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Vietato entrare ai Fratelli musulmani, ai militari e ai feloul (sostenitori di Mubarak). Questa scritta campeggiava all’ingresso di via Mohammed Mahmoud durante le proteste del 19 novembre, in occasione del secondo anniversario della manifestazione avvenuta in questa strada. Anche nel 2011 c’era un governo di transizione, guidato dal generale Tantawi. Il bilancio alla fine di quella giornata di lotta fu di 47 morti. Nell’attuale dibatto politico “ufficiale”, appiattito sull’essere pro o contro i Fratelli musulmani e quindi automaticamente pro o contro el Sisi, come se sostenere l’uno o l’altro fosse l’unica opzione possibile, la commemorazione in piazza Tahrir è stata un’occasione di riprendersi la piazza da parte di chi lotta per un reale cambiamento.

Anniversario di protesta

Le proteste sono iniziate nelle notte del 18 novembre quando gruppi di manifestanti hanno distrutto il monumento che il governo ad interim aveva eretto al centro di una piazza Tahrir ridipinta a fresco. Il movimento rivoluzionario ha giustamente reagito a quella che appare una provocazione. Chi ha ucciso i giovani a piazza Tahrir? Chi li ha arrestati e torturati? Chi, se non l’esercito? E adesso gli stessi erigono un monumento per celebrare i martiri che loro hanno fatto? Grottesca è anche la posizione dei Fratelli musulmani, decisi a celebrare i martiri di Mohamed Mahmoud, gli stessi che loro accusavano, mentre venivano massacrati nel 2011, di essere nemici della rivoluzione perché volevano boicottare le elezioni che si sarebbero tenute di lì a poco e che i Fratelli sapevano di poter vincere.

Intanto, gli attentati terroristici nel Sinai contro le forze di sicurezza continuano. Mercoledì 20 novembre sono stati uccisi dieci militari. Al di là del capire i responsabili di questi attentati – dal 30 giugno sono stati uccisi più di cento tra poliziotti e militari nel Sinai –, questa situazione alimenta una propaganda martellante sull’esercito come garante della sicurezza e del benessere del paese. I militari stanno “ripulendo” il Cairo: le strade vengono sistemate a tempo di record, la stazione ferroviaria di Ramses ritinteggiata, Piazza Tahrir sistemata esattamente come prima della rivoluzione. Come dire, vedete com’è bello l’Egitto con noi? Passeggiando per le strade della capitale ci si imbatte in centinaia di negozi che espongono ostentatamente la foto di el Sisi, spesso associato a Nasser. Nel contempo, i Fratelli musulmani perdono sostegno. Sebbene organizzino manifestazioni tutte le settimane e quasi quotidianamente nelle università – ad esempio Ain Shams e a Helwan –, queste sono sempre poco partecipate. Sono spesso gli abitanti dei quartieri ad organizzarsi contro i militanti dei Fratelli musulmani per impedire che distruggano negozi e infrastrutture. Nel frattempo, però, la disoccupazione rimane alle stelle e gli scioperi vengono repressi. Recentemente, a causa delle scarse condizioni di sicurezza, in un incidente ferroviario a Dahshour sono morte 27 persone per il persistere di un problema endemico che nessun governo risolve.

La “nuova” costituzione

Intanto il “gruppo dei cinquanta” continua nella stesura della Costituzione. La bozza dovrà essere pronta entro il 3 dicembre per poi essere sottoposta al referendum. Di seguito ci saranno le elezioni parlamentari e presidenziali. Curioso come tutti si dichiarino non candidabili alla presidenza del paese: da Adly Mansour, attuale presidente, fino ad el Sisi. Bisognerà aspettare la prova dei fatti. La sensazione è che la bozza non voglia scontentare nessuno, non cambiando di fatto nulla nel sistema e nella ridistribuzione della ricchezza. Certamente verrà eliminata la quota riservata a operai e contadini che dal 1964 garantisce a queste due categorie il 50 per cento dei seggi. Questa quota fornisce un simulacro di partecipazione alle classi oppresse, e nulla più. Quello di cui c’è bisogno è un partito dei lavoratori egiziani, con una politica di indipendenza di classe.

In questa situazione, la sinistra egiziana, col nasserista Sabbahi in prima linea, sembra sempre più appiattita sulla linea della “el Sisi mania” e la rivoluzione egiziana rischia di entrare in uno stallo. Oggi diventa indispensabile il lavoro di critica intransigente verso i militari e di costruzione di un’organizzazione politica in grado di dirigere la lotta quando giovani e lavoratori scenderanno di nuovo in piazza per conquistare pane, libertà e giustizia sociale. Le parole d’ordine di gennaio 2011.

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