Negoziati di pace in Medio oriente - Falcemartello

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L’ennesima farsa sulla pelle dei palestinesi

Il 2 settembre scorso si è aperta a Washington l’ennesima ronda negoziale tra israeliani e palestinesi a regia statunitense, salutata con ottimismo dall’amministrazione Obama che ha promesso una “soluzione” entro dodici mesi.

 

Non è la prima volta che un presidente statunitense impone l’inizio di un negoziato. Al contrario, da Carter in poi, sembra sia un’impresa in cui tutti si siano voluti cimentare, e com’era prevedibile, dove tutti hanno fallito. Ogni fallimento è finito nel sangue.

Dal 2 settembre scorso, quasi 20 palestinesi hanno perso la vita, mentre i colloqui diretti fra il premier dello Stato ebraico, Benyamin Netanyahu ed il presidente dell’Anp Abu Mazen, si sono arenati a meno si un mese dall’inizio, dopo il rifiuto del premier ebraico di rinnovare la moratoria sugli insediamenti, virtualmente congelati per 10 mesi. In realtà, le ruspe non si sono fermate né per i progetti approvati dalle autorità israeliane prima del novembre 2009, né i cantieri già avviati, tanto meno a Gerusalemme Est. Un bluff a uso e consumo dell’imperialismo statunitense che oggi nell’area non può permettersi il lusso di avere altri problemi.

Ma anche i bluff sono a scadenza e Netanyahu deve fare i conti anche con il proprio fronte interno. Le colonie sono state per lungo tempo, per la classe dominante israeliana, la strategia principale per tenere continuamente sotto scacco una debolissima burocrazia palestinese, foraggiare gli speculatori edilizi che con il business degli insediamenti si sono arricchiti e costituiscono la base di riferimento dell’ultra destra, e dividere il proletariato israeliano su linee etniche, isolando sempre di piú gli arabi israeliani.

Il 26 settembre, mentre esplodevano i festeggiamenti dei coloni israeliani per la scadenza della moratoria e le pallottole della Tshaal contro i palestinesi, un Abu Mazen con le spalle al muro era costretto a dichiarare l’interruzione dei negoziati.

Uno stallo abbastanza prevedibile, anche perché, oggi piú che mai, l’ennesima puntata del minuetto diplomatico è l’ultima spiaggia di tre leadership in crisi profonda. Quello che si è aperto a Washington è infatti palesemente un negoziato in cui tanto Abu Mazen e Netanyahu, come Barack Obama si giocano la propria sopravvivenza politica.

La strategia di Obama


L’imperialismo statunitense ha necessità di disinnescare la bomba mediorientale e portare a termine nel piú breve tempo possibile il totale disimpegno dall’Iraq. Fino alla fine del 2011, in Iraq resteranno infatti “solo” 50mila soldati americani, ma la riduzione delle truppe regolari sarà compensata raddoppiando il numero di contractors presenti nel paese, a controllare un paese che resta comunque molto instabile.

Per Obama è urgente congelare tutti gli altri terreni di conflitto per concentrare lo sforzo principale in Afghanistan, dove la situazione degenera di giorno in giorno.

In difficoltà sui fronti di guerra, in crisi nera in patria l’amministrazione Obama vede adesso anche sfilarsi i tradizionali alleati mediorientali.

Situata in una posizione strategica, geograficamente a cavallo fra area orientale e occidentale, punto di contatto fra Europa e Stati Uniti da una parte, e potenze emergenti come Brasile, Russia, Iran e Cina, dall’altra, la Turchia ha risentito meno di altri della crisi economica mondiale.

Sfruttando la posizione di debolezza Usa, il governo turco ha iniziato a smarcarsi dall’orbita americana e giocare partita a sé, candidandosi al ruolo di novella potenza regionale. È in questo senso che va letto il novello afflato filo-palestinese del presidente Erdogan, che ha voltato le spalle a Israele, Paese con il quale in passato ha intrattenuto ottimi rapporti economici,politici e militari.

Una mossa che non è piaciuta per nulla a Netanyhau e alla classe dominante israeliana, che non hanno esitato a reagire in maniera scomposta, con un vero e proprio blitz militare ai danni della nave umanitaria turca Mavi Marmara, costato la vita a sette attivisti. L’assalto ha messo ulteriormente in crisi il progetto di “stabilizzazione” dell’area mediorientale dell’amministrazione americana.

Le difficoltà dell’Anp…


Ma non sono solo le intemperanze israeliane a complicare i piani statunitensi. Il leader di Fatah arriva al tavolo dei negoziati diretti sempre più debole: se il mandato politico di Abu Mazen non ha più legittimità elettorale nemmeno di fronte agli abitanti della Cisgiordania di cui è dipinto portavoce, a Gaza quest’investitura da anni è svuotata perfino dal controllo sul territorio. Di fatto un milione e mezzo di palestinesi nella Striscia di Gaza sembrano esclusi da questi colloqui.

