Breadcrumbs

La potentissima scossa tellurica di fine gennaio ha messo in ginocchio l’intero paese. Gli ingenti danni derivati dal terremoto alimentano la miseria nella società indiana che attraversa una crisi spaventosa.

Fra le zone più colpite dalla scossa del 26 Gennaio vi è la regione del Gujrat al confine col Pakistan dove "il martello di Dio", così è stato soprannominato il terremoto dagli indiani, ha ridotto a macerie le case e i palazzi di tutta la popolazione. Le vittime della calamità sono arrivate vicine alle 30mila unità e il disagio per chi si è salvato è ora elevatissimo: 2 milioni e mezzo di bambini sono a rischio. Se la terribile scossa (100 volte più forte di un esplosione atomica) ha colpito l’India senza distinzione di classe, gli aiuti umanitari da tutto il mondo si stanno indirizzando verso le caste più alte che controllano la maggior parte dei centri di assistenza dove arrivano gli alimenti, le coperte e i medicinali. La denuncia è venuta da diverse organizzazioni non governative e da numerosi giornalisti inviati nelle zone più colpite dal sisma. A farne le spese sono soprattutto le fasce più emarginate della popolazione come la casta degli "intoccabili" Dalit che, dimenticati completamente dallo Stato, sono condannati alla fame, al freddo e al degrado.

L’India è più un subcontinente che una nazione. Con 26 stati e 199 lingue parlate il paese stenta a trovare l’unificazione sognata ai tempi di Gandhi. A 53 anni dall’indipendenza la borghesia indiana non è stata in grado di risolvere nemmeno uno dei compiti della rivoluzione borghese. La riforma agraria non è mai stata completata e in diverse zone del paese sopravvivono ancora rapporti feudali come la schiavitù ed il lavoro vincolato. Il più grande fraintendimento che si può commettere è considerare l’India un paese laico. Una delle più grandi aziende indiane, la Birlas, non è mai entrata nel ramo del terziario perché negli hotels a 5 stelle del paese si consuma carne. Minoranze religiose sono represse e intensi pregiudizi religiosi sono diffusi nella società. Non solo il fondamentalismo Indù (la religione dell’85% della popolazione) è riemerso nell’ultimo periodo ma anche altri fondamentalismi come il Cristiano e l’Islamico si stanno esprimendo in maniera violenta e sanguinosa. La magia nera, il misticismo, il Sati (il sacrificio della vedova alla morte del marito) e altri pregiudizi sono l’espressione della insicurezza e della disperazione che produce la crisi del capitalismo indiano.

Nel 1956 il sottosegretario di Stato degli Usa, J.F.Dulles, giudicava "immorale" il non-allineamento dell’India in uno dei 2 blocchi. Ma in realtà il non-allineamento indiano era nei fatti una sostanziale alleanza con Mosca che dal dopoguerra fino alla fine degli anni ‘70 stringeva col paese asiatico diversi accordi economici e militari. L’India sotto il governo di Nehru arrivò a nazionalizzare fino al 75% della propria economia. Vennero adottati in quegli anni diversi piani quinquennali che alzarono il livello della produzione e ammodernarono le deboli infrastrutture del paese.

Ciò nonostante la borghesia non venne mai rovesciata in India e i lavoratori non controllavano la produzione ma venivano brutalmente repressi e soggiogati dalla gigantesca burocrazia statale.

L’entrata dell’imperialismo in India

Dopo il crollo dell’Urss l’India ha compiuto una significativa svolta: aprendosi al mercato mondiale è entrata in stretti rapporti con l’occidente e gli Stati Uniti. Interi settori dell’economia statale sono stati privatizzati e rivenduti ai falchi dell’imperialismo che hanno invaso il paese negli anni ’90 ansiosi di sfruttare la manodopera indiana a basso costo. Sotto le pressioni del Fmi lo stato indiano ha abbassato sensibilmente le tariffe doganali che proteggevano le aziende nazionali dalle più competitive compagnie estere. Il costo di tale processo per la popolazione è stato altissimo: inflazione alle stelle, licenziamenti e tagli alla spesa sociale.

Gli ultimi dati risalenti a un paio di anni fa rilevavano che circa il 55% degli indiani vive al di sotto della soglia di povertà. Il divario fra ricchi e poveri si sta allargando sempre di più e queste contraddizioni si esprimeranno prima o poi in violente sollevazioni del popolo ridotto in miseria. Lo Stato però non rinuncia a spendere cifre astronomiche per rafforzare il proprio esercito. Nel momento in cui milioni di persone crepano sotto le macerie per il terremoto la classe dominante continua ad acquistare armi dalla Russia e dall’occidente da impiegare nelle guerre di confine con il Pakistan. Dotata di potenti armi atomiche la nazione consuma un grossa parte delle sue entrate nella spesa militare. Per l’anno 2001 lo stanziamento fiscale per la difesa è salito all’incredibile cifra di 13,5 miliardi di dollari mentre nel 2000 a questa voce erano stati destinati "solo" 3 miliardi. Come la Turchia nell’Asia centrale così l’India si comporta da paese sub-imperialista nella regione. Attualmente in Kashmir sono presenti 700mila militari indiani. La zona contesa da anni col Pakistan è la più militarizzata del mondo, e forse la più pericolosa. Dopo 10 anni di guerra ecco le cifre spaventose del conflitto: 72mila morti, 40mila mutilati, 7.500 donne stuprate e 67mila abitazioni bruciate (dati del Kashmir Today-Maggio 2000). Ma non è solo il caso del Kashmir. Anche in Sri Lanka, Assam, Negaland e Nepal lo stato indiano coltiva grosse ambizioni ed è per questo che sta rafforzando l’apparato militare.

