungi dall’avere "l’egemonia culturale", spinge ad un conflitto sociale generalizzato. 2) I vertici sindacali, in un contesto di mobilitazioni di massa, avallano il movimento e recuperano rapidamente l’autorità persa. 3) I vertici sindacali convocano gli scioperi, "cavalcano la tigre" e dirigono la protesta verso l’accordo con il governo. 3) Rifondazione non coglie il momento decisivo (fra il 12 novembre e l’1 dicembre) per costruire un’opposizione di massa alla svendita del movimento che si andava preparando. 4) Il movimento rifluisce e i lavoratori trasferiscono le loro attese sul piano elettorale (vittoria dell’Ulivo, 1996).

Tutto il percorso del movimento dimostra che il movimento operaio è la parte decisiva della società, ma all’interno di ciò la direzione politica diventa l’elemento cruciale, capace di fare la differenza.

Oggi come allora si pone il problema di qual è il rapporto del partito con i movimenti: Rifondazione non può porsi il semplice obiettivo di esistere e crescere a livello elettorale, deve proporre al movimento un’alternativa organizzata ponendosi l’obbiettivo di sottrarlo all’influenza dell’illusione riformista che tanta parte ha avuto nelle sconfitte della nostra storia. Non giocare questo ruolo significa rinunciare alla propria ragione di esistere. A questa domanda, irrisolta nel 1994, spetta oggi rispondere, in vista dei futuri movimenti di massa.

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