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L’otto luglio scorso, in un incontro fra il nuovo Ad di Eni Claudio Descalzi, nominato dal governo Renzi, e i  segretari generali di categoria di Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil, l’azienda ha dichiarato che sono a rischio le raffinerie di Gela e di Priolo, gli stabilimenti di Taranto, Livorno e la seconda fase della riconversione di Porto Marghera.


Solo la raffineria di Gela significa 3.500 posti di lavoro fra diretti (poco meno di mille) e indotto; per Porto Marghera i sindacati stimano la perdita di metà dei 480 posti di lavoro.
Come già spiegato sul nostro sito, la strategia aziendale del nuovo Ad Descalzi mira ad abbandonare il settore della raffinazione, divisione aziendale in perdita, e concentrare l’attività di Eni nell’estrazione e vendita. Questo significa cancellare un’attività di raffinazione da 774mila barili al giorno in Italia. La chiusura delle raffinerie si accompagnerebbe alla vendita della partecipata Saipem Spa, di cui Eni ha il 42%, che da sola porterebbe alla riduzione del 50% della raffinazione. La vendita di Saipem segnerebbe l’abbandono del ramo di ingegneria, risorsa preziosa per Eni ma che dà pochi dividendi. E metterebbe seri dubbi sul mantenimento dei 48mila posti di lavoro di quell’azienda.
La garanzia dei dividendi agli azionisti è l’ossessione dell’azienda che, per trovare liquidità, oltre a Saipem è pronta a cedere le proprie quote di Snam e un 15-20% del nuovo giacimento di Mamba, in Mozambico. D’altronde sono i dividendi (5,5% negli ultimi anni) a dettare l’appetibilità per gli investitori, non l’utilità sociale dell’azienda energetica o la tutela dei posti di lavoro.
Il governo Renzi, azionista di controllo di Eni, avalla il piano e le priorità aziendali, e anzi ha discusso in queste settimane se privatizzare un altro 5% dell’azienda (la quota che è rimasta al Ministero dell’economia).
Ad opporsi ai piani di smantellamento sono stati solo i lavoratori. In particolare a Gela, città del tutto dipendente dalla raffineria, si sono sviluppate a luglio mobilitazioni spontanee quotidiane dei lavoratori, fino alle manifestazioni del 28 e allo sciopero del 29, che ha coinvolto i lavoratori dell’intero gruppo Eni.
In seguito alle mobilitazioni, il 31 luglio Eni ha presentato al Ministero dello sviluppo economico e ai sindacati un piano che prevede il mantenimento della linea 1 di raffinazione a Gela, e investimenti per la conversione ecologica dello stabilimento. Niente di nuovo, considerando che solo un anno fa aveva promesso 700 milioni di euro per rinnovare la raffineria e renderla ecosostenibile, con orientamento al diesel, tre nuove linee di produzione, riutilizzo degli scarichi, tutela ambientale e impulso all’economia locale. Nessuna di queste promesse è stata mantenuta, ma intanto i sindacati hanno concesso mille mobilità lunghe a livello nazionale e la riduzione di 300 posti di lavoro a Gela.
Accettare tagli o chiusure in cambio di promesse sarebbe un errore fatale, che comporterebbe subito la perdita dei posti di lavoro di parte dell’indotto, e in prospettiva altri licenziamenti, man mano che la lavorazione del greggio lascerebbe spazio solo ad attività di deposito o movimentazione. E in questo mese infatti si sono sentite solo promesse, dai piani di Eni alle dichiarazioni di Renzi, che il 14 agosto è andato a Gela per dire che Eni deve avere come core business le energie rinnovabili. Già, ma solo quando si parla di dismettere stabilimenti, non quando si lavora per aumentare le estrazioni in giro per il mondo, che nel 2013 sono state di 1,6 milioni di barili al giorno.
Il 15 settembre ci sarà un nuovo tavolo per tentare un accordo su Gela e Porto Marghera. È necessario rafforzare le mobilitazioni ed estenderle ai lavoratori dell’intero gruppo, per bloccare questo attacco e rivendicare che le immense risorse della più grande azienda italiana non siano solo nominalmente controllate dallo Stato ma siano poste davvero al
servizio dei lavoratori.

