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Una falsa "democrazia" imposta a colpi di cannone

 

Sorda ad ogni rovescio, decisa a travolgere ogni ostacolo, l’amministrazione Bush continua la sua marcia a tappe serrate verso l’inevitabile escalation del conflitto iracheno.

Le elezioni farsa del 30 gennaio, logica conseguenza dell’altrettanto farsesco passaggio di poteri dalla Coalition Provisional Authority (Cpa) di Bremer al governo fantoccio di Allawi, inscenata frettolosamente lo scorso 28 giugno, maschera un ulteriore, inevitabile aumento dell’esposizione militare nordamericana in Iraq.

Le truppe statunitensi impegnate sul campo di guerra iracheno sono infatti passate in poco più di sei mesi da 138mila ad oltre 150mila unità (ma sono previsti ulteriori rinforzi).

Se misuriamo i mezzi messi in campo in questa guerra da Bush e soci e li paragoniamo con quanto “generosamente” offerto per la ricostruzione dei territori devastati dallo Tsunami, salta all’occhio quali siano le priorità per l’imperialismo. Bush, dopo aver decuplicato la miserrima cifra inizialmente stanziata, si è attestato su 350 milioni di dollari, poco più del costo di un solo giorno dell’avventura irachena.

Un governo fantoccio

Il governo Allawi in questi mesi è stato un mero passacarte dell’amministrazione Bush. Il suo programma di lavoro era già stato tracciato da tempo. La famosa carpetta consegnata al momento del «passaggio di consegne» dal governatore statunitense Bremer al premier iracheno Allawi conteneva 100 decreti messi a punto dalla Coalition Provisional Authority (Cpa).

Un solo esempio su tutti può bastare a chiarire il carattere predatorio della cosiddetta “ricostruzione democratica” dell’Iraq voluta dall’imperialismo: il decreto numero 81 su «Brevetti, design industriale, informazioni riservate, circuiti integrati e varietà di piante», la cui applicazione potrebbe avere conseguenze devastanti sull’agricoltura irachena e mettere a rischio la sopravvivenza di milioni di persone (ma assicurare grassi affari alle multinazionali dell’Ogm).

Nel 2002, secondo dati Fao il 97% degli agricoltori iracheni usavano sementi proprie o acquistate localmente. La nuova legge rende illegale questa pratica. I semi il cui uso è autorizzato si riferiscono solo alle varietà «protette», portate nel paese dalle multinazionali nel nome della ricostruzione agricola. Il decreto, inoltre, promuove esplicitamente la commercializzazione in Iraq di semi geneticamente modificati.

Un colpo mortale all’economia da cui dipende la sopravvivenza della maggioranza della popolazione.

Ma il compito di Allawi e del suo governo fantoccio, oltre ad assicurare i futuri affari dei propri padroni, era anche quello di legittimare l’occupazione straniera e promuovere una progressiva “irachizzazione” del conflitto, sostituendo polizia ed esercito iracheni alle truppe straniere quali principali agenti repressivi contro la popolazione. Sotto questo fronte le aspettative di Bush e soci sono sicuramente state deluse. Il governo non riesce a reggersi senza il sostegno delle truppe d’occupazione. Le strutture repressive (polizia ed esercito) sono inconsistenti e completamente inaffidabili per l’imperialismo, come dimostrano i frequenti casi di diserzione o il sostanziale scioglimento della polizia irachena di fronte all’insurrezione sciita dello scorso aprile.

Così le truppe d’occupazione sono oggi ancora più esposte nella repressione aperta di quanto lo fossero sei mesi fa. La guerra ha anzi assunto in questi ultimi mesi un carattere di inaudita ferocia contro la popolazione civile. L’uso indiscriminato di armi pesanti contro la popolazione è diventato la norma, fino a radere al suolo interi quartieri e città, come Falluja, dove migliaia di morti e una città devastata non sono bastati ad aver ragione della resistenza e si continua a combattere casa per casa (ammesso che ne sia rimasta qualcuna in piedi).

Due mesi di offensiva “finale”, voluta da Bush per “spazzare via i terroristi” (e vincere le elezioni per la presidenza Usa), hanno alienato quasi completamente ogni possibile base d’appoggio tra la popolazione agli eserciti occupanti.

La repressione non ferma la rivolta contro l’occupazione

Ogni giorno le truppe d’occupazione e le forze collaborazioniste del governo devono fronteggiare decine di attacchi. Non esiste una sola zona del paese dove le forze occupanti abbiano il pieno controllo.

Questo è vero soprattutto a Baghdad. Nella capitale è stato ucciso nei primi giorni di gennaio perfino il governatore, Ali al Haidri, colpito con le sue guardie del corpo durante un trasferimento in auto.

