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All’indomani dell’11 settembre lo scopo dichiarato dell’imperialismo statunitense era quello di sconfiggere il “terrorismo internazionale”. Per questo motivo, la longa manus degli Stati Uniti sul Medio Oriente ha iniziato a farsi sempre più pesante, con interventi militari e pressioni economiche e diplomatiche sempre più scoperte. Questa era la strategia attraverso cui l’imperialismo yankee pensava di ribadire al mondo intero la propria supremazia politica. Ma qual è oggi la situazione nella regione mediorientale?

Guardiamo solo a quanto accaduto negli ultimi mesi: non c’è un solo regime del Medio Oriente che possa considerarsi stabile. Al Qaeda può intervenire liberamente quasi ovunque; Israele e Palestina sono di fronte a crisi politiche senza precedenti; il Libano è sull’orlo di una guerra civile ed anche il pantano iracheno rischia di trasformarsi in uno scontro fratricida tra curdi, sciiti e sunniti; la Libia è in fermento sotto la spinta di rivolte anti-italiane e anti-regime; il regime iraniano radicalizza le proprie posizioni e prosegue con la propria strategia nucleare nel tentativo di compattare il fronte interno. Insomma, Bush e compagnia hanno ottenuto ciò che non speravano… la destabilizzazione dell’intera regione, cosa che non è assolutamente a loro favore, ma che può invece aprire la strada a conseguenze imprevedibili.

Israele e Palestina

È anomalo il fatto che un Paese attraversi una crisi politica a causa di un malanno che colpisce il suo vecchio leader di governo! In realtà, la crisi israeliana è la punta di un grosso iceberg rappresentato dall’impasse strategica di fronte a cui si trova la classe dominante israeliana. La borghesia israeliana si trova, infatti, a dover fronteggiare un peggioramento del ciclo economico che ha portato Israele ad una disoccupazione del 10%. La psicologia delle masse israeliane, che tutto sommato hanno sempre potuto godere di standard di vita particolarmente elevati, sta rapidamente cambiando. L’ascesa di Amir Peretz a capo del Partito laburista è l’espressione del clima di crescente opposizione che emerge nel sindacato e nel movimento operaio israeliano contro le politiche iperliberiste degli ultimi anni. Parallelamente, il Likud ha radicalizzato a destra le sue parole d’ordine, ponendosi chiaramente a fianco dei coloni nella partita che li ha visti opporsi alla strategia del ritiro da Gaza. Kadima, infine, nasce privata del suo carismatico capo fondatore. La situazione che sta maturando in Israele prepara quindi una polarizzazione tra destra e sinistra che può avere conseguenze molto profonde sull’intera regione mediorientale. Non dimentichiamo infatti che la questione nazionale in Israele è sempre stata utilizzata per dirottare i lavoratori dai loro interessi di classe. Se dovesse venire meno la pace sociale in Israele ciò metterebbe in serio pericolo quel “blocco reazionario” che ha sempre caratterizzato la politica israeliana nei territori occupati. In Palestina il profondo malcontento nei confronti della corrotta borghesia palestinese ha recentemente portato alla sconfitta elettorale di Al Fatah e alla vittoria del movimento islamico Hamas. Tuttavia, il voto per Hamas non esprime il sostegno delle masse palestinesi al programma reazionario dei fondamentalisti islamici, ma solo un forte segnale di opposizione alla solita cricca burocratica di Fatah. Un malcontento che oggi si è espresso con il voto a favore dell’unica opzione elettorale alternativa che le masse palestinesi avevano a disposizione. In ogni caso, il partito fondamentalista non rappresenterà di certo la soluzione ai problemi delle masse palestinesi: il suo obiettivo è continuare ad opprimere i lavoratori e i ceti medi impoveriti sotto il giogo capitalista esattamente come il reazionario regime iraniano ha fatto da quando il fondamentalismo islamico ha assunto il potere in Iran.

Israele e l’imperialismo occidentale sperano di poter addomesticare Hamas introducendo il movimento islamico a pieno titolo nell’arena della politica “ufficiale” palestinese. Utilizzeranno ogni tipo di pressione economica e hanno già minacciato di tagliare i fondi destinati all’Autorità Nazionale Palestinese. Un provvedimento del genere avrebbe conseguenze terrificanti sulle già precarie condizioni di vita dei palestinesi. Lo stesso primo ministro israeliano Olmert ha più volte dichiarato di voler punire i palestinesi, colpevoli di aver “premiato” il movimento islamico, attraverso una strategia di “assedio economico”. Non bisogna dimenticare che le armi in mano ad Israele sono, anche in questo senso, potentissime: in base agli accordi di Oslo, infatti, le forniture di acqua ed elettricità alle città palestinesi, così come le comunicazioni, sono saldamente in mano al governo israeliano. Chiaramente, Hamas non vuole subire l’isolamento internazionale e sta lavorando attivamente per coinvolgere Fatah in un governo di unità nazionale. Inoltre, Hamas dovrà governare facendo i conti con un apparato poliziesco ed un servizio di sicurezza formato principalmente da uomini del Fatah. Con tutta la sua retorica, neppure Hamas potrà sottrarsi alla pressione dell’imperialismo.

