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La guerra in Libano è stata forse breve per durata (33 giorni), ma le sue implicazioni sono di vasta portata e solo attraverso una analisi generale del conflitto mediorientale è possibile orientarsi tra le cortine fumogene della propaganda e tentare di comprendere gli avvenimenti e soprattutto i nostri compiti.

In un conflitto che ha causato centinaia di morti (oltre mille da parte libanese, circa 150 fra gli israeliani), che ha cacciato dalle proprie case 800mila persone, che ha distrutto un paese, spicca l’ipocrisia di tutti quei commentatori che sentenziano che la colpa sarebbe dell’Hezbollah perché “hanno cominciato loro a rapire i due soldati israeliani”. Per rinfrescare la memoria ricordiamoci che Israele ha invaso il Libano per la prima volta nel 1975 e che dopo l’ultima guerra prima di questo conflitto ci era rimasto per la bazzecola di 18 anni (1982-2000). Altri analisti con pretese di raffinatezza spiegano che in realtà si tratta di un conflitto a distanza fra Iran e Israele: una spiegazione come minimo molto parziale, considerato che prescinde completamente da quelli che sono stati i reali protagonisti e il terreno di scontro.Contrariamente all’immagine dipinta fino a poco tempo fa dalla maggior parte dei media, l’Hezbollah non è una semplice emanazione del regime iraniano o siriano, nonostante sia stato indubbiamente sostenuto da quei governi. Le basi del sostegno dell’Hezbollah non sono a Teheran o a Damasco, ma in Libano, a Beirut e soprattutto nel sud del paese, dove il “Partito di Dio” è stato protagonista (non unico, ma certo di primo piano) della resistenza contro l’occupazione israeliana negli anni 1982-2000. L’efficacia militare mostrata nel conflitto non si spiega solo con migliori armamenti, ma fondamentalmente con il fatto che i miliziani combattevano fra la propria gente, nel proprio paese, in territorio amico. Nonostante l’Hezbollah sia un partito integralista, in questi anni ha seguito la linea di accettare la natura multiconfessionale del Libano e di fatto è visto come la principale forza di una vera e propria resistenza nazionale contro un’aggressione che data da ben prima del 13 luglio scorso.

Questo è tanto più vero se si paragona la dura resistenza opposta dai miliziani con l’atteggiamento completamente imbelle dell’esercito libanese, che non ha sparato un solo colpo per difendere il proprio territorio nazionale dall’invasione israeliana. Tutto questo spiega perché nessuna delle altre componenti della società libanese si sia resa disponibile a fronteggiare la milizia di Nasrallah, neppure gli eredi delle milizie falangiste cristiane che 25 anni fa combattevano assieme agli israeliani contro i palestinesi macchiandosi di crimini dei quali il più noto fu la strage di Sabra e Chatila.


Le origini del conflitto


La guerra dello scorso mese non è nata con il rapimento dei due soldati israeliani, ma affonda le sue radici nel recente passato del Libano. Quando Israele invase il Libano nel 1982; il suo esercito giunse rapidamente alle porte di Beirut, che cannoneggiò per quasi tre mesi senza tuttavia arrischiarsi a penetrare nella grande città. Lo scopo di Israele era di smantellare le infrastrutture militari dei palestinesi, trasferitesi in Libano dopo il massacro del Settembre Nero giordano (1970). Israele raggiunse il proprio scopo, la direzione dell’Olp fu costretta a fuggire a Tunisi mentre i palestinesi in Libano rimanevano alla mercé delle vendette dei vincitori. Tuttavia era impossibile per Israele mantenere indefinitamente l’occupazione di metà del Libano, motivo per cui dopo aver gettato il paese nel caos e nella guerra civile si ritirò nella cosiddetta fascia di sicurezza, quei 20 chilometri circa che separano il confine dal fiume Litani: lo stesso territorio dove ora si dovrebbero schierare le forze Onu. Nel 1986 la Siria inviava le proprie truppe in Libano, garantendo così una qualche stabilità, seppure al prezzo di trasformare il paese in una sorta di protettorato, dopo anni di guerra e guerra civile.

Tuttavia nel Libano meridionale gli israeliani hanno dovuto fronteggiare un crescente movimento di resistenza nel quale l’Hezbollah ha giocato un ruolo di primo piano. Dopo 18 anni e circa mille morti, il governo israeliano decideva di ritirarsi dalla zona (con l’eccezione delle fattorie Sheeba, la cui restituzione rimane una delle rivendicazioni fondamentali dell’Hezbollah), lasciandone il controllo a un fantomatico Esercito del Libano del sud, una forza raccogliticcia e mercenaria che si squagliò come neve al sole poche settimane dopo il ritiro degli israeliani. Israele ed Hezbollah si ritrovavano così faccia a faccia sul vecchio confine.

