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Gli sconvolgimenti prodotti da decenni di saccheggio imperialista del Medio Oriente stanno sprofondando quella zona nella crisi peggiore dai tempi del colonialismo. La stabilizzazione imperialista del Medio Oriente è ormai una chimera. A settembre, inoltre, è scoppiata una guerra civile nello Yemen, ora spaccato in tre zone, e conflitti settario-religiosi si intensificano nel Libano. La stabilità di Giordania e Arabia Saudita è anch’essa alla prova.

La risoluzione di una qualsiasi contraddizione stratificatasi nel passato spalanca le porte a tensioni ancora più profonde. Il presidente Usa Obama, che aveva puntato su un disimpegno militare dal Medio Oriente, non riesce a riprendere il controllo della situazione in Siria ed Iraq tramite i soli attacchi aerei e l’ausilio delle unità di peshmerga curdo-iracheni. Gli Usa sono sull’orlo di un nuovo pericoloso impantanamento, mentre il Washington Post del 26 ottobre rulla i tamburi per una campagna terrestre, osservando che “i mezzi militari autorizzati dal Presidente non sono sufficienti per raggiungere gli scopi prefissi”. In effetti, il cambio di governo in Iraq non ha modificato il quadro, purtroppo maturo per scontri ancora più sanguinosi. Infatti, il Primo ministro sciita Abadi continua a basare la propria forza, oltre che sul sostegno Usa, sui gruppi para-militari sciiti, come le milizie al-Badr, ancora oggi responsabili di massacri di sunniti. Queste stragi cementano ulteriorimente l’alleanza tra l’Isis, i capi tribali sunniti dell’Iraq e molti ex ufficiali, anch’essi sunniti, del deposto regime di Saddam Hussein. L’esercito regolare iracheno, invece, è demoralizzato e incapace di arginare l’avanzata dell’Isis, giunta già da settimane a meno di cento chilometri dalla capitale dell’Iraq Baghdad, una potenziale polveriera nella quale la popolazione sunnita equivaleva nel 2011 ad un terzo del totale. D’altra parte, l’avanzata dell’Isis è stata così fulminante nei mesi estivi, con un allungamento del loro fronte di battaglia tale – la capitale del “califfato islamico” Raqqa dista seicento chilometri da Baghdad – da rendere meno efficaci militarmente i tagliagole dell’Isis.

 

La resistenza di Kobane

A ciò si è aggiunta la resistenza eroica dei curdi a Kobane, certamente sottovalutata dai capi dell’Isis, abituati a trovarsi davanti soldati iracheni poco motivati o peshmerga curdo-iracheni interessati soltanto a difendere le aree ricche di petrolio sotto il controllo del governo autonomo del clan Barzani, che ne gestisce pure il transito e la vendita verso la Turchia di Erdogan, a sua volta il boia dei curdi di Turchia e Siria.

La resistenza delle milizie di sinistra curde nella città siriana di Kobane – che il movimento operaio dovrebbe sostenere con ogni mezzo – ha ulteriormente inasprito le tensioni nel campo imperialista. Infatti, il governo turco dell’islamista Erdogan aveva sperato cinicamente che i fondamentalisti sunniti dell’Isis, da lui protetti e alimentati in funzione anti-Assad, stroncassero la resistenza curda per poi poter intervenire militarmente in Siria sotto le insegne dell’alleanza anti-Isis a guida Usa. Per questo suo disegno, Erdogan ha represso, senza pietà e con più di venti morti, le manifestazioni di massa dei curdi scoppiate in decine di città turche per rivendicare l’apertura del confine turco-siriano di Kobane ai guerriglieri del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), considerato da Erdogan, Usa e Ue un’organizzazione “terrorista”.

Ora, però, le difficoltà dell’Isis nell’affondare definitivamente il colpo sui curdi hanno spinto Erdogan ad articolare la sua strategia: l’aiuto a Kobane potrebbe arrivare – certo il più tardi possibile – ma limitato e costituito di baionette delle quali ci si possa politicamente fidare. I 150 peshmerga arrivati a Kobane il 29 ottobre attraverso la Turchia, infatti, “non saranno impiegati in scontri diretti” e sono stati accompagnati da miliziani dell’Esercito libero siriano (Els). Erdogan ha come obiettivo preliminare quello di schiacciare il movimento nazionale curdo ma, appena vi riuscisse, non tarderebbe a rilanciare il tentativo di rovesciare il regime di Assad in Siria. Per prepararne le condizioni, Erdogan ha già invocato la creazione di una zona-cuscinetto nel Kurdistan siriano e potrebbe certo pensare di usare anche
l’Esercito libero siriano per manovrare meglio sul terreno. Di sicuro, però, Erdogan cercherà di indebolire il meno possibile l’Isis, che potrebbe ritornare utile contro Assad.