Tutti questi elementi, a lungo termine, indeboliranno il movimento islamico. Da una situazione del genere le masse palestinesi potrebbero uscirne solo se guidate da un partito fornito di un programma socialista in grado di fare appello ai giovani e ai lavoratori israeliani per una lotta comune contro le rispettive classi dominanti. Ma una prospettiva del genere non può certo essere offerta da Hamas, la cui politica reazionaria caratterizzata dall’uso del terrorismo individuale, ha invece contribuito a rafforzare in questi anni il consenso in Israele verso le politiche espansioniste del governo Sharon. Il futuro fallimento di Hamas e l’instabilità politica in Israele apriranno enormi spazi per la crescita di una forza rivoluzionaria in tutto il Medio Oriente.

Libano e Siria

L’ondata di attentati avvenuta nel 2005 in Libano e l’omicidio proprio un anno fa dell’ex presidente Rafiq Hariri hanno rappresentato il pretesto che ha permesso agli Stati Uniti di intensificare le proprie pressioni sul regime siriano. La crescente contrarietà nei confronti della Siria che si è successivamente determinata in Libano, ha infatti accelerato il processo di ritirata dell’esercito siriano, ma non ha comunque significato la fine dell’influenza siriana sul Libano, come pure l’imperialismo avrebbe desiderato. Il presidente Lahoud è infatti considerato l’uomo di fiducia del governo siriano, e vicino a Damasco è anche il Primo ministro Karami. Per questo motivo il segretario di stato Usa Condoleeza Rice ha compiuto a febbraio l’ennesimo viaggio in Libano durante il quale ha incontrato diverse autorità politiche libanesi ad eccezione di Lahoud. Il chiaro obiettivo è quello di procedere nella destabilizzazione antisiriana del paese. Non a caso la visita della Rice è stata preceduta e seguita da manifestazioni antisiriane e da provvedimenti amministrativi ed economici votati dall’Onu e dall’Ue a carico della Siria.

Tuttavia, di fatto, le continue pressioni imperialiste degli ultimi mesi rischiano di accendere la miccia alla polveriera libanese. In particolare, il movimento degli Hezbollah continua ad essere un protagonista di prim’ordine nel panorama politico libanese, capace di mobilitare giovani e lavoratori. Sia l’opposizione filo-siriana che gli Hezbollah hanno convocato nel mese di febbraio manifestazioni con centinaia di migliaia di persone. Le ragioni di questa situazione stanno nel fatto che sebbene l’influenza siriana sia percepita come un’umiliazione nazionale, altrettanto umiliante risulta essere anche la presenza israeliana. Durante gli anni ’80 tanto Israele quanto la Siria furono responsabili di massacri efferati e anche se ben pochi in Libano sarebbero disposti a ricominciare una sanguinosa guerra civile, il rancore non è stato dimenticato e l’unica cosa che Israele e Stati Uniti stanno ottenendo rivangando nell’affaire siriano è una pericolosa riapertura di vecchie ferite. Inoltre, il corrotto regime siriano di Assad non è solo sottoposto alle pressioni imperialiste nella regione, ma si trova nel bel mezzo di una crisi economica e di una maggiore agitazione politica che lo ha costretto ad accettare il riconoscimento di diversi oppositori prima clandestini. Chiaramente nessuna delle due fazioni rappresenta una via d’uscita per le masse libanesi e siriane. La miseria che soffrono paesi un tempo ricchi e prosperi, la sanguinosa guerra civile, l’oppressione tirannica stanno indicando ai giovani e ai lavoratori che non c’è da scegliere tra Bush e Assad. L’esperienza tragica di questi anni potrebbe portare molti alla conclusione corretta che è necessaria una lotta indipendente contro le borghesie di questi paesi e i loro regimi corrotti prima che una nuova guerra, altrimenti inevitabile, porti nuova distruzione.

