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Afghanistan, Palestina

Il collasso dei talebani e il precipitare degli eventi in Palestina sono due eventi distanti apparentemente, ma intimamente collegati da un filo: il fallimento della strategia di oltre un decennio della diplomazia americana.

"Una colonna di carri armati americani marcia su Kandahar". La notizia, strombazzata dalle agenzie di stampa di tutto il mondo, è emblematica di tutta la condotta di guerra degli Stati Uniti. Gli americani finalmente hanno appoggiato un piede sul suolo afghano e marciano trionfalmente sulla città rasa al suolo dai bombardamenti, ma Kandahar è stata già "liberata" dalle truppe dell’Alleanza, praticamente senza colpo ferire. L’accordo amichevole per la resa di Kandahar, tra i signori della guerra dell’Alleanza del Nord e il Mullah Omar, ha lasciato una via di fuga (e dollari) al grosso delle forze talebane e al loro leader e ha permesso ai vecchi dominatori della città (i cosiddetti "combattenti per la libertà", in realtà espressione di cricche non meno reazionarie e fondamentaliste dei talebani) di insediarsi nuovamente al comando, presentando il fatto compiuto agli americani. In poche parole si è verificato ancora una volta quanto era già successo a Kabul e in tutte le città principali dell’Afghanistan.

Che cosa ha ottenuto l’imperialismo Usa?

Al di là della propaganda di Bush, è lecito chiedersi cosa veramente abbiano raggiunto gli Stati Uniti e i loro alleati in questa guerra. Per prima cosa, è vero, sono riusciti a rovesciare il regime dei talebani, ma non sono stati in grado di rimpiazzarlo con qualcosa che abbia la minima stabilità. Lo squallido spettacolo delle trattative di Bonn "per disegnare un nuovo Afghanistan" e la macabra strumentalizzazione della questione dell’oppressione femminile, la cui soluzione è stata ridotta ad una partecipazione di facciata di donne al nuovo governo, ha confezionato un bel boomerang mediatico per l’amministrazione Bush, rivelando agli occhi di tutto il mondo la litigiosità delle fazioni afghane.

Le rivalità fra i diversi signori della guerra, che rimangono armati fino ai denti, si sono espresse finora nella rispettiva corsa alla conquista sul campo delle posizioni più favorevoli per far pesare i rapporti di forza nelle trattative con i propri rivali-alleati. Nessuno di loro è disposto a sciogliere le proprie milizie e a sottomettersi ad un’autorità centrale, tanto meno sono disposti a riconoscere l’autorità dell’ex-re afghano (che ha 88 anni ed è fuggito dal paese nel 1973) quale "garante". In alcuni casi la tensione rischia già di degenerare in conflitto aperto, come nel 1992. Mancando qualsiasi base reale d’appoggio su cui fondarsi, gli americani potrebbero essere costretti, loro malgrado, ad incrementare progressivamente la loro presenza diretta sul suolo afghano, configurando una vera e propria occupazione, magari sotto le bandiere "neutrali" dell’Onu.

I bombardamenti contro l’Afghanistan hanno destabilizzato tutto il subcontinente indiano, in particolare il Pakistan, dove lo Stato è profondamente in crisi e la casta militare è divisa: da un lato il generale Musharraf, formalmente alleato degli Usa, dall’altro l’ISI, i servizi segreti, e un settore dell’esercito che segretamente (ma neppure tanto) hanno continuato e continuano a sostenere materialmente i talebani.

Un colpo di Stato contro Musharraf potrebbe far precipitare il Pakistan nella guerra civile. Le tensioni nazionali nel Baluchistan tra Pushtoon e Baluchi, l’acuirsi del conflitto con l’India per il territorio conteso del Kashmir e le conseguenze del recente attacco terroristico al Parlamento indiano, che l’India addebita a trame pakistane, restituiscono un quadro estremamente instabile di tutta l’area.

Il sostegno americano al Pakistan inoltre sta alienandogli l’appoggio dell’India, favorendo un riavvicinamento diplomatico fra India e Russia che, al di là di tutte le dichiarazioni di solidarietà con gli Usa, nutre interessi imperialistici contrastanti con quelli dell’amministrazione Bush ed ha approfittato del vuoto lasciato dagli americani per rientrare con delle proprie truppe a Kabul.

Allargando la prospettiva al complesso del mondo islamico possiamo vedere che tutti i regimi filoamericani sono stati messi a dura prova dall’appoggio alla guerra. La guerra all’Afghanistan ha suscitato un’ondata di sentimenti antiamericani tra le masse islamiche rendendo ai loro occhi ancor più intollerabile il giogo di questi regimi corrotti ed esposti dalla "sacra unione" con gli Usa. Questo è vero particolarmente per la monarchia saudita.

Questo quadro rafforza il fondamentalismo islamico e le organizzazioni terroriste che Bush dice di voler combattere, aumentando il rischio di attacchi terroristici contro cittadini o interessi americani in tutto il mondo.

