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Gli Stati Uniti sono impantanati in Iraq, in una guerra sempre più impopolare che non riescono a vincere e che non vinceranno. Malgrado ciò, l’ala più reazionaria della classe dominante americana, ha preso seriamente in considerazione un attacco all’Iran.

 L’amministrazione Bush è impegnata in una massiccia campagna per screditare il regime di Teheran. Come al solito la diplomazia non è lo strumento preferito dai falchi di Washington, e la presenza di Condoleeza Rice nelle varie conferenze mediorientali sull’Iraq non prefigura certo accordi duraturi e stabili con i paesi della regione. Sotto la superficie l’imperialismo sta lavorando coscientemente per logorare i rapporti con l’Iran, attraverso una campagna fatta di falsa propaganda e provocazioni.

L’11 gennaio un consolato iraniano nel nord Iraq ha subito un’irruzione militari americani, che hanno arrestato cinque iraniani presenti suscitando forti proteste di Teheran. Nel mese di febbraio in Iran si sono verificati degli attentati che hanno provocato la morte di decine di militari, ufficiali e guardie rivoluzionarie di Teheran. Esiste il forte sospetto che l’America stia finanziando gruppi guerriglieri separatisti, in particolare delle minoranze azera, curda e baluci presenti nella popolazione iraniana.

Gli Stati Uniti accusano l’Iran di armare i miliziani iracheni. Certamente Teheran sta intervenendo politicamente e militarmente in Iraq, ma la resistenza all’invasione americana del popolo iracheno resta un fenomeno indipendente dal ruolo giocato dal regime iraniano. Gli iracheni non possono accettare l’occupazione militare del paese e vogliono liberare l’Iraq dagli eserciti occupanti, responsabili dei soprusi quotidiani che vive la popolazione e con o senza le armi iraniane l’esercito americano è destinato nel lungo periodo ad essere sconfitto.


Il programma nucleare iraniano


Tuttavia l’argomento con il quale gli Stati Uniti vogliono giustificare l’aggressione è il programma nucleare dell’Iran. È del tutto probabile che gli iraniani non vogliano arricchire l’uranio per scopi energetici, ma che il fine ultimo sia la costruzione della bomba. Per quanto terribile sia questa realtà, la responsabilità di questa corsa scellerata agli armamenti ricade innanzitutto sull’imperialismo americano che nell’ultimo decennio ha scatenato la guerra in Serbia, in Afghanistan, in Somalia, in Iraq.

La sceneggiata sulle inesistenti “armi di distruzione di massa” con le quali gli Usa hanno giustificato l’attacco all’Iraq deve aver dato molto da riflettere non solo all’Iran, ma a tutti i regimi che per un motivo o per l’altro sono in contrasto con gli Usa. D’altra parte è plateale come gli Usa siano ben disposti a chiudere un occhio sulle armi nucleari di Israele (che non ha mai accettato alcuna interferenza da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica), o del loro alleato pakistano, al quale si sono limitati a fare qualche innocua tirata d’orecchie.

La Cia stima che l’Iran sarà in grado di costruire la bomba non prima del 2017. Allo stesso tempo lo stratega militare russo Ivashov ha recentemente rivelato che gli Stati Uniti stanno discutendo l’utilizzo di testate nucleari per il bombardamento sull’Iran. In definitiva, così come è avvenuto per le “armi di distruzioni di massa” mai possedute da Saddam Hussein, la propaganda americana sta mistificando la realtà per spaventare l’opinione pubblica internazionale. L’unica vera “minaccia nucleare” consiste nel bombardare i siti nucleari iraniani! Quali pesanti conseguenze dovrebbe pagare l’innocente popolazione dell’Iran per un tale crimine?


Si alterano gli equilibri nel Medio Oriente


Il rafforzamento degli Hezbollah in Libano, la presenza di esponenti sciiti filoiraniani nel governo iracheno ed il piano nucleare di Teheran, hanno allarmato Israele e l’Arabia Saudita che temono un rafforzamento dell’Iran nel Medio Oriente.

A questa preoccupazione si aggiungono le recenti provocazioni di Ahmadinejad contro Israele. Il presidente iraniano ha recentemente organizzato una conferenza sull’Olocausto con lo scopo di “svelare” che Hitler non ha ucciso ebrei durante la seconda guerra mondiale! Ahmadinejad Teheran cerca di tenere alta la tensione con i suoi vicini per cercare di cavalcare i sentimenti antimperialisti della popolazione iraniana, nel tentativo di compattare la popolazione contro un nemico esterno. Questo comportamento ha spinto Israele a dichiararsi disponibile a partecipare con i propri aerei all’ipotetico bombardamento sull’Iran. Già nel 1981 Israele portò un attacco analogo nei confronti della centrale nucleare irachena di Orizak, che Saddam Hussein stava costruendo.

