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La cosiddetta guerra al terrore ha indiscutibili pregi e incontrollabili difetti per l'imperialismo. La puoi dichiarare quando e come vuoi, a chi vuoi e con motivi disparati. Può essere preventiva, in cerca di armi, di impianti nucleari o di singolo individui. E' una guerra che si fregia del Nobel per la pace.

E' il prodotto ideologico delle esigenze del capitalismo Usa, condannato a difendere i propri interessi economici ovunque nel globo, a mostrare i muscoli al mondo per supplire alle proprie difficoltà economiche, a dissanguare le proprie finanze per esportare dollari e debito pubblico senza che nessuno ne chieda il conto. Ma proprio un meccanismo tanto facile da mettere in moto, non può essere fermato a piacimento. La domanda è implicita: gli Usa preparano nei minimi dettagli una guerra nello Yemen o vengono trascinati ad aprire un nuovo scenario di guerra dai processi che loro stessi hanno contribuito a creare? Entrambe le cose e nessuna delle due. L'imperialismo stesso ha partorito contraddizioni insanabili che da tempo hanno reso il mondo arabo una polveriera. Ora questa polveriera necessita ogni volta di più di piani dettagliati, quanto grossolani e irrazionali. Il gendarme Usa siede in cima sul suo stesso caos e da questo caos rischia ogni giorno di più di essere spodestato.

Chi ha creato chi?

L'idea che il gesto di un singolo individuo - si ammetta pure spalleggiato da un gruppo - possa essere la causa per la guerra ad un intero Stato parrebbe assurda. Ma tant'è: questo è il clima isterico suscitato nella cosiddetta opinione pubblica Usa dal fallito attentato terroristico aereo il 25 dicembre da parte di un giovane 23enne nigeriano. Un tentativo che sarebbe riuscito - clamorosamente o misteriosamente- ad eludere i controlli e la rete dei servizi segreti americani. Il giovane terrorista è figlio di un banchiere nigeriano che avrebbe più volte segnalato la pericolosità del figlio. Quest'ultimo si era già visto rifiutare il rinnovo del visto dalla Gran Bretagna. Avrebbe effettuato un viaggio nello Yemen, uno dei paesi più instabili del momento, preparando l'attentato senza dare nell'occhio. Il tutto nonostante le intercettazioni telefoniche dei servizi segreti yemeniti riguardanti un “nigeriano” di Al Qaeda pronto ad attivarsi. Clamorosa bancarotta del paranoico sistema di controllo Usa o un attentatore volutamente lasciato agire? O una storiella ricostruita a posteriori per creare un collegamento tra l'attentatore e lo Yemen? Fatto sta, lo Yemen aveva bisogno di un pretesto. Il pretesto ora c'è. A noi rimane solo da indagare le cause.

Il 3 gennaio Usa e Gran Bretagna, seguite da Francia e Giappone, hanno chiuso le proprie ambasciate nel paese. Il segno di una futura guerra? In verità è una tragica ironia discutere di una possibile guerra nello Yemen e di un possibile coinvolgimento americano. La guerra nello Yemen è già in corso e gli Usa sono già coinvolti. Quello di cui si può discutere è l'estensione della guerra e il grado di tale coinvolgimento.

Il corrotto regime dello Yemen va avanti da anni barcamenandosi sull'orlo della guerra civile. I diversi conflitti internazionali usano e a loro volta vengono usati dalle diverse faide interne al paese. L'attuale presidente Saleh è giunto al potere nel 1977 nel Nord Yemen con un colpo di Stato. Il suo regime si è contraddistinto da sempre per l'appoggio a gruppi integralisti musulmani contro lo Yemen del Sud, a regime filosovietico. Al momento dell'unificazione tra nord e sud nel 1990, Saleh è diventato il presidente dell'intero paese, ottenendo percentuali elettorali bulgare e sospette (il 91% dei voti nel 1999). Ma la musica non è cambiata: ha continuato a controllare il paese disseminandolo di gruppi integralisti. In particolare nel 1994 li ha usati contro un tentativo di secessione del sud e al nord contro la penetrazione dell'influenza dell'Arabia Saudita. Ha così inviato nello stesso anno nella provincia settentrionale di Sa'ada il gruppo integralista zaidita - una variante dello sciismo musulmano - facente capo a Al-Houti  per contrastare il proliferare di scuole musulmane wahabite legate all'Arabia Saudita.