Lo stallo creatosi allora venne rotto nel 2005 dall’intervento occidentale e in particolare di Francia e Usa. L’assassinio del premier libanese Hariri, un crimine politico dai contorni tutt’ora oscuri, veniva preso a pretesto per una aggressiva campagna propagandistica e diplomatica che accusava il governo siriano dell’omicidio e ingiungeva a Damasco di ritirare le proprie truppe. Il Libano vedeva grandi manifestazioni contrapposte, pro e contro la Siria, che evocavano nuovamente scenari di guerra civile. Obiettivo della Francia e degli Usa non era solo indebolire la Siria e cacciarla dal Libano, ma anche rimuovere l’influenza dell’Hezbollah (che in quei giorni si dimostrava capace di riempire le piazze con manifestazioni di centinaia di migliaia di persone) e insediare a Beirut un governo fantoccio.

Il ritiro della Siria avveniva nell’estate 2005 in base alla risoluzione 1559 dell’Onu, che tra le altre cose prescriveva il disarmo dell’Hezbollah, ma il risultato non era quello atteso: l’Hezbollah non solo non perdeva potere, ma riusciva tuttavia a mantenere la propria presenza all’interno del governo libanese, mentre l’intera situazione si faceva sempre più instabile. Allora come oggi è evidente a tutti (tranne forse a George Bush) che non esiste in Libano una forza disponibile ad affrontare una guerra civile per disarmare la milizia di Nasrallah.

L’idea che prima o poi si dovessero “regolare i conti” con Nasrallah era stata ben presente nelle alte sfere dell’esercito israeliano; falliti i tentativi condotti da Usa e Francia lo scontro diventava solo questione di tempo; l’incauto rapimento dei due soldati forniva il pretesto (anche se va ricordato che in quell’occasione i militari israeliani si trovavano in territorio libanese) da tempo cercato dal governo e soprattutto dallo Stato maggiore di Tel Aviv.


I calcoli errati di Tel Aviv


Il problema di questi ultimi tuttavia era ed è il seguente: seppure l’esercito di Israele è di gran lunga la principale forza militare della regione (e può sempre contare sulla benevolenza degli Usa), la pura e semplice forza bruta non è sufficiente a risolvere tutti i problemi, come stanno imparando gli stessi americani in Iraq e Afghanistan.

Scrive il compagno Greg Oxley su In Defence of Marxism (www.marxist.com):

“L’imperialismo israeliano voleva evitare una nuova occupazione del Libano del sud. Esso teme, del tutto a ragione, che nel farlo si troverebbe a fronteggiare una situazione simile a quella irachena. Le forze di occupazione sarebbero oggetto di attacchi incessanti da parte della milizia sciita la quale, come risultato della precedente occupazione israeliana, ora gode di un sostegno di massa in Libano. L’Hezbollah è ora meglio organizzato e meglio armato che in passato.

C’era anche il problema della Siria. Un’offensiva militare che si fosse fermata alla frontiera siriana non sarebbe mai stata in grado di sconfiggere l’Hezbollah. E tuttavia Israele non poteva permettersi di sprofondare in una guerra contro gli insorti in Libano e al tempo stesso intraprendere operazioni contro la Siria.

Di conseguenza i generali israeliani hanno optato per un’offensiva che voleva essere al tempo stesso rapida e potente. La loro idea era di spazzare via tutto quello che avessero incontrato sul loro cammino, ripulire tutte le rimanenti sacche di resistenza e poi ritirarsi. Per facilitare l’offensiva terrestre hanno sottoposto il Libano a un blocco aereo e marittimo, mentre l’aviazione bombardava ponti e strade per isolare il nemico, seminando morte e distruzione nelle città e villaggi del sud del Libano e devastando i quartieri meridionali della capitale.

Ma Tel Aviv ha sottovalutato il suo nemico. La campagna aerea ha massacrato centinaia di civili libanesi, specialmente bambini, donne, vecchi e malati. Ma non ha seriamente ridotto le capacità operative dei combattenti Hezbollah. Non solo hanno continuato a lanciare missili su Israele, ma la campagna missilistica è cresciuta di intensità fino all’ultimo giorno. Al tempo stesso le incursioni terrestri delle unità israeliane hanno incontrato una resistenza di efficienza e ferocia inattese per i comandanti israeliani, incorrendo in perdite insolitamente alte per le truppe israeliane.

