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Durante questo mese di agosto ci sono arrivate un paio di corrispondenze inviateci da nostri sostenitori che ci paiono piuttosto utili per comprendere la natura di massa e radicale della mobilitazione in Valsusa. Le proponiamo ai nostri lettori.

 

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Presidio No Tav a Chiomonte (17-20 agosto 2011)

“Cronache dal fronte”

 

Sono ormai mesi che a Chiomonte, nei pressi della centrale elettrica e del cantiere per la TAV (in “Clarea”), sono attivi i due presidi permanenti del Movimento NO-TAV.

La situazione è molto difficile, al limite fra resistenza pacifica a oltranza e guerriglia stile Vietnam, con tutte le armi canoniche, compresi fumogeni, lacrimogeni e i “cacciatori sardi” sguinzagliati nei boschi intorno ai presidi, pronti ad attaccare in maniera brutale al minimo movimento di vegetazione. Non solo: carabinieri, finanzieri, DIGOS, poliziotti e militari, armati di tutto punto, si trovano a pochi passi dai presidi. In particolare la zona della Clarea, nei pressi del cantiere, è molto difficile da raggiungere, perché isolata e piuttosto distante dal presidio “base” di Chiomonte; così il pericolo è che i compagni che si trovano lassù, in caso di incursione delle forze dell'ordine (come è avvenuto nella notte fra il 16 e il 17 agosto, con il lancio di lacrimogeni) restino soli.

Al cantiere per adesso si procede con lavori secondari di allargamento delle recinzioni verso la zona  dell'autostrada, mentre verso Giaglione, grazie all'acquisto di alcune proprietà (“la Baita”) da parte del Movimento NO-TAV, nelle quali si è appunto stabilito il presidio, i lavori sono ancora fermi.

"La Baita" (Presidio di Giaglione, in Clarea, vicino al cantiere

Tuttavia la situazione non è così rosea: le forze dell'ordine (o del disordine?!) stanno tentando di chiudere il presidio al cantiere in una morsa; dalla strada principale infatti sono state posizionate delle transenne di cemento (buttate giù e rotte dai ragazzi della baita il 16 agosto, ma subito rimpiazzate il 17) per impedire il passaggio delle auto, mentre una ventina di valorosi finanzieri e carabinieri si occupano (illegalmente) di prendere nominativi, di fotografare e umiliare CHIUNQUE passi dalla strada (comprese persone del tutto ignare: ho visto con i miei occhi un finanziere che, fermato un uomo con il figlio, chiaramente lì per passeggiare, tentava malamente di spiegare  e giustificare la militarizzazione della zona), in modo da intimorire quanti vorrebbero recarsi al presidio e rendere ulteriormente difficoltosi la comunicazione e il passaggio fra i due campi. Ovviamente, giunti in questa sorta di posto di blocco, è severamente proibito tentare di fotografare o filmare qualcosa o qualcuno, e solo di nascosto è possibile portare con sé una macchina fotografica; anche perché non di rado capita che si venga sottoposti ad una vera e propria perquisizione (sempre con modalità piuttosto illecite, considerando il fatto che nessuno di loro si sia mai degnato di mostrare né un distintivo, né un mandato).

In pratica sembra stiano cercando di creare un “registro” delle presenze e dei movimenti delle persone da e per la Baita: è per questo che durante l'assemblea del 18 agosto si è deciso di organizzare gruppi di almeno venti o venticinque  persone che si muovano insieme verso la Baita per forzare il blocco.

Dunque la situazione è questa, calda e tesa (come dicevo sopra, e come usano dire su, “benvenuti nel Vietnam”), di guerriglia senza esclusione di colpi.

Nel corso di queste tensioni continue la grande maggioranza delle persone presenti ai presidi proviene di fatto da luoghi estranei e distanti dalla Valle (i più vicini sono i ragazzi di Torino, ma ci sono anche francesi e baschi). Questo è anche dovuto al fatto che, con il mese di agosto e molti valsusini assenti per le ferie, la vallata è ovviamente spopolata; inoltre la bellezza del luogo e la voglia di lottare per mantenerlo tale è così radicata che molte persone della città (Milano, Torino, Napoli, Roma, Firenze...) hanno colto l'occasione per trasformare le ferie estive in un'esperienza di lotta e resistenza incredibile.