Il totale ufficiale dei soldati uccisi in Iraq dall’inizio della guerra, nel marzo del 2003, è di 1.491, 1.340 dei quali americani, mentre il Pentagono ha comunicato che il numero dei feriti ha superato quota 10.000, dei quali la metà hanno riportato ferite gravi o gravissime. Nessuno conta le vittime irachene, che sono decine di migliaia.

A parte i propagandisti di guerra della Coalizione, ogni commentatore minimamente serio non può non rilevare che il movimento di resistenza all’occupazione abbia assunto in questi mesi dimensioni di massa ancora maggiori.

Il generale malcontento che si esprime in manifestazioni sempre più frequenti e duramente represse e negli scioperi del nascente movimento operaio contro il governo provvisorio (cfr. su FM n. 179, Il ruolo della classe operaia nel movimento di resistenza iracheno di Yossi Schwartz), il persistere dell’occupazione straniera e le condizioni di vita intollerabili costituiscono le basi di massa su cui si innesta e trova alimento la resistenza armata.

Secondo il capo dei servizi del governo iracheno, Generale Shahwani, il numero di guerriglieri si aggirerebbe su oltre 200.000 uomini, assai più di quanto abbiano sempre sostenuto gli Usa: «Penso che i combattenti della resistenza siano più numerosi del contingente americano, all’incirca 200.000 uomini». Tra questi, 40.000 sarebbero combattenti a tempo pieno e gli altri 160.000 part-time. Il successo della resistenza sarebbe dovuto, secondo il generale, al fatto che «la gente dopo due anni senza alcun miglioramento non ne può più - niente sicurezza, niente elettricità, niente benzina - e sente di dover fare qualcosa» (Il Manifesto, 4-01-2005).

Solo un osservatore superficiale o disonesto potrebbe confondere un tale movimento di resistenza con le azioni terroristiche di al-Quaeda e dei “tagliatori di teste”, che tanto risalto hanno sui media occidentali. La resistenza irachena affonda le proprie radici tra le masse diseredate che poco hanno a che spartire con il fondamentalismo lunatico wahabita, profondamente reazionario, propugnato da Bin Laden e da quel settore della classe dominante saudita che con le sue azioni scredita la legittima aspirazione del popolo iracheno a liberarsi dall’occupante, strumentalizzandone per i propri ristretti interessi la sofferenza.

Il governo provvisorio di Allawi, come era ampiamente prevedibile, si regge esclusivamente sulla collaborazione con le truppe d’occupazione. Intanto le azioni di guerra si diffondono a macchia d’olio nel nord del paese, interessando per la prima volta anche le città del Kurdistan. Le truppe americane sembrano decise a inseguire i combattenti che sarebbero fuggiti da Falluja prima della «offensiva finale» e avrebbero spostato la resistenza a nord (Mosul, Samarra, Baquba, etc.) o a sud (Mahmudiya, etc.).

Così dopo Mosul, l’offensiva militare americana che dovrebbe servire - secondo gli Usa - a preparare il terreno elettorale si è spostata anche a sud, nel cosiddetto «triangolo della morte».

Elezioni farsa

Uno svolgimento “normale” delle elezioni previste a fine gennaio è di fatto del tutto impossibile per stessa ammissione di alti esponenti del governo provvisorio iracheno, come il ministro della difesa Hazem Shalaan, che in questi giorni ne stanno chiedendo il rinvio. Dal punto di vista militare e politico la situazione degli occupanti e del governo Allawi, soprattutto nel centro nord, ma non solo (in questi primi giorni del 2005 sono stati bombardati a Bassora i consolati di Usa e Gb), è disastrosa. I venti di guerra nel centro nord del paese, solo per citare un esempio, hanno portato alle dimissioni in massa degli oltre 700 impiegati della commissione elettorale di Mosul e di tutti i membri di quella di Baji.

Ma se queste elezioni dovessero tenersi effettivamente (e l’amministrazione Bush sembra propendere per farle ad ogni costo), il quadro che ne uscirebbe sarebbe comunque decisamente instabile.

Lo scenario più probabile è quello di un’astensione di massa della minoranza sunnita e di una parte consistente della maggioranza sciita, ostili ad ogni forma di collaborazione con gli occupanti. La coalizione ombrello favorevole alla collaborazione con gli angloamericani (patrocinata da al-Sistani e dal regime iraniano), l’«United Iraqi Alliance», non rappresentano un’alternativa credibile per la maggioranza, essendo favorevoli alla permanenza sul suolo iracheno delle truppe Usa «fino a quando l’Iraq non avrà un suo forte esercito in grado di controllare il paese».

Come si può vedere, gli attori possono cambiare, ma il copione resta lo stesso.

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