Dopo l’assalto alla Freedom Flotilla - Palestina libera, Palestina rossa - Falcemartello

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L’uccisione dei 9 pacifisti turchi a bordo della flottiglia, che trasportava generi di prima necessità attuata, dai militari israeliani, ha riportato all’attenzione dei media e dell’opinione pubblica la questione israelo-palestinese e le disumane condizioni di vita dei palestinesi nella Striscia di Gaza. Abbiamo visto una serie di manifestazioni in tutto il mondo a sostegno della causa palestinese e contro la politica terrorista di Israele. Tracciamo un’analisi dei fatti per comprendere meglio il contesto in cui inseriscono.

A livello internazionale si sono viste le reazioni ipocrite da parte dell’Onu, per non parlare di quelle del governo italiano, che è riuscito a battere a destra addirittura gli Usa, i quali almeno hanno richiesto la presenza di un membro internazionale nella commissione interna israeliana che dovrebbe far luce sui fatti della notte del 31 maggio. Certo Obama non deve essere stato contento dell’azione israeliana, che ha messo in difficoltà tutti gli alleati americani in Medio Oriente, in un momento in cui gli Stati Uniti avrebbero bisogno che quest’area rimanesse “tranquilla” per organizzare un disimpegno dall’Iraq senza perdere la faccia.

Da una parte infatti si sono complicati i rapporti già tesi tra Turchia e Israele, da tempo Ankara ha mostrato di voler cambiare orientamento nella regione ed estendere la propria influenza a quei territori storicamente dell’Impero Ottomano (la Palestina è senz’altro tra questi), svincolandosi dall’alleanza con Usa e Israele; segnali di questo sono senz’altro il rifiuto di far entrare dal proprio territorio le truppe americane in Iraq e gli accordi con Brasile e Iran sulla collaborazione per l’arricchimento dell’uranio impoverito.

L’altro alleato americano e isra-eliano messo a dura prova dalle intemperanze israeliane è l’Egitto. Mubarak si è impegnato nella costruzione di un muro che arrivi anche sotto terra al confine di Gaza, con la scusa della sicurezza interna, dopo lo sfondamento del muro di confine nel gennaio 2008, col chiaro tentativo di bloccare i tunnel sotterranei da cui passano i rifornimenti di cibo agli abitanti della Striscia, facendo un favore al governo israeliano, con cui fa lucrosi affari. Sul fronte interno ha sempre represso il movimento filo palestinese, abbastanza attivo: al Cairo, ad Alessandria, a Rafah e in altre città dell’Egitto ci sono state parecchie manifestazioni, sia dopo l’operazione Piombo fuso dell’inverno 2008-09, sia subito dopo la notte del 31 maggio. Ora il regime di Mubarak, già provato dai numerosi scioperi e manifestazioni per maggiori diritti salariali, contro le privatizzazioni e per maggiori diritti democratici, si è trovato con un nuovo fronte aperto di contestazione interna; di qui l’apertura a tempo “indeterminato” del valico di Rafah (anche se si deve sottolineare che gli ingressi sono, per così dire, a numero chiuso), col chiaro tentativo di salvare, almeno temporaneamente, la faccia e placare l’opinione pubblica interna.

Israele si trova a dover fronteggiare una seria crisi economica, iniziata già prima di quella mondiale e, in questo contesto, inasprisce le politiche contro i palestinesi, per scaricare su di loro il senso di insicurezza degli israeliani. Se si guarda ad esempio alle elezioni del 2009, il tema centrale su cui si è giocata la partita sono state le politiche per il “controllo demografico”, questione centrale in Israele, già da prima della sua fondazione. Ovviamente in questo contesto la propaganda della classe dominante israeliana ha alimentato un senso di isolamento e di accerchiamento nell’opinione pubblica, volta naturalmente a serrare le fila della nazione contro i nemici, siano i palestinesi, l’Iran o il modo intero. Primo tra tutti è Hamas, con cui Israele, non riesce a chiudere i conti: l’operazione Piombo fuso non è riuscita nell’intento di decimare l’organizzazione, e anche l’attacco alla flottiglia che aveva l’obbiettivo di impedirne un riconoscimento internazionale è fallito nel suo scopo. L’obiettivo lo evidenzia Tizpi Livni, leader di Kadima e dell’opposizione, con parole di appoggio totale all’operazione definita difensiva. è stato meglio complicare i rapporti con la Turchia perché “in Medio Oriente”, dice la Livni, “la scelta è tra opzioni cattive. L’altra era di dimostrare di condividere che Gaza sia controllata da Hamas e di non essere capaci di fermare la nave. (….). E quando Hamas si rafforza non è soltanto un problema israeliano, ma palestinese. Perché il governo palestinese legittimo, cioè quello di Salam Fayyad e Abu Mazen, diventa più debole” (Corriere della Sera, 1/06/2010).