Crolla la fiducia verso le istituzioni

Il grande paradosso politico attuale è che le politiche liberiste di svendita delle aziende pubbliche e di apertura alla penetrazione delle multinazionali stanno venendo dal governo degli ultra-nazionalisti Hindu del Bharatya Janata Party (BJP). Da pochi anni al governo, la destra è riuscita a sconfiggere il Partito del Congresso alle elezioni con una campagna demagogica di salvaguardia dell’identità indiana quando in realtà hanno già dato prova di essere semplicemente dei lacchè di Washinton. Gli scioperi del ’99 dei portuali e degli elettrici hanno già anticipato per un certo verso quella che sarà la musica del futuro in India. Dopo anni di soprusi e di privazioni oggi la classe operaia non è più disposta a subire ulteriori arretramenti. Temporaneamente paralizzato dal riassetto economico e dalle privatizzazioni il proletariato indiano, grazie anche alla nascita di grossi stabilimenti nel settore dei software e dei prodotti informatici, rimane su scala nazionale il soggetto principale in grado di invertire con la propria forza le sorti e il destino dell’intero paese. Quest’anno nuovamente gli imponenti scioperi di 700mila minatori e di 600mila lavoratori delle poste hanno paralizzato tutta l’India. A questi si è aggiunta una dura lotta degli impiegati delle banche e del settore della assicurazioni che hanno dichiarato battaglia al piano di privatizzazioni del governo di Atal Behari Vajpayee. La pace sociale su cui si basava l’avanzata della destra e della reazione in India sembra davvero arrivata al capolinea.

Le grandi tradizioni rivoluzionarie del paese torneranno a farsi strada nei partiti tradizionali dei lavoratori che oggi attraversano una grossa crisi. Infatti il partito comunista indiano-Marxista (nato da una scissione del Partito Comunista Indiano) nonostante sia uno dei partiti comunisti più grandi al mondo (2 milioni di iscritti) non riesce a fornire una alternativa credibile all’impasse del capitalismo indiano. La teoria della "rivoluzione democratica popolare" sposata dal Cpi-m non è altro che una riproposizione della vecchia teoria menscevica delle "due fasi" diffusa dallo stalinismo e che venne adottata anche dal Partito Comunista Indiano. Praticamente questa portò negli anni ‘50 e ‘60 a sottomettere il Cpi al governo di Nehru ritenuto un vero socialista, a considerare la borghesia indiana progressista e laica e a rimandare la prospettiva della rivoluzione socialista ad un periodo lontano. Di questa teoria oggi vediamo i meravigliosi frutti. Di fatto la mancanza di una prospettiva rivoluzionaria porta il Cpi-m ad accettare la tattica del Fronte Popolare dove l’alleanza dei partiti operai con le forze borghesi non ha mai fatto fare un passo avanti ai lavoratori indiani come dimostra anche l’esperienza di governo del Cpi-m nel Bengala occidentale dove la popolazione lotta ancora tutti i giorni contro lo spettro della fame. Al recente congresso di Kochin i delegati del Cpi-m hanno discusso il nuovo "programma del popolo democratico" dal quale testualmente si legge : "…dopo i grandi cambiamenti avvenuti nell’economia mondiale… noi permetteremo gli investimenti stranieri in determinati settori della nostra economia, in modo da promuovere le capacità produttive e acquisire avanzate tecnologie. Un afflusso regolato del capitale finanziario è nell’interesse del paese."

Quanto differiscono queste proposte dalle ricette economiche della borghesia liberale? La selvaggia distruzione del settore pubblico sotto i dettami dell’imperialismo non trova alcuna menzione nel testo congressuale. La storia degli ultimi 50 anni del movimento operaio indiano non è altro che la cronaca dei monumentale sforzi e degli enormi sacrifici che la classe lavoratrice ha fatto per trovare una soluzione alla spaventosa crisi del capitalismo.

Questo potenziale rivoluzionario è stato da sempre tradito dalla dirigenza riformista dei partiti comunisti. Mentre oggi il segretario generale del Cpi-m dichiara in un’intervista ripresa al THE STATESMAN "non è possibile una rivoluzione in India", molti giovani militanti in India sono proprio alla ricerca di un’alternativa rivoluzionaria.

La disfatta dello stalinismo in URSS se ha comportato un’iniziale smarrimento per il movimento operaio allo stesso tempo faciliterà la riscoperta delle idee marxiste in tutto il mondo. La cappa soffocante della burocrazia di Mosca è saltata. Per i lavoratori dell’India così come per tutto il potente proletariato asiatico ora si tratta di armarsi con le idee, con i programmi, con i metodi del vero bolscevismo.

Joomla SEF URLs by Artio