Guerra in Palestina

In questo contesto la crisi in Medio Oriente, annunciata da tempo, sta sfuggendo ad ogni controllo. Da mesi abbiamo spiegato che la vittoria di Sharon in Israele marcava un salto qualitativo nella crisi palestinese. La crescente pressione militare israeliana sull’Autorità nazionale palestinese si è trasformata di fatto in una nuova occupazione dei Territori ceduti ad Arafat con gli accordi di Oslo.

Persino l’inviato dell’Onu Terje Roed-Larsen ammette: "Credo che siamo vicini come non mai a un confronto militare in piena regola tra Israele e l’Autorità palestinese". Inutile affermare che il "confronto militare" porterebbe ad un annichilimento delle forze palestinesi e al crollo immediato dell’Anp, ma allo stesso tempo renderebbe inevitabile una nuova guerra fra Israele e gli stati arabi confinanti e convulsioni in tutta l’area.

La repressione israeliana finora nulla ha potuto nel sedare la rivolta scoppiata nell’autunno del 2000 e che ormai prosegue da 15 mesi. 818 morti fra i palestinesi e 242 israeliani sono il bilancio di questa sanguinosa guerra a "bassa intensità". Da mesi le rappresaglie israeliane hanno assunto un carattere sempre più feroce, facendo ricorso ad ogni arma convenzionale dell’arsenale dell’esercito israeliano. L’assedio alle città della striscia di Gaza e della Cisgiordania e la campagna di assassinii "selettivi" di leader palestinesi, ultimo il leader militare di Hamas Mahmoud Abu Hanoud, da parte delle forze speciali israeliane hanno messo a dura prova la residua autorità di Arafat, cui Israele e gli Usa chiedono incessantemente di farsi carico della repressione delle organizzazioni radicali e fondamentaliste e di assicurare il controllo sull’esasperazione delle masse palestinesi.

L’arresto di alcuni leader di Hamas e della Jihad da parte dell’Anp, a seguito della serie di attentati terroristici in Israele, aveva suscitato un’ondata di proteste culminate in una vera e propria rivolta di massa a Jenin contro l’Anp. Per la prima volta la polizia palestinese ha sparato sulle manifestazioni, uccidendo alcuni dimostranti. Questa situazione insostenibile ha creato profonde divisioni nei servizi di sicurezza palestinesi, il cui capo nella striscia di Gaza, Mohammed Dahlan ha annunciato pubblicamente il suo rifiuto ad intervenire contro altri movimenti che fanno parte della resistenza all’occupazione israeliana.

La tattica di Sharon è chiaramente quella di minare alla base l’autorità di Arafat e porta dritta alla guerra. Arafat, ha annunciato il governo Sharon il 14 dicembre. L’obiet-tivo ormai dichiarato apertamente è di riprendere il controllo dei Territori e di scatenare sulla popolazione palestinese una repressione formidabile, fino a configurare addirittura lo scenario di una deportazione di massa della popolazione palestinese. "non è più rilevante"

Un altro tassello sta per completare il mosaico del governo di unità nazionale guidato da Ariel Sharon e del quale fanno parte anche i laburisti del "Premio Nobel per la pace" Shimon Peres: demolizione degli accordi di Oslo, annientamento dell’Anp, "rimozione" di Arafat, salto all’indietro di almeno 10 anni. Solo su un punto Sharon ha fallito, garantire la sicurezza dei cittadini israeliani, così come aveva promesso in campagna elettorale lo scorso inverno. Un così ampio spiegamento di forze armate e l’incessante attacco all’Anp non sono serviti a nulla. E a nulla servirà eliminare Arafat.

Ruolo reazionario del terrorismo

Gli ultimi attentati in Israele sono stati particolarmente feroci e hanno colpito principalmente civili, fra cui alcuni lavoratori stranieri filippini. Questo fattore ha contribuito a creare una situazione di generale appoggio alle soluzioni estreme anche fra la massa dei lavoratori israeliani.

Ponendo che Hamas persegua una strategia razionale, questa dovrebbe essere che grazie alle azioni terroristiche Israele trovi troppo "costosa" la prosecuzione dell’occupazione militare. Ma si tratta di un errore da cima a fondo. La tattica terroristica non danneggia Israele, semmai lo rafforza e rafforza i settori più reazionari della società israeliana. I terroristi vogliono che Israele reagisca con tutta la forza a sua disposizione. Purtroppo non verranno delusi. La dissennata tattica terroristica delle organizzazioni nazionaliste e islamiche palestinesi è l’altra faccia della medaglia del collaborazionismo con le forze d’occupazione e l’incapacità politica di porre un’alternativa da parte della corrotta direzione palestinese raccolta intorno ad Arafat. Questi dirigenti sono interamente responsabili per aver dissipato l’enorme potenziale d’appoggio e di simpatia che la prima e la seconda intifada avrebbero potuto conquistarsi fra la classe lavoratrice israeliana e a livello internazionale, a patto di rivolgere un appello di solidarietà di classe ai lavoratori d’Israele contro i comuni oppressori.

Ora la classe dominante israeliana potrà schiacciare l’Anp contando almeno inizialmente su un vasto appoggio tra la popolazione israeliana ad una politica di "soluzione finale" del problema palestinese.

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