Con l'inizio della guerra del terrore e gli attacchi dell'11 settembre, gli Usa hanno lanciato un ultimatum a Saleh, costringendolo bruscamente a cambiare le proprie alleanze. Ha così dovuto ripudiare parte dei propri gruppi armati e lasciarsi penetrare dall'influenza americana e saudita. L'esercito Yemenita ha così lanciato un'offensiva nel 2001 verso il nord del paese trasformando i precedenti alleati nei cosiddetti “ribelli Houti”. Nel nome di tale conflitto, lo Yemen ha dovuto accettare “volontariamente” e dietro lauti aiuti la penetrazione di consiglieri militari Usa per addestrare il proprio esercito. Da questa estate la guerra contro gli Houti ha avuto un'altra e clamorosa escalation con l'operazione “Terra bruciata”. Un'operazione che doveva durare due settimane e che ha comportato finora 3800 morti, 16mila feriti e 100mila sfollati. Da novembre poi c'è stata la clamorosa novità dell'entrata diretta sulla scena dell'esercito saudita. Il 14 dicembre l'aviazione Yemenita ha fatto una strage in un villaggio nel nord del paese, ma diverse fotografie mostrerebbero la presenza di aerei sauditi. Non solo: le fonti Houti parlano di almeno 28 attacchi aerei svolti da jet Usa. Ancora il 24 dicembre si è svolto un bombardamento in grande stile nella provincia di Sa'ada con le stesse modalità. Già il 13 dello scorso mese il generale Petreus a capo delle operazioni militari in Afghanistan, Pakistan e Iraq dichiarava: “gli Stati Uniti sostengono la sicurezza interna dello Yemen nell’ambito della cooperazione militare fornita dall’America ai suoi alleati nella regione, (...) le navi americane che navigano nelle acque territoriali dello Yemen, [sono lì] non solo per svolgere funzioni di controllo, ma per impedire i rifornimenti di armi ai ribelli Houthi”.

Gli Usa in un nuovo pantano?

I ribelli Houti sono accusati contemporaneamente di legami con l'Iran e con Al-Qaeda. Se proprio si vuol prendere la religione come base di tale conflitto, sarebbe bene ricordare che lo sciismo zaidita abbracciato dagli Houti è ben diverso da quello iraniano e ancora più dai sunnismo wahabita di Al-Qaeda. Il primo gruppo nominalmente legato ad Al Qaeda è misteriosamente sorto nello Yemen solo lo scorso anno. La verità è un'altra: la zona è ormai un coacervo di settarismi religiosi, gruppi militari fomentati negli anni dagli Usa stessi e oggi ben inseriti in una realtà dove metà della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. Quando lo Yemen si rifiutò di partecipare alla guerra del Golfo del 1991, pagò con pesanti ritorsioni economiche. Oggi Saleh è arruolato pienamente nella guerra del terrore. E' una pedina degli Usa e gli Usa sono uno strumento di Saleh per tenere in vita il proprio regime corrotto. Dove inizi l'esigenza dell'uno e dove quella dell'altro è impossibile a dirsi. L'uno crea contraddizioni all'altro: in fondo la perdita del controllo dei gruppi sciiti più estremi nello Yemen è successiva allo scoppio della guerra in Iraq.

Per ora gli Usa non hanno né forza né possibilità di intensificare oltre il proprio coinvolgimento. Forniranno finanziamenti e armi. Hanno già promesso 70 miliardi di aiuti al regime Yemenita e un pacchetto difensivo di 20 miliardi da vendere all'Arabia Saudita. Quest'ultima ha acquistato dall'occidente l'anno scorso armi per un valore di 100 miliardi di dollari. Gli stessi Usa spingeranno quindi per coinvolgerla sempre di più nella guerra, affiancandola con un crescente aiuto logistico della propria aviazione. Ma così facendo mandano al fronte il loro più fedele alleato. Le truppe saudite non possono controllare lo Yemen e se decideranno di stampellare il regime di Saleh, verranno travolte dal suo crollo. Cercheranno di esportare ordine imperialista e importeranno disordine. La società saudita dorme da anni immersa in un sonno reazionario. E' una delle più immobili e oscurantiste della terra. Gli effetti di un lungo impegno nello Yemen sono difficilmente calcolabili. Gli Usa per ora sanno di non poter aprire il terzo fronte. Potrebbero essere costretti a farlo in fretta e furia per salvare Arabia Saudita e Yemen contemporaneamente.


 

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