In nessun momento dell’“offensiva” Israele ha potuto dichiarare di aver reso “sicura” una parte significativa del territorio libanese, neppure all’interno della ristretta striscia di territorio che separa il fiume Litani dal confine. Scossi dalla mancanza di risultati, i capi militari e il governo israeliano hanno esitato fra il prolungare la fase della campagna aerea e delle incursioni limitate, con il rischio di ulteriori perdite per risultati modesti, e l’opzione di mettere in campo un’offensiva terrestre su larga scala. Tale offensiva avrebbe implicato entrare nella valle della Bekaa, dove la resistenza dell’Hezbollah sarebbe stata ancora più micidiale che nella zona di frontiera, e poi a Beirut, senza la quale l’invasione non sarebbe approdata a nulla; per non parlare del rischio crescente di trascinare nella guerra anche la Siria.

La “grande” offensiva è stata alla fine ordinata, ma nei fatti è somigliata più a un ultimo raid punitivo per salvare la faccia che a una vera invasione. Obiettivi e durata erano molto limitati. L’attacco non è andato più in là di alcuni punti lungo il fiume Litani e – fatto del tutto eccezionale nella storia militare – il suo avvio ha coinciso con la dichiarazione del cessate il fuoco entro le successive 48 ore!” (Greg Oxley, The fiasco of the Israeli offensive, 23 agosto)


Critiche in Israele


Di fatto gli israeliani hanno mancato tutti gli obiettivi di questa guerra. Le perdite subite dall’Hezbollah saranno facilmente rimpiazzate dato il gigantesco ascendente politico che il partito di Nasrallah ha ora conquistato in Libano e in tutto il mondo arabo. Israele ha perso non perché il suo esercito sia stato sconfitto o il suo territorio invaso, ma perché la sua classe dirigente è apparsa incapace di chiarire i propri fini e di perseguirli con successo. la conseguenza di ciò è un’ondata di critiche che investe il governo di Ehud Olmert. Dai riservisti alla protezione civile, nessuno in Israele è disposto a credere alla favola secondo la quale la guerra è stata vinta. Lo spettro politico si polarizza, lo Stato maggiore e i partiti di destra premono per una nuova offensiva a breve termine, facendosi anche forti delle proteste di un movimento dei riservisti, per la verità di dimensioni assai modeste, che chiede le dimissioni di Olmert e di Amir Peretz, ministro della difesa e capo del partito laburista.

Riporta Yossi Schwartz da Haifa: “Olmert si è fatto vedere a Kiryat Shmona, una città di confine colpita da oltre 900 razzi, e ha dovuto fronteggiare i funzionari locali che richiedevano una commissione d’inchiesta che abbia il potere di interrogare il Primo ministro. La sua risposta? ‘Non sarò parte di questo gioco di autoflagellazione. Non sarò parte di questo gioco di calunniare l’esercito, come qualcuno vorrebbe’.” Naturalmente questo ha fatto ulteriormente infuriare i residenti.” (vedi su marxist.com Lebanon: A kind of a ceasefire, 23 agosto)

Il costo economico della guerra ricadrà sulle spalle dei lavoratori e delle spese sociali, creando ulteriore malcontento. Due deputati laburisti hanno rifiutato di votare i tagli al bilancio nella commissione finanze della Knesset, costringendo il governo a rimandare il voto sul bilancio per la quarta volta.

Il governo di coalizione potrebbe cadere e anche lasciare spazio a un governo di destra, ma l’aspetto decisivo; al di là delle coalizioni parlamentari, è che la società israeliana non ha più una prospettiva chiara davanti a sé; la classe dominante e divisa e una inquietudine profonda non può che crescere come risultato dei recenti avvenimenti.


Verso un nuovo conflitto?


La risoluzione Onu 1701 e il conseguente invio di caschi blu non sono altro che una foglia di fico posta dalla “comunità internazionale” sullo scacco subìto da Israele. Come sempre, l’Onu può intervenire negli intervalli di tregua durante un conflitto che dura ormai da decenni, ma non sarà in grado di giocare alcun ruolo nell’impedire che le fiamme della guerra divampino nuovamente una volta che se ne siano create le condizioni politiche. La missione Unifil, è bene ricordarlo, è presente in Libano dal 1978; la i della sigla significa “interim”: una missione “provvisoria”, quindi, che dura da “soli” 28 anni e che non ha impedito alcuno dei soprusi commessi dalle forze israeliane. Fa ridere chi dice che i caschi blu risponderanno al fuoco se aggrediti: se così fosse, avrebbero già dovuto reagire duramente contro gli israeliani, posto che durante i bombardamenti sul Libano fra i vari “danni collaterali” ci sono state anche diverse vittime fra i caschi blu della missione Unifil.

