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La farsa delle elezioni irachene

 

 

I colloqui di Sharm el Sheik tra Abu Mazen e Sharon e le elezioni irachene di fine gennaio sono due tasselli fondamentali della svolta impressa dalla nuova amministrazione Bush per limitare i danni dell’avventura irachena.


Le dichiarazioni a favore di una svolta democratica e pacificatrice nascondono però la prosecuzione dell’aggressione imperialista con altri mezzi.

In Palestina il tentativo di coinvolgere la nuova leadership palestinese nella repressione del proprio popolo non riesce a nascondere il vero volto dell’imperialismo. La promessa di ritiro unilaterale da Gaza è accompagnata da un giro di vite repressivo nella politica di Sharon, che propone ad Abu Mazen il suo abbraccio mortale mentre prosegue a tappe serrate la stessa politica del fatto compiuto sempre perseguita. I cosiddetti colloqui di “pace” da un lato, la costruzione del muro in Cisgiordania e l’esproprio definitivo delle proprietà “abbandonate” dai profughi palestinesi a Gerusalemme est, dall’altro.


Le elezioni irachene sono state salutate da molti propagandisti dell’imperialismo come un “miracolo” della democrazia, il “riscatto” di un popolo a lungo oppresso, una “nuova speranza di pace”. Non sono state altro che una farsa.


Elezioni farsa, con i fucili di 150.000 soldati Usa puntati contro un intero popolo.


L’aggressione imperialista continua incessante, così come continua a crescere una resistenza di massa che va ben al di là delle formazioni armate.


Sui risultati (58% di affluenza al voto, vittoria delle forze collaborazioniste) è lecito avanzare più di qualche dubbio.


Quali elezioni democratiche possono mai essere quelle che si tengono in un regime di brutale occupazione. Ricordiamo che i militari Usa hanno impedito ogni controllo da parte di osservatori “indipendenti” e che dalla commissione elettorale nazionale, nominata direttamente dagli Usa, è stata accuratamente tenuta fuori ogni possibile voce critica.


Alle elezioni hanno partecipato esclusivamente liste legate alle forze favorevoli alla collaborazione con gli occupanti, lasciando del tutto privi di rappresentanza il 30% sunnita della popolazione e la maggioranza delle masse sciite povere, ostili all’occupazione, abbandonate dai propri dirigenti (da Al-Sistani a Muqtada Al-Sadr).


L’imperialismo intende avvalersi della collaborazione della classe dirigente sciita e dei dirigenti kurdi per dividere il popolo iracheno su linee religiose e nazionali e mantenere così il controllo sul paese. Così facendo preparano un nuovo bagno di sangue in Iraq e la partizione del paese. L’unica forza che può opporsi ad una tale prospettiva è una resistenza di massa che parta dalla classe lavoratrice. La scelta collaborazionista del Partito comunista iracheno è un vero e proprio tradimento delle aspirazioni di libertà dall’oppressione di un intero popolo.


Il nostro appoggio alla resistenza delle masse irachene è oggi più che mai necessario. Non dobbiamo confondere la resistenza di massa con l’azione dei tagliatori di teste reazionari di Al Qaeda. Con le loro azioni dimostrano di essere i migliori alleati dell’imperialismo, un comodo nemico da combattere, un utile mostro da sbattere sulle prime pagine dei giornali per giustificare la repressione di un intero popolo.


Accreditare la “svolta democratica” in Iraq, in qualsiasi modo, avallando un possibile sbocco negoziato che preveda la sostituzione delle truppe angloamericane con truppe sotto l’egida dell’Onu, come richiesto da larga parte del centrosinistra e come dai noi sottoscritto negli accordi con la Gad, rappresenta un errore decisivo, proprio nel momento in cui sarebbe più necessario smascherare i reali interessi che si nascondono dietro la guerra imperialista tuttora in atto contro il popolo iracheno. Sono questi i frutti avvelenati di una linea impressa dalla maggioranza del partito che oltre al governismo propone nei fatti, con la tesi della spirale guerra-terrorismo, il mancato riconoscimento della resistenza irachena.

 

Liberazione, 16 febbraio 2005
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