L’otto luglio scorso, in un incontro fra il nuovo Ad di Eni Claudio Descalzi, nominato dal governo Renzi, e i segretari generali di categoria di Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil, l’azienda ha dichiarato che sono a rischio le raffinerie di Gela e di Priolo, gli stabilimenti di Taranto, Livorno e la seconda fase della riconversione di Porto Marghera.

Solo la raffineria di Gela significa 3.500 posti di lavoro fra diretti (poco meno di mille) e indotto; per Porto Marghera i sindacati stimano la perdita di metà dei 480 posti
di lavoro.

Come già spiegato sul nostro sito, la strategia aziendale del nuovo Ad Descalzi mira ad abbandonare il settore della raffinazione, divisione aziendale in perdita, e concentrare l’attività di Eni nell’estrazione e vendita. Questo significa cancellare un’attività di raffinazione da 774mila barili al giorno in Italia. La chiusura delle raffinerie si accompagnerebbe alla vendita della partecipata Saipem Spa, di cui Eni ha il 42%, che da sola porterebbe alla riduzione del 50% della raffinazione. La vendita di Saipem segnerebbe l’abbandono del ramo di ingegneria, risorsa preziosa per Eni ma che dà pochi dividendi. E metterebbe seri dubbi sul mantenimento dei 48mila posti di lavoro di quell’azienda.

La garanzia dei dividendi agli azionisti è l’ossessione dell’azienda che, per trovare liquidità, oltre a Saipem è pronta a cedere le proprie quote di Snam e un 15-20% del nuovo giacimento di Mamba, in Mozambico. D’altronde sono i dividendi (5,5% negli ultimi anni) a dettare l’appetibilità per gli investitori, non l’utilità sociale dell’azienda energetica o la tutela dei posti di lavoro.

Il governo Renzi, azionista di controllo di Eni, avalla il piano e le priorità aziendali, e anzi ha discusso in queste settimane se privatizzare un altro 5% dell’azienda (la quota che è rimasta al Ministero dell’economia).

Ad opporsi ai piani di smantellamento sono stati solo i lavoratori. In particolare a Gela, città del tutto dipendente dalla raffineria, si sono sviluppate a luglio mobilitazioni spontanee quotidiane dei lavoratori, fino alle manifestazioni del 28 e allo sciopero del 29, che ha coinvolto i lavoratori dell’intero gruppo Eni.

In seguito alle mobilitazioni, il 31 luglio Eni ha presentato al Ministero dello sviluppo economico e ai sindacati un piano che prevede il mantenimento della linea 1 di raffinazione a Gela, e investimenti per la conversione ecologica dello stabilimento. Niente di nuovo, considerando che solo un anno fa aveva promesso 700 milioni di euro per rinnovare la raffineria e renderla ecosostenibile, con orientamento al diesel, tre nuove linee di produzione, riutilizzo degli scarichi, tutela ambientale e impulso all’economia locale. Nessuna di queste promesse è stata mantenuta, ma intanto i sindacati hanno concesso mille mobilità lunghe a livello nazionale e la riduzione di 300 posti di lavoro a Gela.

Accettare tagli o chiusure in cambio di promesse sarebbe un errore fatale, che comporterebbe subito la perdita dei posti di lavoro di parte dell’indotto, e in prospettiva altri licenziamenti, man mano che la lavorazione del greggio lascerebbe spazio solo ad attività di deposito o movimentazione. E in questo mese infatti si sono sentite solo promesse, dai piani di Eni alle dichiarazioni di Renzi, che il 14 agosto è andato a Gela per dire che Eni deve avere come core business le energie rinnovabili. Già, ma solo quando si parla di dismettere stabilimenti, non quando si lavora per aumentare le estrazioni in giro per il mondo, che nel 2013 sono state di 1,6 milioni di barili al giorno.

Il 15 settembre ci sarà un nuovo tavolo per tentare un accordo su Gela e Porto Marghera. È necessario rafforzare le mobilitazioni ed estenderle ai lavoratori dell’intero gruppo, per bloccare questo attacco e rivendicare che le immense risorse della più grande azienda italiana non siano solo nominalmente controllate dallo Stato ma siano poste davvero al
servizio dei lavoratori.

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