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Venti anni di relazioni pericolose

E’ noto come nei rapporti internazionali la lealtà e la coerenza non siano elementi da rispettare a tutti i costi. Una breve analisi delle relazioni tra le potenze occidentali e l’Iraq di Saddam Hussein durante gli anni ’80 conferma questa tradizione e dimostra come le migliori amicizie possono, prima o poi, rompersi.

Quando nel 1980 l’Iraq dichiarò guerra all’Iran, l’esercito di Saddam era qualitativamente inferiore a quello iraniano; quest’ultimo, infatti, si giovava degli aiuti americani accumulati dallo scià prima della rivoluzione khomeinista. Evitare un’eventuale crescita della potenza iraniana nella regione e lucrare profitti attraverso la guerra divennero così le scelte obbligate dei Paesi imperialisti e delle loro aziende.

Ecco alcuni dati.

Subito dopo lo scoppio della guerra, la Francia dichiarava di voler dare immediato seguito ad un programma di fornitura di veicoli da combattimento all’Iraq per 1,6 miliardi di dollari (valuta del 1980).

Nello stesso periodo, Francia e Italia collaboravano alla costruzione di un reattore nucleare in territorio iracheno attraverso il programma denominato Osirak (per gli iracheni Tammuz). Di fronte alle obiezioni nate per tale scelta, Le Monde commentava: “Il nostro governo non può correre il rischio di irritare questo Paese produttore di petrolio”. Non doveva pensarla allo stesso modo Israele quando, il 7 giugno, distrusse l’impianto con un bombardamento, sostenendo che l’Iraq stava avviando lì la produzione di ordigni nucleari. E’ singolare come le proteste maggiori per questa azione militare vennero dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti, i quali per bocca dell’allora vicepresidente deploravano “il brutale attacco scatenato da Israele”. Il vicepresidente americano era tale George Bush senior.

Ancora negli stessi anni, una controllata del colosso farmaceutico francese Rhone-Poulenc realizzava ad Al Manal un complesso per la produzione di vaccini con una spesa elevatissima dovuta alle imponenti strutture edilizie in cemento armato e acciaio. Forse il complesso serviva ad altro, come sicuramente ad altro servivano gli stabilimenti per la produzione di pesticidi di Salman Pak e Fudaliyah costruiti grazie al sostegno tedesco. Questi impianti forniranno iprite e gas nervino utilizzati in pesanti dosi nella guerra contro l’Iran e nella repressione dei curdi.

Anche il nostro Paese non si tirò indietro nella corsa all’armamento iracheno. Secondo un dossier del comune di Firenze, la Valsella, azienda di Brescia, garantì massicce forniture di mine terrestri al regime di Baghdad. Tra il 1980 e il 1983 gli incassi dell’Iraq in provincia di Brescia, al capitolo doganale “armi e munizioni”, ammontarono a oltre 153 miliardi di lire. Nel 1982 la Fincantieri stringeva un accordo per la consegna all’Iraq di 4 fregate, 6 corvette (tutte missilistiche) e una unità logistica. La Marina militare italiana doveva anche addestrare i quadri della futura marina irachena. Ma il progetto andò per le lunghe e la consegna delle navi fu bloccata dall’embargo del 1990. Inoltre, verso la fine degli anni ’80 scoppiava lo scandalo della filiale della BNL di Atlanta, causa 3 miliardi di dollari in prestiti segreti e non autorizzati forniti all’Iraq di Saddam Hussein.

Per quanto riguarda la Gran Bretagna, vogliamo ricordare la cessione all’esercito iracheno, nel 1986, di un ingente quantitativo di uniformi desertiche. Cinque anni dopo l’esercito di Londra, ancora equipaggiato con pesanti mimetiche, avrebbe affrontato i militari iracheni dotati del vestiario britannico!

Passando infine agli Stati Uniti, è da notare come questi strenui difensori della libertà nel mondo pensarono bene di bloccare qualsiasi condanna dell’Onu all’Iraq per l’attacco all’Iran. Non solo. Nei primi anni ’80 cancellavano l’Iraq dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo, garantendo così a Baghdad l’accesso all’acquisto di nuove tecnologie e cospicui prestiti dal Washington Commodity Credit Corporation. Nel 1985 l’ex ambasciatore Usa in Oman, Marshall W. Wiley, fondava l’”US-Iraq Business forum”, nel quale confluivano circa 70 grandi aziende americane fra le quali Westinghouse e Caterpillar. Inoltre, un rapporto del Senato USA ha scoperto che 9 su 10 dei materiali biologici usati nei componenti delle armi irachene sono stati acquistati da aziende americane. Il Los Angeles Times (19/2/98) ha riferito che gli Usa hanno fornito informazioni di tipo satellitare agli iracheni quando questi fecero uso di armi chimiche contro l’Iran nel 1988.

Durante tutto il periodo in questione, gli Usa e le altre potenze occidentale non mancarono comunque di armare anche l’altro Paese in guerra, l’Iran. Prova di questa volontà è stato il cosiddetto scandalo Iran-Contra, divenuto di pubblico dominio alcuni anni fa ma presto insabbiato.

L’Amministrazione americana forniva di nascosto armi all’Iran (descritto da tempo come pericoloso nemico); i fondi ricavati da tale commercio servivano invece a finanziare la feroce guerriglia anti-comunista in Nicaragua.

La strategia degli Stati occidentali in Medio Oriente, in primis gli USA, era infatti quella di bloccare la nascita di una qualsiasi potenza nell’area, fosse questa l’Iraq o l’Iran. La guerra fra i due Paesi si concluse nel 1988 lasciando completamente inalterati i rispettivi confini. Le vittime furono circa due milioni, equamente divise tra entrambe le parti.

I dati che abbiamo pubblicato dimostrano ancora una volta come la propaganda ufficiale si basi solo su di un castello di falsità utili a giustificare la guerra all’Iraq ormai prossima. Il nostro compito di marxisti deve essere quello di smascherare le menzogne governative e quelle dei media borghesi. E di fermare con la nostra lotta l’ennesimo massacro imperialista della storia.

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