Nel migliore dei casi, le truppe saranno spettatori impotenti; nello scenario peggiore, e tutt’altro che improbabile, verranno trascinate nello scontro e spinte a scontrarsi con l’Hezbollah, il che date le condizioni del Libano, significa trasformarsi in un esercito di occupazione esattamente come avviene in Afghanistan o in Iraq. Non è un caso se Usa e Francia, ossia i due paesi che più si sono spinti avanti in passato nella loro opposizione all’Hezbollah, oggi si tirino indietro e lascino all’Italia un ruolo di primo piano: sanno bene che il risultato di questo conflitto rende ancora più proibitivo il compito di disarmare la milizia di Nasrallah.

La palla rimbalzerà così una volta di più in mano a Israele, che si è comunque riservata il diritto a riprendere le armi quando meglio crede (e lo dimostrano le ripetute violazioni del cessate il fuoco). Se la coalizione fra laburisti e Kadima dovesse cadere, è probabile che il governo seguente porrebbe fra le proprie priorità lo scontro con l’Hezbollah, con la differenza che si tratterà in quel caso non di una guerra breve, ma di uno scontro a tutto campo che potrebbe sfociare in un conflitto regionale su vasta scala.


L’unica alternativa


Da questa spirale apparentemente senza uscita, nella quale da 60 anni i popoli della regione sono costretti a versare fiumi di sangue per un fazzoletto di terra, si può uscire solo per via rivoluzionaria. Da questo punto di vista, il conflitto di quest’estate avrà ripercussioni importanti. La classe dominante israeliana è scossa nella sua fiducia, l’establishment politico è attraversato da scandali di ogni genere, i lavoratori e i poveri si vedono chiedere nuovi e più pesanti sacrifici, economici e di vite, ma senza che sia più presente una prospettiva che possa almeno apparentemente giustificare le sofferenze e la paura.

Dall’altra parte i regimi arabi reazionari emergono a loro volta ulteriormente screditati e disprezzati per il loro comportamento nel conflitto. Il governo e l’esercito libanese, come detto, non hanno alzato un dito per opporsi all’invasione, né diversamente si sono comportati gli altri paesi della regione. Non è casuale che Al Jazeera pubblichi resoconti sulla crescente popolarità del presidente venezuelano Chavez, il quale dopo aver ritirato l’incaricato d’affari venezuelano da Tel Aviv in protesta contro l’invasione, ha visto il proprio ascendente balzare alle stelle. I siti internet arabi sarebbero pieni di messaggi di questo tenore: “Sono palestinese, ma il mio presidente è Chavez, non Abu Mazen”. Commenta Al Jazeera: “In una fase nella quale il nazionalismo nel mondo arabo è legato a movimenti islamici quali Hamas in Palestina e l’Hezbollah in Libano (…) Chavez rappresenta una tendenza assai diversa. (…) egli, a differenza dei leader arabi, è un presidente democraticamente eletto e un socialista anti-imperialista che al momento non ha equivalenti nel mondo arabo”.

Le masse arabe cercano disperatamente nuovi punti di riferimenti dopo trent’anni di eclissi e capitolazioni delle forze di sinistra. I movimenti integralisti, nonostante la loro attuale popolarità, non possono dare una risposta a questa necessità storica. La prospettiva di regimi teocratici non può mobilitare un appoggio sufficiente a farla finita con i regimi arabi reazionari e al tempo antagonizza profondamente i lavoratori ebrei in Israele, rafforza il regime sionista e impedisce qualsiasi prospettiva di unità degli sfruttati. Ma anche l’attuale linea “nazionale” di Nasrallah e di Hamas non conduce molto più lontano. L’unità della nazione araba rimarrà un sogno fino a quando la borghesia e gli sceicchi domineranno la società e l’economia. La borghesia araba a mostrato a sufficienza e una volta di più in questo conflitto la sua completa sottomissione all’imperialismo e la sua impotenza.

Il Medio oriente e la Palestina possono diventare una terra dove i popoli vivano in pace solo attraverso un processo rivoluzionario che rovesci l’imperialismo israeliano, i regimi arabi, che liberi l’intera regione dalle occupazioni militari e dalla dipendenza politica ed economica verso le grandi potenze e metta tutte le risorse economiche a disposizione dello sviluppo sociale, culturale e nazionale di tutti i popoli presenti, uniti in una federazione socialista che rispetterà i diritti di tutti.

 

 

4/09/2006

 

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