L’orientamento di Erdogan complica ulteriormente la politica Usa, disperatamente alla ricerca di un alleato affidabile e forte cui affidare un intervento di terra ed evitare così un impegno diretto dei marines. Gli Usa, infatti, avrebbero potuto considerare di appoggiarsi temporaneamente ed in funzione anti-Isis anche sui curdi siriani. In ciò, avrebbero approfittato anche della politica di unità nazionale col Pdk (Partito democratico del Kurdistan) di Barzani, fidato agente Usa, portata avanti dalle direzioni di sinistra del movimento nazionale curdo, ovvero il Pkk e il Pyd (Partito di unità democratica) di Siria. Il legame strategico degli Usa con la Turchia, però, impedisce ad Obama di proseguire su quella strada. Del resto, le dichiarazioni di Kerry, responsabile degli Esteri della Casa Bianca, sul carattere “non strategico” di Kobane non hanno bisogno di spiegazioni. Gli Usa ed anche l’Ue non verseranno sangue per Kobane e tantomeno per un Kurdistan indipendente. è per questo che finirà in un ennesimo vicolo cieco la campagna internazionale di pressione su Usa e Ue, organizzata dai vertici del Pkk e del Pyd, per costituire un fronte antifascista sul modello della Seconda guerra mondiale ma questa volta in funzione anti-Isis e coi curdi come punta di diamante.

Le potenze imperialiste utilizzeranno le capacità militari dei curdi di Siria e di Turchia, per scaricarli in un secondo momento, soltanto se ciò servirà temporaneamente i loro interessi. Pensare che Usa ed Ue possano agire sulla base di valori democratici o di civiltà è un errore imperdonabile, gravido di disastrose conseguenze pratiche.

 

Il conflitto si allarga

Il conflitto mediorientale sta precipitando fuori dal controllo dei gendarmi del pianeta e dell’area. Come in un domino, si è rotto pure il fragile equilibrio su cui si reggeva lo Yemen dopo le dimissioni del presidente Saleh nel 2011, a seguito di manifestazioni popolari e di massa con elementi progressisti. Il successore di Saleh, infatti, anch’egli sunnita, ha dovuto nominare un nuovo Primo ministro, per la prima volta uno sciita, a causa dell’attacco militare portato dal Nord del paese fino alla capitale Sanaa dalle milizie sciite Huthi, chiamate così perché appartenenti ad una corrente dello sciismo, lo zaydismo, maggioritaria nello Yemen. Questo semi-colpo di Stato ha scatenato il conflitto tra sciiti e sunniti nel centro dello Yemen e favorito una secessione nei fatti della zona meridionale, incluso lo strategico porto di Aden. Il Ministro degli esteri saudita ha prontamente accusato l’Iran sciita – in Siria ed Iraq formalmente alleato dell’Arabia Saudita contro l’Isis – di ingerenza finalizzata a destabilizzare la monarchia saudita, confinante con lo Yemen.

In Libano, invece, le milizie sciite libanesi degli hezbollah (partito di Dio) spesso assieme all’esercito regolare libanese, sono sotto attacchi sempre più violenti dei fondamentalisti sunniti presenti soprattutto nel Nord del paese ed impegnati in una guerra a favore dei loro alleati dell’Isis. Gli hezbollah libanesi, infatti, hanno dovuto ritirare diversi migliaia di combattenti dalla Siria dove hanno aiutato il regime di Assad a tenersi in piedi.

La reazione nera che osserviamo in Medio Oriente non è un destino ineluttabile. L’“inverno” politico calato sulle “primavere arabe” ha spalancato le porte a guerre civili settarie come in Libia, Siria, Iraq e Yemen o al ritorno dei vecchi arnesi delle dittature, moderatamente riciclatisi, come in Egitto con la casta militare ed in Tunisia con la vittoria elettorale di Appello per la Tunisia. Con la diplomazia delle potenze imperialiste, comprese quelle di secondo piano come Russia e Iran, la decomposizione sociale e politica del Medio Oriente non farà un solo passo indietro. Soltanto una nuova e più matura irruzione della lotta dei lavoratori e dei giovani, basandosi sull’esperienza densissima di questi ultimi anni, getterà le basi per un’alternativa rivoluzionaria alla montante barbarie.

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