Titan Italia: come non salvare una fabbrica - Falcemartello

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Il 13 novembre è stato approvato l’accordo che ristruttura pesantemente lo stabilimento Titan di Crespellano. La lotta contro il licenziamento di tutti i 186 dipendenti era iniziata il 17 ottobre, con il presidio permanente ai cancelli e il blocco totale delle merci in uscita a sostegno di un “Piano sociale industriale alternativo” per rilanciare la produzione e salvare tutti i posti di lavoro. Il piano costruito dalla Rsu e dalla Fiom di Bologna – sindacato egemone a Crespellano con otto delegati su dieci (due sono SiCobas) – e approvato all’unanimità dai lavoratori, era basato sull’utilizzo per due anni del contratto di solidarietà e il rientro di produzioni delocalizzate in Cina e Turchia.

L’azienda aveva respinto la proposta sindacale perché non avrebbe permesso il recupero di competitività, e presentava il proprio piano industriale sulla base del quale trovare una “soluzione condivisa” per definire il ruolo futuro dello stabilimento di Crespellano e rispetto alle “criticità occupazionali” degli stabilimenti di Crespellano e Finale Emilia. Per la Fiom questa è stata una apertura positiva. Il “Piano alternativo” viene messo da parte dopo aver ottenuto un mandato generico a trattare. Purtroppo, senza ancora un accordo preciso, la Fiom decide di allentare il blocco delle merci. L’azienda, nelle due settimane di blocco totale, aveva minacciato anche un intervento della polizia per permettere l’uscita della produzione. Anche se i lavoratori al presidio erano “pronti a tutto”, come aveva detto con forza Landini ai cancelli della Titan, quale senso può avere un presidio quando non può far male all’azienda?
Nello stabilimento di Crespellano rimarrà la sola produzione dei freni e 56 lavoratori. Sono previsti investimenti per migliorare il processo produttivo ma non si parla di sviluppi occupazionali. La produzione dei dischi agricoli verrà trasferita a Finale Emilia insieme a 62 lavoratori volontari che usufruiranno di mezzi di trasporto collettivo o di riconoscimenti economici per otto anni per attenuare il disagio dovuto allo spostamento della sede di lavoro di circa 40 chilometri. Per i restanti dipendenti, o comunque fino a un massimo di 85, c’è la mobilità volontaria con incentivi all’esodo di 45mila euro lordi per chi decide entro il 10 dicembre 2014, 30mila euro entro il 31 luglio 2015, “al fine di perseguire l’obiettivo condiviso che l’impatto occupazionale sia pari a zero”. Per chi non vuole trasferirsi a Finale Emilia o andare in mobilità c’è l’impegno con le associazioni degli industriali di Modena e Bologna alla ricollocazione in altre aziende industriali a 20 chilometri dalla residenza o da Crespellano, alle stesse condizioni economiche e normative presenti in Titan. In mancanza, però, di soluzioni per la ricollocazione, scatterà per il lavoratore un trasferimento “forzato” a Finale. Un paradosso nella crisi che continua a cancellare posti di lavoro e aumentare la precarietà. Chi rifiutasse, invece, le proposte di impiego entrerebbe forzatamente in mobilità (volontaria con incentivo di 10mila euro).
L’accordo è stato approvato con 111 sì, 58 no e 3 astensioni. Se consideriamo che 56 lavoratori erano sicuri di rimanere a Crespellano, il voto ha spaccato in due il resto della fabbrica. Chi ha sostenuto il no e ha fatto battaglia per tornare al “Piano alternativo” per salvare tutti i posti di lavoro e la produzione a Crespellano, lo ha fatto convinto che il blocco totale delle merci poteva spostare ulteriormente la posizione aziendale. Consideriamo che sia stato un errore del gruppo dirigente della Fiom sostenere questo accordo senza cercare di portare avanti la mobilitazione sino in fondo.
D’altro canto, questa vertenza ha dimostrato la necessità di portare nelle fabbriche e far vivere nelle lotte e nel sindacato, a partire dalla Fiom, una proposta veramente alternativa ai piani industriali dei padroni. Dove le aziende vogliono cancellare posti di lavoro o chiudere gli stabilimenti – magari dopo aver avuto 8 milioni di euro di aiuti pubblici come la Titan Italia – un’alternativa per cui lottare è l’esproprio senza indennizzo e la nazionalizzazione sotto la gestione dei lavoratori.