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Si è svolto il 24 luglio a Bologna l'attivo dei direttivi camerali e di categoria dell'Emilia Romagna.

Pubblichiamo l'intervento di Orlando Maviglia, delelgato Rsu Minarelli Bologna e componente del direttivo regionale Fiom-Cgil, contro l'accordo sulle pensioni e la riforma dello stato sociale.

A seguire il volantino che i delegati della Minarelli hanno distribuito in fabbrica e all'attivo.

Compagni,

come molti di voi  credo che se la trattativa è arrivata all’epilogo nel mese di luglio  non sia un caso, una singolare coincidenza con altri accordi di altri lugli, piuttosto l’espressione di una stessa politica sindacale. I numerosi segnali che i lavoratori hanno lanciato in questi  mesi hanno spinto il governo e  le organizzazioni sindacali a chiudere una volta per tutte la partita, con una certa sollecitudine. Le voci degli operai di Mirafiori a dicembre sulla finanziaria  , le iniziative di lotta e le prese di posizione  di  moltissime assemblee  ed RSU in queste settimane contro un nuovo innalzamento dell’età pensionabile sono rimaste, purtroppo, ancora una volta  inascoltate  ed ignorate dai nostri dirigenti.


Che le trattative non promettessero nulla di buono lo avevamo capito da mesi, con la finanziaria che aveva aumentato i contributi pensionistici dei lavoratori dipendenti  portando nelle casse dello stato ben 5 miliardi di euro all’anno; e a marzo con quel memorandum che si è tentato di  presentare come una consueta agenda di lavoro,  con cui le segreterie di cgil cisl e uil  sono andate a trattare col governo senza prima chiedere un mandato ai lavoratori.

 E a nulla di buono, a mio avviso, si è arrivati. Altro che risarcimento sociale, come ho piu volte letto e sentito dire  in questo ultimo periodo: se da un lato si sono distribuiti un po’ di soldi usando una parte del cosiddetto tesoretto  per aumenti delle pensioni piu basse  ( aumenti che alla fine oscillano tra i 23 e i 35 euro al mese,) o per gli assegni di disoccupazione, dall’altro misure come la defiscalizzazione degli straordinarie  questa nuova riforma – che sarebbe più giusto definire controriforma- delle pensioni portano nuovi e pesanti peggioramenti alle condizioni di vita e di lavoro.


Non è retorica, compagni, lo dicono i fatti nudi e crudi. Secondo un’indagine di Unioncamere su un campione di centomila imprese, le assunzioni con contratti precari continuano ad aumentare senza sosta. Nel 2001 erano a termine il 40% del totale dei nuovi assunti; nel 2005 si arrivava al 50%; nel 2006 si è saliti al 53,7% e i primi mesi di quest’anno parlano di un’ulteriore aumento al 54,6%.

 C’è qualcuno che si ricorda della lotta alla precarietà?

Aldilà della considerazioni che si possono fare sul fatto che il compagno Epifani durante la campagna elettorale si spese per l’attuale presidente del consiglio in primo luogo perché diceva che avrebbe abolito lo scalone e la legge trenta, ritengo sia particolarmente grave che i vertici della nostra organizzazione abbiano fin dall’inizio voluto consapevolmente evitare qualsiasi mobilitazione che mettesse in discussione le controriforme ereditate dal governoBerlusconi.


 Cosi La legge 30 sarà “superata” con qualche ritocco ininfluente a quegli istituti che le aziende non hanno utilizzato. E intanto i lavoratori  parasubordinati vedranno  ulteriormente aumentare i contributi fiscali il che significa che, non essendo mai stato definito un salario minimo, come già avvenuto con la finanziaria 2007 ancora una volta saranno questi lavoratori a farsi carico dell’aumento dei contributi. Però in compenso avranno la possibilità di contrarre prestiti agevolati con banche e finanziarie. Viene negato il diritto a un lavoro stabile, ma viene assicurato il diritto a contrarre debiti. Non c’è che dire: proprio un bel risarcimento sociale.