Uno dei problemi per l’imperialismo è proprio la crescente debolezza di Abu Mazen, solo in parte a causa della sistematica violazione dei territori dell’Anp da parte di Israele. La principale ragione è da ricercarsi nelle politiche filocapitaliste della direzione di Al fatah, che ha tradito sistematicamente in questi 17 anni le aspirazioni delle masse palestinesi.

La situazione nella Striscia è grave e Israele tiene sotto scacco l’economia palestinese: dopo la seconda Intifada, del 2000, il reddito pro capite è crollato del 40%, il 60% della popolazione vive al limite della soglia della povertà, con un’espulsione progressiva dei lavoratori palestinesi dal mercato del lavoro israeliano: nel 2000 in Israele lavorava il 22% della forza lavoro palestinese, nel 2003 solo il 9 %. Nel 2009 la disoccupazione nella Striscia è arrivata al 40%, con una popolazione al di sotto dei 14 anni pari al 44%: la domanda che viene naturale farsi è: questi giovani, quando entreranno nel mercato del lavoro, che lavoro troveranno? In mancanza di alternative, è facile immaginare che diventeranno facile preda della propaganda islamista. Dopo l’operazione Piombo fuso, sono stati riparati solo tre quarti dei danni subiti, a causa dell’impossibilità di importare, ad esempio, cemento, utilizzato, secondo Israele, da Hamas per costruire razzi. Anche il blocco totale attuato per colpire l’organizzazione islamista si rivela controproducente: Hamas, infatti, può lucrare con il contrabbando dei beni che passano nei tunnel (da cui arrivavano circa l’80% delle merci). In Cisgiordania i lavoratori si accontentano di un salario pari a 3-4 dollari al giorno pur di lavorare. È facile immaginare la disperazione degli abitanti della Striscia e della Cisgiordania, e che la situazione possa esplodere da un momento all’altro.

Gli arabi di Israele dopo l’aggressione alla flottiglia hanno organizzato uno sciopero generale, con un’adesione pari a quasi il 100%. Normalmente vivono in condizioni di costante discriminazione: i lavoratori arabo-israeliani non possono lavorare in posti ritenuti strategici come aeroporti e centrali elettriche. Nell’aprile 2009, le ferrovie israeliane hanno stabilito che potevano lavorare per loro solo chi aveva fatto il servizio militare, licenziando gli altri; misura chiaramente discriminatoria verso gli arabi che ne sono esclusi. Sono esclusi dagli ammortizzatori sociali: ad esempio, i giovani tra i 18 e i 25 anni non hanno diritto a nessun sussidio perché legato al servizio militare. In queste condizioni è evidente che Israele si trova una situazione esplosiva anche all’interno, considerando che anche l’ideologia sionista comincia a dare segni di cedimento: a Tel Aviv c’è stata una manifestazione di pacifisti con circa 3.000 persone in occasione dei fatti recenti, sempre più giovani preferiscono il carcere al servizio militare, e addirittura alle elezioni comunali di Tel Aviv, il Partito Comunista Israeliano ha preso il 35% dei voti, di cui il 75% era dato da giovani sotto i 35 anni. Il sistema economico dello Stato israeliano è ovviamente profondamente iniquo: il 23,6% della popolazione vive sotto la soglia di povertà con sole 30 famiglie che di fatto controllano l’economia del Paese. Il PcI dovrebbe lanciare parole d’ordine di unità di classe, cosa non certo facile in Israele, dove il sindacato, l’Histadrut, è parte integrante del sistema sionista dalla fondazione dello Stato di Israele.

In questa situazione il boicottaggio contro Israele, forma di lotta adottata dal 2005 a livello internazionale, non può essere visto come l’unica soluzione, né purtroppo il solo aiuto umanitario può bastare a risolvere quello che è un problema politico: il diritto dei palestinesi di ritornare in quelle che erano le loro case, la fine di un governo reazionario e colonialista, come quello sionista. Una lotta di classe e di massa è l’unico modo che può far fare alla lotta dei palestinesi un salto di qualità, come ha dimostrato la prima Intifada del 1987.

L’unica via è ricreare un’unità tra le masse palestinesi, che gli accordi di Oslo hanno inevitabilmente distrutto, e cercare (la strada non è certo facile) un’unità anche con i lavoratori israeliani, schiacciati da un governo reazionario, e con tutti gli sfruttati arabi della regione. A livello internazionale, come comunisti, dobbiamo lavorare perché si crei una solidarietà di classe, organizzando assemblee nei luoghi di lavoro e nei circoli e perché si mantenga una mobilitazione radicale in favore del popolo palestinese.

7 luglio 2010