Ciò di cui si avverte maggiormente la mancanza è un canale di comunicazione più efficace tra i presidi e la Valle, ma soprattutto fra il Movimento NO-TAV e il resto d'Italia, capace, in questo frangente politico a risvegliare le coscienze in tutto il paese e allargare la mobilitazione. Manca al presidio anche un punto di riferimento, una struttura a cui rivolgersi per avere informazioni o per organizzare eventi; tutto è lasciato piuttosto all'iniziativa personale e ciò è evidente soprattutto nella gestione dell'assemblea serale e nelle decisioni prese al suo interno: manca un ordine del giorno, non si rispettano gli orari fissati per eventuali attività, l'azione dei singoli non è coordinata... tutto ciò può solo portare confusione ed è estremamente controproducente. È chiaro che molti nella Valle possono considerare poco produttivo un presidio, come è quello della “Clarea”, così difficile da mantenere attivo e costantemente sotto minaccia di sgombero, che per la quantità di forze “dell’ordine” dislocate non è al momento riconquistabile. Tuttavia c’è molto da fare.

Questa dunque è la situazione, un breve riassunto di ciò che appare vivendo anche solo tre giorni a Chiomonte: mi auguro tuttavia che possa essere un buono spunto, un invito a recarsi nella Val Susa, a tastare con mano la situazione, ad aiutare il Movimento, non solo con le braccia, ma anche con la testa.

 

di Elena Barcellona

 



 

30 luglio: un’altra vittoria per il movimento NO TAV.

Giaglione, ore 15. Alla partenza della marcia verso Chiomonte, convocata solo pochi giorni prima dal movimento riunitosi in assemblea, non c’è ombra di tensione, né di paura. Famiglie, nonni, bambini, valligiani e lavoratori da tutt’Italia. Ci sono anche alcuni manifestanti da L’Aquila e alcuni francesi. Si parte in più di diecimila lungo l’impervio sentiero che costeggia il presidio militare che qualcuno ha il coraggio di chiamare cantiere. In testa lo striscione “Fuori le truppe dalla Valsusa”.

 

E questo nonostante la scandalosa campagna mediatica portata avanti dalle principali testate nazionali, Repubblica in testa, che paventavano il rischio di degenerazioni violente, di pericolo imminente per la vita dei partecipanti, di infiltrazioni da parte di gruppi di ex terroristi armati. Nonostante le perquisizioni del giorno prima e i sequestri di maschere antigas (a Torino le forze dell’ordine presidiavano persino i negozi di anitinfortunistica). Nonostante le minacce terroristiche di Maroni e i “buoni consigli” di Pd e Sel - in primis il coordinatore provinciale Antonio Ferrentino, l’ex NO TAV passato a difendere più vantaggiosi interessi in seguito all’infatuazione per l’osservatorio tecnico di Mario Virano- che a più riprese nei giorni precedenti avevano invitato i cittadini ad astenersi dal partecipare alla manifestazione con accorati appelli.

Si sfila attraverso i boschi pacifici e determinati, a volto scoperto come deciso in assemblea, e con i caschi negli zaini: si attraversa il sottopassaggio dell’autostrada, dove si incontra il primo schieramento di polizia, e si costeggiano le recinzioni di quella che ha tutta l’aria di essere una roccaforte militare per poi scendere attraverso i boschi fino allo spazio antistante la Centrale, sede del campeggio NO TAV. Del fantomatico inizio dei lavori neanche l’ombra. Nessuna tensione nei punti di contatto con la polizia: né alle reti né al cosiddetto fortino. L’autocontrollo del corteo è encomiabile. La rabbia viene espressa solo a suon di canti e slogan, che risuonano per tutta la valle. Una grande prova di forza in risposta ai tentativi bipartisan di criminalizzare un movimento che sempre più riesce a conquistare simpatie e adesioni tra i lavoratori italiani. La prova che, differenza di quanto vanno dicendo lorsignori, è il movimento a decidere strategie calibrate e a portale avanti, sia che si tratti di assedio, sia che si tratti di una marcia. A scegliere tempi e modi non sono sparuti gruppi di violenti provocatori, ma un assemblea che discute democraticamente.

Vedere diecimila e più persone, comprese famiglie e anziani, arrampicarsi per i boschi e sfilare costeggiando le recinzioni con all'interno un vero schieramento da guerra ci fa capire che ben poco potrà fermare un movimento così combattivo. Non l’hanno fatto gli attacchi fisici da parte delle forze dell'ordine, come non l’hanno fatto gli attacchi sia politici e mediatici di questi ultimi giorni. Da domenica il campeggio, dove si sono susseguiti dibattiti e incontri, verrà smantellato e comincerà un presidio permanente della valle che proseguirà fino a settembre-ottobre, quando apriranno – presumibilmente -  il cantiere vero e proprio di Clarea. La lotta continua…

 

di Marta Becco e Benny Abarbanel

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