Tuttavia anche Israele, dopo la sconfitta in Libano, non ha grossi margini per impegnarsi in un’altra guerra e il governo israeliano è già logorato da scandali e accusato dalla popolazione per il comportamento tenuto in Libano.

Gli Stati Uniti comunque hanno già preparato i loro piani e stanno ammassando le loro navi da guerra nel Golfo Persico. Alla portaerei Usa Eisenhower si sta affiancando in questi giorni la Stennis. Si ipotizza che sia possibile lanciare nel giro di 24 ore un bombardamento sull’Iran, escludendo però l’ipotesi di un’invasione di terra, dal momento che le truppe in Iraq sono già ampiamente logorate ed insufficienti per vincere in Iraq.


Divisioni negli Usa


L’esercito, i servizi segreti, l’intera classe dominante americana è divisa sull’opportunità di lanciarsi in questo ennesimo conflitto. Al posto di discutere una via di fuga dall’Iraq, peraltro realizzabile solo con l’aiuto di Teheran, Bush pare voglia lanciarsi in una nuova avventura. La cricca reazionaria attorno al presidente ha ignorato completamente l’appello alla smobilitazione dall’Iraq emesso dalla commissione di saggi Baker-Hamilton, con cui una parte della borghesia americana sperava di moderare le manie bellicose del presidente. Le conseguenze politiche di un attacco sarebbero incalcolabili, ma certamente l’esito di questa guerra si ritorcerebbe contro gli Stati Uniti, contribuendo a logorare ulteriormente il declino dell’egemonia americana nel mondo.

Al Pentagono temono le conseguenze di un’altra guerra, e molti generali sanno perfettamente di non avere il potenziale militare per battere l’Iran, che tra l’altro dispone di un esercito ben più consistente di quello di Saddam Hussein. Il Sunday Times ha rivelato che cinque alti comandanti americani sarebbero pronti a dimettersi in caso di attacco.

Ma allora perché la Casa Bianca non presta attenzione alla preoccupazione di una parte consistente dei poteri forti americani?

Gary Schmitt dell’American Enterprise Institute pone l’accento sulle personali ambizioni di Bush: “Nessuno sa quello che il Presidente potrebbe fare. Ma è una persona che punta più ad entrare nella storia che a guardare i sondaggi. Se fossi a Teheran non conterei sul fatto che gli americani hanno problemi in Iraq per lasciar passare la questione del nucleare iraniano”.

In un recente articolo Alan Woods ha evidenziato l’allarme che circola fra il padronato americano, che potrebbe portare anche ad una clamorosa fine anticipata della presidenza Bush, sull’esempio di quanto è già avvenuto in passato con Nixon, rimosso dal potere prima della scadenza del suo mandato. Davanti all’impossibilità di limitare l’avventurismo del presidente, che non ne voleva sapere di ritirare le truppe dal Vietnam e di riconoscere la sconfitta, la borghesia statunitense sfruttò lo scandalo “Watergate” per spingere Nixon a dare le dimissioni.


Lotta di classe e dittatura in Iran


Anche in casa iraniana c’è un tentativo da parte di alcuni settori moderati di fermare l’oltranzismo di Ahmadinejad. Il popolo iraniano non vuole la guerra e alle recenti elezioni di dicembre il presidente ha ricevuto un significativo calo dei voti.

Dopo 30 anni di governo degli ayatollah c’è nel paese una grossa voglia di sbarazzarsi di questo presidente e di questa classe politica. L’unico ostacolo al cambiamento sono le misure repressive contro il dissenso e la mancanza di alternativa politica a sinistra. Anche se alle recenti elezioni i riformisti hanno aumentato i voti, la gente non si fida più di questa gente. Gli operai si ricordano degli scioperi repressi nel sangue e gli studenti non dimenticano la coraggiosa rivolta del ’99, schiacciata con la forza dall’ex presidente riformista Kathami.

Nonostante le difficoltà, nell’ultimo periodo sta riemergendo una protesta sociale che si è espressa in alcuni scioperi, nel tentativo di ricostruire sindacati combattivi e nelle manifestazioni studentesche.

Particolarmente significativo è quello che è successo durante la “giornata dello studente” il 16 dicembre. Ahmadinejad si è recato quel giorno a parlare agli studenti dell’università di Teheran ed è stato accolto da una folla che lo ha sonoramente fischiato, che ha strappato i poster con la sua immagine e che ha intonato slogan come “Per l’unità studenti lavoratori” e “Socialismo o barbarie”.

Spetta quindi alle masse iraniane il compito di rovesciare Ahmadinejad, così come saranno gli operai americani e non certo il partito democratico a saldare i conti con Bush. Il proletariato americano non ha interessi contrapposti alle masse iraniane. Per fermare il rischio di una nuova guerra serve una lotta serrata contro questa degenerata classe politica che ben incarna la decadenza che sta attraversando il sistema capitalista su scala mondiale.

 

14/03/2007 

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