Israele e Palestina - Falcemartello

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Israele si sta ritirando da Gaza, dopo una tregua provvisoria con Hamas. Il ritiro è iniziato domenica sera e sta procedendo in maniera graduale oggi: Israele ed Hamas hanno infatti deciso un cessate il fuoco unilaterale domenica, quando il Primo ministro israeliano Olmert ha detto che Israele non vuole mantenere una propria presenza militare all’interno della striscia e neppure riconquistare il territorio.

Mentre Israele annuncia il ritiro da Gaza, almeno per ora, Roma sabato 17 gennaio è stata attraversata da un corteo straordinario in solidarietà con il popolo palestinese. Centinaia di migliaia di lavoratori e di giovani in Europa e nel mondo dicono basta all'aggressione perpetrata dal governo Olmert. In prima fila  nella protesta vi sono anche i compagni della Tendenza marxista rivoluzionaria iraniana, di cui pubblichiamo questo articolo.

 

Israele ha preso di mira Gaza, due anni dopo il massacro di più di mille civili libanesi indifesi da parte delle proprie Forze armate. L’operazione “Piombo fuso” ha già ucciso, ad oggi, oltre 500 palestinesi, tra cui molte donne e bambini.

La tragedia del popolo palestinese sembra non avere fine. In questi ultimi giorni l’esercito israeliano ha lanciato una massiccia offensiva nei confronti della popolazione di Gaza. È stato l’attacco più pesante da quando Israele si ritirò ufficialmente dalla zona nell’agosto 2005, lasciandone il controllo all’Autorità nazionale palestinese (Anp). Si calcola che in cinque giorni di attacchi di Israele, via terra e via aria, abbia fatto oltre cento morti, danneggiando gravemente anche l’ufficio del primo ministro di Hamas, Haniyeh.

Brutalità sionista e crisi della lotta di liberazione


L’oppressione del milione e mezzo di palestinesi di Gaza sta toccando un’asprezza senza precedenti dall’inizio dell’occupazione israeliana nel 1967. Col blocco imposto dal governo israeliano manca elettricità per case e ospedali, scarseggiano medicinali, cibo e benzina. La frontiera con l’Egitto è stata sfondata in un caos indescrivibile. Il primo ministro Ehud Olmert ha espresso il cinismo e la perfidia della decadente borghesia liberale israeliana: “Non vogliamo una crisi umanitaria a Gaza ma non abbiamo neppure intenzione di rendere facile e piacevole la loro vita.”

Leggendo le roboanti quanto ipocrite dichiarazioni di Bush alla conferenza di Annapolis sulla necessità di creare uno Stato palestinese, sorge spontaneo chiedersi quali siano le vere ragioni che hanno spinto proprio ora l’amministrazione americana a fare questa scelta. Naturalmente, come scritto su diversi giornali, le opportunità dello “spot” elettorale in vista della scadenza del mandato presidenziale hanno una loro rilevanza. Tuttavia è evidente che vi sono altre e più profonde cause che inducono gli Stati Uniti a mettere le mani nel ginepraio palestinese dopo che per anni si sono limitati ad appoggiare incondizionatamente la brutale repressione dell’imperialismo israeliano.

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