Stretto fra il crescente malcontento interno e le sempre più pesanti pressioni degli Stati Uniti, Abu Mazen è stato costretto a sospendere le trattative fino a quando Israele non annuncerà una nuova moratoria degli insediamenti. Nel frattempo però, a New York, il capo negoziatore dell’Anp, Saeb Erekat, continua a cercare con i funzionari americani «una formula che permetta di proseguire le trattative tra le parti». Nonostante la riunione della Lega araba abbia fornito ad Abu Mazen l’ulteriore ombrello per non abbandonare il negoziato, le azioni del leader palestinese sono in caduta libera.

Anche la sinistra riformista palestinese sta abbandonando il leader di Fatah. Khalida Jarrar, deputata del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, ha denunciato il ritorno al tavolo come una «ritrattazione» della decisione presa dal Consiglio centrale dell’Olp di non negoziare mentre le colonie si espandono. Mustafa Barghuti di “Mubadara” ha denunciato le trattative «una copertura che consente l’annessione israeliana, la consacrazione del regime di apartheid e la liquidazione dei diritti dei palestinesi».

Ma la traballante leadership del capo di Fatah, è dovuta solo in parte alle continue provocazioni e alla sistematica violazione dei territori dell’Anp da parte di Israele. La principale ragione è da ricercarsi nelle politiche filocapitaliste della direzione di Al fatah, che ha tradito sistematicamente in questi 17 anni le aspirazioni delle masse palestinesi. Una manna per Hamas che sulla debolezza di Fatah ha costruito la propria fortuna politica e sull’embargo israeliano contro Gaza, quella economica. L’operazione Piombo fuso, con cui il governo israeliano puntava a decimare l’organizzazione, e anche l’attacco alla flottiglia, che aveva l’obbiettivo di impedirne un riconoscimento internazionale, è fallito nel suo scopo.

Al contrario, non hanno fatto che rafforzare il governo Haniye, che nel vuoto politico palestinese, Israele, viene erroneamente considerata l’unica resistenza all’occupazione israeliana.

Il lancio di razzi contro i paesi di confine, tattica adottata da Hamas e da altre forze, per quanto non produca danni significativi, serve solo a dare manforte alla propaganda sionista. Quest’ultima presenta i palestinesi come un pericolo a prescindere, e paradossalmente avalla la politica del governo israeliano che usa il pretesto del conflitto etnico per annacquare le profonde contraddizioni di classe presenti nello stato ebraico.

..e di Israele


La crisi economica mondiale ha duramente colpito Israele. Certo, a pagare le conseguenze della crisi non è di certo la classe dominante israeliana: Secondo un sondaggio di Capgemini e Merrill Lynch infatti, mentre migliaia di famiglie sprofondavano nella povertà, il 2009 ha visto aumentare del 43% il numero dei milionari nel paese.

Un dato che rivela rapidamente chi stia pagando il prezzo della recessione: i lavoratori. E quale miglior modo per imporre tagli e restrizioni allo stato sociale se non giocando sulla divisione etnica e scaricando il senso di insicurezza dei lavoratori israeliani sul classico capo espiatorio, il terrorismo palestinese?

È in questo senso che vano letti sia gli incentivi del governo alla costruzione di nuove colonie in territorio tradizionalmente arabo, sia l’escalation di provocazioni e attacchi contro i palestinesi degli ultimi mesi.

Ma anche la tradizionale strategia israeliana sembra vacillare, mentre l’ideologia sionista comincia a dare segni di cedimento: a Tel Aviv c’è stata una manifestazione di pacifisti con circa 3mila persone, sempre più giovani preferiscono il carcere al servizio militare, e addirittura alle elezioni comunali di Tel Aviv, il Partito comunista israeliano ha preso il 35% dei voti, di cui il 75% era dato da giovani sotto i 35 anni. Il Pci dovrebbe lanciare parole d’ordine di unità di classe, cosa non certo facile in Israele, dove il sindacato, l’Histadrut, è parte integrante del sistema sionista dalla fondazione dello Stato di Israele, ma questa è l’unica via non solo per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori Israeliani, ma anche per raggiungere una vera e propria pace.

Uno stato palestinese non potrà mai essere libero all’interno del sistema capitalista, ma sarà sempre assoggettato all’imperialismo israeliano o a quello arabo. Rompere il blocco, totalmente reazionario, che unisce tuttora i lavoratori israeliani al loro stato è un compito necessario per la liberazione del popolo palestinese.

La lotta contro l’imperialismo, in Medio Oriente come in Europa, è dunque una lotta di classe, rivoluzionaria ed anticapitalista.

15 ottobre 2010