Libia in tumulto

Se vogliamo avere una vivida conferma del fatto che l’ira per le vignette “blasfeme” su Maometto sia stata solo il catalizzatore di una situazione di malcontento sociale che cova nel mondo arabo, la classica goccia che fa traboccare il vaso, basterebbe guardare alle rivolte scoppiate in Libia. Il fattore religioso in questi episodi ha infatti pesato pochissimo. Come non ha potuto evitare di osservare anche certa stampa borghese, decisivi sono stati invece sia il sentimento ostile verso l’Italia, l’antico paese colonizzatore, oggi corresponsabile assieme al regime di Gheddafi di nuove e atroci sofferenze legate al controllo dei flussi migratori, sia tensioni interne connesse con la crescente opposizione contro il governo del “colonnello”.

Nel corso degli ultimi anni la Libia si è trasformata nel “terminale” dell’immigrazione africana. I migranti partono dagli stati sub-sahariani e dell’Africa centrale e in Libia si imbarcano per l’Italia. Negli ultimi anni Pisanu ha compiuto molti viaggi in Libia. Gli accordi bilaterali che ne sono scaturiti prevedono l’esternalizzazione verso la Libia dei controlli di frontiera e la legittimazione di espulsioni collettive profumatamente finanziate dal governo italiano. Inoltre, in Libia, sempre grazie agli euro italiani, si sono moltiplicati i lager per immigrati dentro i quali vengono rinchiusi migliaia di richiedenti asilo in attesa di essere rimpatriati. Infine, l’espulsione collettiva di immigrati di qualsiasi nazionalità verso la Libia è un provvedimento talmente ordinario per l’Italia da aver attirato addirittura l’attenzione della Corte Europea dei diritti dell’uomo che ha intimato al governo italiano di sospendere le espulsioni verso il Paese nordafricano, e non possiamo certo sospettare che la Ue sia un garante degli interessi dei migranti!

Tutto questo spiega anche come mai tra le vittime della repressione poliziesca a Bengasi vi fossero anche migranti clandestini, lì presenti a gridare slogan contro il governo italiano. Se la rabbia della piazza è stata inizialmente rivolta contro l’Italia, la sommossa si è presto diretta contro il regime. Anche se in Italia si è parlato poco di ciò che è avvenuto a Bengasi prima e dopo l’attacco al consolato italiano, nella stessa giornata, a stretto giro di posta, i manifestanti hanno attaccato i palazzi del governatorato e tutta una serie di altri uffici statali. Già nelle settimane precedenti, inoltre, come confermato anche dal console italiano, c’erano state violente manifestazioni contro il regime. Motivi della protesta erano il carovita e i salari bassi. Il governo Gheddafi, insomma, si trova sulla graticola. Costretto a destreggiarsi fra le necessarie buone relazioni politiche e commerciali con l’imperialismo e i crescenti malumori delle masse, il “colonnello”, mentre stringe la mano a Pisanu e conduce ottimi affari con il governo italiano, torna a chiedere i risarcimenti economici per gli anni del colonialismo e ha recentemente ripristinato la “Giornata della Vendetta” per celebrare l’espulsione massiccia degli italiani seguita alla rivoluzione repubblicana del ‘69. Ma non sarà certo la vuota retorica nazionalista a salvare Gheddafi e il collasso di un regime bonapartista, che negli ultimi anni per potersi mantenere è sceso a patti con l’imperialismo, aprirebbe scenari di instabilità dagli esiti veramente incerti in tutta la regione.

L’Iran ed il rompicapo iracheno

Fra i diversi aderenti al cosiddetto “asse del male”, l’Iran è certamente quello che preoccupa maggiormente gli Stati Uniti negli ultimi tempi. Lo sviluppo di una propria tecnologia nucleare imporrebbe infatti il regime iraniano come potenza regionale assoluta in grado di minacciare gli interessi dell’imperialismo. Tuttavia, gli imperialisti si trovano di fronte ad una situazione davvero complicata. Se decidessero di imporre delle sanzioni al regime iraniano, questo farebbe schizzare alle stelle il prezzo del petrolio. Se ciò accadesse ci sarebbero pericolose conseguenze sulla già debole crescita dell’economia mondiale. Inoltre, non è detto che l’imporre delle sanzioni garantisca di per sé la fine del programma nucleare iraniano.

