SICILIA Assetati per colpa di capitalismo e mafia - Falcemartello

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In questo momento l’argomento dell’acqua è uno tra i più dibattuti, poiché il 12 e 13 giugno avremo la possibilità, tramite referendum, di rispondere a quello che è l’ennesimo attacco del governo Berlusconi per quanto concerne la privatizzazione dell’acqua.

Il referendum sarà una grande occasione per riavvicinare la popolazione alla vita politica, visto che i politici si disinteressano delle necessità dei cittadini occupandosi solo degli interessi di padroni e speculatori oltre che di quelli del premier.

Il primo risultato della privatizzazione sarebbe l’aumento delle tariffe, che si avvertirà ancor di più nel Meridione, costretto a boccheggiare tra disoccupazione e la speculazione su servizi e beni indispensabili per l’uomo.

Un esempio lampante di quanto già oggi la situazione sia grave, con la parziale gestione privata della distribuzione, è la condizione idrica a Licata.  Agli occhi del lettore potrà sembrare strano che in una città di mare, quale è Licata, manchi l’acqua, ma nel nostro territorio questa condizione di assetati esiste da sempre.

Infatti sin dal 1960, in un contesto di grandi lotte nazionali, i licatesi chiedevano: “lavoro ed acqua”. Scioperando per questi motivi la città pagò un grande prezzo con la morte di un manifestante (Enzo Napoli) e il ferimento di altri nove per mano delle forze dell’ “ordine” che spararono alla folla, ma nemmeno questo estremo sacrificio bastò per risolvere il problema dell’acqua a Licata.

Oggi la situazione idrica a Licata, se possibile, è ancora più grave di cinquant’anni fa. Basti pensare che la fornitura dell’acqua ai licatesi, in periodi di siccità, ha una cadenza media di venti giorni; per questo non esiste casa a Licata che non abbia cisterne o vasche spesso costruite con l’eternit.

Quando l’acqua arriva, non solo non è potabile, ma è addirittura dannosa per la salute dei cittadini; questo, tra le altre motivazioni, è dovuto al fatto che una delle fonti di approvvigionamento idrico della città è un dissalatore sito a pochi chilometri, precisamente a Gela; l’acqua che arriva a questo dissalatore viene prima utilizzata dal petrolchimico “Eni” per le sue fasi di produzione, poi la rigetta in mare con gli scarti chimici e dopo viene ripescata dal dissalatore di Gela che la distribuisce ai cittadini, dissalata ma non completamente depurata; questo ha comportato a Licata l’aumento del 30%, negli ultimi dieci anni, dei casi di tumore al colon.

I cittadini sono così costretti a comprare l’acqua da bere e anche per cucinare… oltre il danno anche la beffa, poiché spesso i cittadini licatesi acquistano l’acqua che la Nestlé (Acqua Vera) imbottiglia, approvvigionandosi dalle fonti dell’agrigentino, la stessa acqua che fino a qualche anno fa arrivava nelle fontanelle pubbliche.

Licata è un esempio lampante del fatto che al privato non interessa fornire un servizio alla cittadinanza, né tanto meno alla sua salute; l’unica cosa che interessa al privato, che nella nostra terra spesso è sinonimo di mafia, è il profitto.

Anziché adoperarsi per rendere la città indipendente sulla questione con la costruzione di un dissalatore nella città, Cuffaro e gli amichetti locali hanno pensato bene di fare un progetto per il raddoppio della rete  esistente spendendo circa 80mln di euro, un progetto che sulla carta avrebbe aiutato la distribuzione idrica, ma in pratica è divenuta l’ennesima speculazione mafiosa, visto che a due anni da quella che doveva essere la consegna della struttura, i lavori sono ancora in alto mare.

Per questo vogliamo che l’acqua sia pubblica anche nella gestione, per noi marxisti pubblico significa controllo diretto dei lavoratori e dei cittadini, perché non basta dire pubblico quando questo è espressione della mafia. In questo modo, il problema dell’acqua, a livello locale e nazionale, diventerebbe solo un brutto ricordo, poiché agli interessi di pochi verrebbe contrapposto il bisogno di molti, mentre l’inefficienza e la speculazione di amministrazioni ed enti gestori verrebbe contrastata dalla necessità degli operai di difendere il proprio lavoro.