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Domenica 28 agosto il governo iracheno ha licenziato la bozza di carta costituzionale. Scritta dall’inviato americano Zalmay Khalilzad, ex-ambasciatore in Afghanistan, la Costituzione indica nell’Islam la principale fonte del diritto della Repubblica parlamentare e democratica irachena, e prevede la suddivisione del paese in regioni e macroregioni le quali avranno potere legislativo, di controllo sulle risorse naturali (gas e petrolio) e disporranno di loro forze di sicurezza e di reparti militari. Il testo della Costituzione andrà al voto il 15 ottobre prossimo. Se due terzi dei votanti in almeno tre provincie sulle diciotto in tutto si esprimessero contro la bozza, dovrebbero essere ripetute le elezioni del 30/1 scorso e ricominciare daccapo tutto il percorso.

Il dibattito del governo si è sviluppato in un contesto di escalation degli attacchi della resistenza irachena, il mese di agosto è stato quello con le perdite più alte nel 2005 per gli Usa, che si avviano a toccare i 2000 morti dall’inizio della guerra. Non solo, di fronte alla prospettiva di una divisione dell’Iraq su basi etniche e religiose ha iniziato a saldarsi un fronte fra la resistenza prevalentemente sunnita e i cosiddetti sciiti radicali di Moqtada al-Sadr da sempre contrari all’occupazione americana.

Le difficoltà degli Usa

Nonostante le dichiarazioni di soddisfazione per l’accordo raggiunto sulla bozza di costituzione, è evidente la difficoltà degli Stati Uniti a definire la ormai tanto richiesta exit-strategy. Come ha sostenuto il capo dello stato maggiore dell’esercito americano, il generale Peter Schoomaker, la guerra in Iraq è “come mangiare la zuppa con la forchetta” e ritiene che fra quattro anni in Iraq ci dovranno essere ancora 100mila soldati americani.

Questa prospettiva però è sempre più insostenibile, sia dal punto di vista economico (un miliardo di dollari a settimana) che da quello umano. Un terzo delle truppe Usa sono riservisti, ovvero non hanno un addestramento professionale come gli altri soldati e proprio fra di loro aumentano le vittime i cui battaglioni hanno spesso una provenienza geografica comune: accade così che con una sola bomba possono saltare 10-15 ragazzi di uno stesso quartiere rendendo ancora più drammatico l’effetto nefasto della guerra.

Dall’altra parte la resistenza si rafforza, si calcola conti qualcosa come 400mila effettivi.

Pur di ottenere questa bozza gli Usa hanno anche rilasciato mille detenuti di Abu Ghraib, che da pericolosi terroristi si sono improvvisamente trasformati in innocui cittadini. Evidentemente gli Usa si trovano in un vicolo cieco e questa Costituzione, dividendo l’Iraq di fatto su basi etniche - al nord i curdi al sud gli sciiti e il centro sunnita - farebbe deviare quello che oggi è uno scontro contro l’occupazione imperialista in uno scontro fra le diverse etnie per il controllo del territorio e delle principali risorse.

Non è un caso che già adesso a Kirkuk, in passato arabizzata da Saddam Hussein, città importantissima del nord che detiene il 40% delle risorse petrolifere del paese è in corso una violenta curdizzazione con scontri con arabi e turcomanni che ne rivendicano il controllo.

Questa Costituzione rappresenta la barbarie, il massacro del popolo iracheno ed è per gli Stati Uniti l’unica via di uscita possibile.

Che questa Costituzione possa diventare operativa è un’ipotesi tutt’altro che scontata.

La reazione del popolo iracheno

Intanto va detto che nonostante gli sforzi gli Usa non sono riusciti ad ottenere neppure l’appoggio dei “loro” ministri sunniti, a partire dall’ex presidente Yawar, che per quanto prono agli interessi americani non ha potuto restare indifferente all’opposizione popolare.

Ma l’aspetto più importante è che questa proposta di Costituzione ha l’effetto di rafforzare la resistenza e unirne i diversi settori. Fin da subito gli esponenti sunniti hanno chiarito, a differenza delle elezioni del gennaio scorso, che si preparavano a dare battaglia e a partecipare al voto il 15 ottobre. Nel mese di agosto a Baghdad manifestazioni di piazza a sostegno dell’Iraq unito hanno dato vita a scontri con la polizia per il controllo del territorio, segnale questo di forza della resistenza che non solo attacca, ma è anche in grado di conquistare terreno.

A Tikrit migliaia di iracheni sono scesi in piazza contro la Costituzione razzista, invocando l’unità con gli sciiti di Moqtada al-Sadr in difesa dell’unità nazionale e contro gli occupanti.