Meno diritti e meno salario. L’occupazione aumenta, anche nella grande industria, ma è occupazione precaria; e i salari sono al palo o addirittura calano.  Ho letto su un quotidiano qualche giorno fa che secondo i dati della Banca d’Italia, tra il 2002 e il 2006 il reddito familiare medio è cresciuto in termini reali di uno striminzito 2,6%; tuttavia quella media nasconde il crescente impoverimento dei lavoratori dipendenti: dove il capofamiglia è un lavoratore autonomo, infatti, il reddito cresce del 11,7%; dove è un lavoratore dipendente cala del 2,1%. E secondo l’Istat  in aprile la retribuzione nelle grandi imprese sarebbe in calo dell1,1% su base annua.


Lo stato si farà carico di finanziare la flessibilità degli orari, con esenzioni e decontribuzioni per  le imprese per gli aumenti salariali nei contratti integrativi e sugli straordinari. Oltre ad essere un pesante colpo alla centralità dei contratti nazionali la decontribuzione permetterà ai padroni di usare le ore di straordinario a costo più basso senza dover versare allo stato e all’Inps la quota prevista. Da un lato potranno chiedere sempre più straordinari ai lavoratori, dall’altro faranno mancare allo stato sociale entrate importanti.


Vi chiedo scusa compagni se sto rischiando di appesantire il mio intervento. Però   questi sono  fatti, e solo alcuni . Questa è la realtà quotidiana di milioni di persone alle quali si dice ora ,con questo accordo, che dovranno lavorare di più, più flessibili, più a lungo, con la prospettiva di una pensione sempre più lontana e sempre più rassomigliante ad un assegno di povertà.


Con i rilievi critici ad alcuni punti dell’accordo, sarò sintetico, invitando per   un’ approfondimento delle singole  questioni alla lettura del volantino che come compagni della rete 28 aprile stiamo diffondendo in questa  sede e nei luoghi di lavoro.


1)L’accordo accetta totalmente l’innalzamento dell’età pensionabile previsto dalla legge Maroni. Il lieve miglioramento rispetto allo scalone per chi è più vicino alla pensione oggi, sarà pagato da chi andrà in pensione domani. L’età effettiva minima del pensionamento è di 61-62 anni, cioè oltre l’attuale pensione di vecchiaia delle donne che sarà pertanto sicuramente messa in discussione, come già preannuncia il ministro Padoa Schioppa.

2)I soldi per i lavori usuranti sono contingentati e garantiscono solo l’uscita dal lavoro di 5000 persone l’anno, per cui vi saranno graduatorie per gli aventi diritto. Inoltre anche per quei pochi lavoratori ai quali verrà riconosciuta l’esenzione di 3 anni alla fine  ci sarà un’elevamento dell’età pensionabile.

3) Un finto annullamento del taglio dei coefficienti di calcolo delle pensioni future: viene istituita una commissione  che dovrà proporre modifiche al sistema pensionistico contributivo ma dal 2010 scatta comunque la nuova tabella sui coefficienti che  prevede un taglio del 6-8% delle pensioni. La commissione decide su come distribuire tra i lavoratori questi tagli, ma non se farli

4) La promessa e non l’impegno di garantire il 60% della retribuzione per chi fa lavori precari e discontinui significa in concreto pensioni di 400 o 500 euro mensili, poco piu dell’attuale pensione sociale minima


Compagni,  se dovesse passare, questa controriforma non inciderà negativamente solo sulla vita dei lavoratori, ma come la finanziaria dello scorso anno e come la controriforma del Tfr di questi mesi, determinerà un ulteriore allontanamento tra la nostra organizzazione e  una parte sempre più rilevante di lavoratori. In queste settimane molti di questi lavoratori hanno manifestato apertamente il loro malessere e dove il sindacato ha voluto  ascoltarli, come ha fatto la Fiom, questo malessere si è  espresso  con positive iniziative di lotta . Io penso compagni che è da qui che dobbiamo ripartire, rifiutando integralmente questo accordo e riaprendo una vertenza con il governo su basi del tutto diverse, per l’abolizione innanzi tutto della legge Maroni e per difendere e fare avanzare le pensioni dei giovani come quelle degli anziani.