In ogni caso, per imporre delle sanzioni sarebbe necessario trovare un accordo e anche questo è un risultato molto difficile da raggiungere. La Cina e la Russia sono infatti paesi che hanno il diritto di porre dei veti all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu ed entrambi, in special modo la Cina, non hanno alcun interesse nell’imporre un taglio dell’estrazione del petrolio iraniano. La Cina infatti è un grande importatore di petrolio dall’Iran con il quale ha concluso un affare di 70 milioni di dollari. Anche la Russia ha importanti interessi da difendere in Iran. Si tratta di interessi che sono anche strettamente relazionati con l’oggetto del contendere, dal momento che i russi stanno partecipando alla costruzione di una centrale nucleare in territorio iraniano. Per questo motivo hanno cercato di raffreddare la situazione proponendo l’arricchimento dell’uranio iraniano in Russia in modo da ostacolarne l’utilizzo per scopi militari. In ogni caso, il problema principale con le sanzioni risiede nel fatto che nei mercati c’è un’impressionante domanda di petrolio e l’Iran è il quarto paese produttore dopo Arabia Saudita, Russia e Usa.

In alcuni ambienti della Casa Bianca la tentazione di potersi appropriare dell’oro nero di Teheran per mezzo di una nuova guerra è evidente. Tuttavia, il caos iracheno dimostra che l’opzione militare non è così semplice. Inoltre, se gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iraq, paese veramente senza difesa, scontrandosi poi con una guerriglia e una resistenza che probabilmente non avevano messo in conto, si guardano bene dal fare lo stesso con tanta leggerezza nei confronti dell’Iran e della Corea del Nord, paesi dotati realmente di armi di distruzione di massa e con eserciti potenti. Una guerra all’Iran, in un territorio grande quattro volte quello iracheno, potrebbe quindi avere conseguenze catastrofiche per l’imperialismo. Tanto più se gli eserciti imperialisti non riuscissero a uscire dal pantano iracheno senza aver subito una sconfitta. Il regime iraniano sa benissimo infatti che l’Iraq rappresenta il fianco più scoperto dell’imperialismo in questo momento e per questo motivo sta cercando di giocare un ruolo sempre più influente nelle vicende interne al paese confinante. L’obiettivo della divisione dell’Iraq su linee etniche trova convergenti sia gli interessi statunitensi che quelli iraniani. Il regime iraniano sta utilizzando a tale scopo lo Sciri, il potente partito sciita filo-iraniano e le sue milizie al Badr, libere di poter agire alle dipendenze del ministro dell’interno iracheno. In Iraq, infatti, per volontà degli eserciti occupanti, non esiste l’esercito nazionale, ma solo forze di sicurezza e milizie controllate a nord dai partiti nazionalisti curdi e al sud dagli sciiti pro-Teheran. Nei pogrom contro i sunniti seguiti in Iraq all’attentato contro la moschea di Samarra, protagoniste assolute sono state proprio le milizie dello Sciri, che hanno appiccato il fuoco degli scontri settari provocando la morte di 1.300 persone. Lo scontro fra Iran e Usa si sta quindi già consumando in Iraq in una aggrovigliata situazione di interessi convergenti e divergenti. Tuttavia, lo sviluppo in Iraq di una resistenza nazionale, che già esiste e alla quale un personaggio come Moqtada Al Sadr non ha mancato di richiamarsi contro i pericoli di guerra civile, potrebbe scombinare i piani sia degli imperialisti americani che degli ayatollah iraniani.

Come abbiamo illustrato, dalla Libia all’Iran si sta svolgendo una battaglia feroce fra l’imperialismo e i vari regimi reazionari della zona. Importanti anche gli sviluppi nel gigante egiziano, dove in elezioni assai dubbie l’opposizione fondamentalista ottiene circa un quinto dei seggi in parlamento. E bene ricordare come l’Egitto sia da oltre due decenni un pilastro fondamentale per il mantenimento della pax imperialista in Medio oriente. Ora il regime attraversa una crisi evidente che se esploderà in un conflitto aperto vedrà inevitabilmente scendere in campo la classe operaia più numerosa del mondo arabo.

Dall’Atlantico all’Oceano indiano, non esiste un solo regime che possa dirsi stabile e l’ascesa delle forze fondamentaliste non è che un’indicazione degli sconvolgimenti che si preparano. Questo processo, a un certo punto, inevitabilmente porterà all’apertura di crisi rivoluzionarie. Anche se in questo momento in alcuni di questi paesi, come per esempio la Palestina, i fondamentalisti sembrano raccogliere il malcontento e la rabbia popolare, non possono essere le loro idee reazionarie a rappresentare la soluzione ai problemi di fronte a cui si trovano i giovani ed i lavoratori di tutto il Medio Oriente. Il cosiddetto “antimperialismo” di forze politiche come Hamas, Gheddafi o gli ayatollah iraniani si rivelerà per quello che è: vuota retorica nazionalista. Questa lascerà il passo all’organizzazione indipendente delle migliori forze rivoluzionarie di questi paesi.

10-03-2006 

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