A Najaf lo stesso al-Sadr ha convocato manifestazioni con lo stesso slogan. Dall’altra parte le milizie filo governative dello Sciri hanno attaccato la sede di al-Sadr a Najaf e iniziato una campagna di arresti contro i cittadini sunniti che stanno accorrendo in massa per registrarsi e poter votare il 15 ottobre prossimo. Gli esponenti della resistenza di stampo sunnita hanno più volte fatto appello all’esercito di al-Sadr di costituire un fronte comune in difesa dell’unità nazionale. Già i sunniti da soli potrebbero raggiungere i due terzi in tre provincie quindi il pericolo che la Costituzione non passi è molto alto, se questa prospettiva si avverasse avrebbe un effetto poderoso nel far esplodere ulteriormente la guerriglia e la mobilitazione di massa contro il governo e le truppe occupanti. La possibilità che si saldi un fronte sciita e sunnita contro gli occupanti e la Costituzione terrorizza il governo e gli Usa e non mancheranno le provocazioni per rompere questo fronte.

Il massacro del ponte dell’imam

Non può essere considerato casuale quanto è successo mercoledì 31 agosto a Baghdad al ponte Khadimya. Ricordiamo brevemente: c’è una manifestazione religiosa sciita di centinaia di migliaia di persone, il governo rende disponibile un ponte sul Tigri fino a quel momento chiuso per lavori, sul ponte ci sono posti di blocco, prima dell’arrivo del corteo religioso colpi di mortaio, poi rivendicati da Al Qaeda, uccidono sette persone e successivamente si rincorrono voci nel corteo (poi risultate infondate) sulla presenza di un kamikaze, la folla impazzisce, sfonda i parapetti, si calpesta, cade nel fiume o rimane imbottigliata; risultato, oltre mille morti. Gli esponenti sciiti del governo, a partire dal ministro degli interni, danno la colpa ai sunniti i quali osteggerebbero i riti religiosi sciiti.

Probabilmente non saranno mai chiari i dettagli di questa vicenda, ma non può sfuggire l’effetto politico di questa tragedia e l’evidente interesse ad utilizzarla da parte governativa e americana. È chiaro che si vorrebbe vedere l’unità del popolo iracheno seppellita nel sangue, ma il popolo iracheno non sembra pronto a gettare la spugna.

Gli sciiti di Moqtada al-Sadr non hanno accettato la provocazione e hanno accusato della strage gli occupanti americani che non hanno levato i loro posti di blocco e hanno chiesto le dimissioni del ministro degli interni.

È evidente che le prossime settimane vedranno un intensificarsi degli scontri e della violenza da entrambe le parti.

Un fronte di liberazione nazionale per un Iraq socialista

Un fronte unito della resistenza per la liberazione dell’Iraq rappresenterebbe una svolta per gli esiti della guerra, ma è chiaro che se è vero che la lotta contro la Costituzione potrebbe essere l’occasione per unire questo fronte è anche vero che i problemi posti dalla Costituzione, ovvero il controllo delle risorse, non vengono risolti dalla formazione di un fronte di liberazione nazionale.

Hareth al Dhari, dirigente della principale organizzazione sunnita, l’Associazione degli ulema musulmani, propone di “trasferire l’intero dossier Iraq alle Nazioni Unite in modo da permettere agli iracheni di elaborare la loro costituzione in libertà e senza ingerenze”, una posizione non distante da tanta sinistra italiana ed europea.

Come ha detto Gennaro Migliore, responsabile esteri del Prc, “discutere dell’occupazione non basta. L’unica strada possibile è il ritiro delle truppe belligeranti e la loro sostituzione con i caschi blu di paesi non coinvolti, una vera missione comandata dall’Onu”. Anche Rifondazione, in vista della sua partecipazione al governo di centrosinistra, abbandona il suo “intransigente pacifismo” per condurci nelle acque stagnanti delle Nazioni Unite.

L’Onu, foglia di fico di tante guerre in tutto il mondo, non può essere l’approdo della straordinaria resistenza del popolo iracheno che reagisce con vigore ai veleni del razzismo e della religione, i comunisti non possono tradire questo popolo propinandogli altri governi fantoccio dietro cui si manifestano gli interessi dell’imperialismo. Altre devono essere le nostre proposte, che trovino radice nella tradizione rivoluzionaria del popolo arabo e del movimento operaio internazionale, affinché la classe operaia irachena e tutto il popolo oppresso prenda sotto il proprio controllo le risorse economiche, la facciano finita con l’imperialismo, e diano vita ad uno stato socialista nella prospettiva di una federazione di stati socialisti del Medio oriente.

07-09-2005

 

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