La protesta dei lavoratori, compagni ci sarà, e dovrà essere nostro compito organizzarla in modo  tale che non  si traduca in un semplice sfogo oppure,  peggio ancora , in una disaffezione per la Cgil o nel cinismo di chi non crede più in nessuna possibilità di cambiare  veramente le cose unendosi  in un sindacato.  In primo luogo dovremo lavorare per respingere quest’accordo e al referendum tra i lavoratori, che dovrà essere vincolante, certificato e organizzato e non una semplice consultazione, dare una chiara indicazione di votare NO.  Penso che questa sia l’unica strada  affinché  la frustrazione  che accordi come questi generano nelle fabbriche e in molti altri luoghi di lavoro si possa trasformare  positivamente  in opposizione al moderatismo che affligge la nostra organizzazione, per cambiarla.

 

Il volantino che i delegati della Minarelli hanno distribuito in fabbrica e all'attivo.

 

NO ALL’ACCORDO SULLE PENSIONI  TRA GOVERNO E SINDACATI


L’accordo raggiunto tra governo e sindacati sulle pensioni è inaccettabile  e deve essere  respinto.

Lo  “scalone” Maroni viene infatti solo ammorbidito, ma non rimosso come invece  richiesto da migliaia di lavoratori e lavoratrici che con scioperi, assemblee e prese di posizione hanno manifestato l’intollerabilità dell’aumento dell’età pensionabile.

Lo scalino che eleva a 58 anni l’età minima per la pensione a partire dal 2008 verrà infatti seguito da ulteriori innalzamenti, che peggiorano ulteriormente il meccanismo delle “quote”: dal luglio del 2009 si applicherà la quota 95 con 59 anni di età minima, mentre 18 mesi dopo, il 1 gennaio 2011, entrerà in vigore un altro scalino con l’applicazione della quota 96 con 60 anni di età minima, per passare dopo altri 2 anni (2013) a quota 97 con età minima di 61 anni (o 62 anni con 35 di contributi).

La discussione sui lavori usuranti rischia di aprire una dinamica di frantumazione e contrapposizione fra i lavoratori, non certo di ricomposizione come è stato detto.

L’aumento dei contributi sui lavoratori parasubordinati di fatto si tradurrà, nella maggior parte dei casi, in un aggravio per il lavoratore, dato che la retribuzione non è vincolata da contratti nazionali o minimi salariali esigibili.

Sui coefficienti rimane sospesa  la minaccia di una nuova revisione da concordarsi entro il 2008 per essere applicata dal 2010. Punto di partenza di tale  revisione sarebbe un abbassamento del 6-8%  delle pensioni già ipotizzato dal Nucleo di valutazione della spesa previdenziale.

E’ passata quindi, sia pure con qualche diluizione, la logica invocata da tutti coloro, dalla Banca d’Italia, alla Bonino, a Dini, che hanno scatenato l’offensiva dei giorni scorsi per imporre nuovi pesanti arretramenti delle condizioni di vita di milioni di lavoratori e lavoratrici.

Come lavoratori,  come iscritti e come delegati sindacali chiediamo alla Fiom di pronunciarsi apertamente contro questa intesa, premessa indispensabile per una mobilitazione di massa che sconfessi la firma dei dirigenti di Cgil-Cisl e Uil.

Chiediamo alla Fiom di pretendere,un referendum vincolante tra tutti i lavoratori e le lavoratrici, un referendum certificato e organizzato e non una semplice consultazione, rispetto al quale sia chiara l’indicazione  di contrarietà all’accordo .

CONTRO L’ENNESIMO CEDIMENTO DEI VERTICI SINDACALI E’ NECESSARIO CHE LA VOCE DELLE FABBRICHE SI FACCIA SENTIRE E CHE SIA ASCOLTATA.


Filippone Rosanna
Galassi Fabio
Maestri Diego
Maviglia Orlando
Sarego Roberta
Vincenti Roberta

Delegati/e Fiom-Cgil della Motori Minarelli 

24/07/07        

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