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Sono tre i punti cardine della proposta di legge di riforma delle pensioni presentata dall’onorevole Luigi Berlinguer a nome dei progressisti.


Il primo consiste nell’analisi che viene fatta dell’attuale sistema previdenziale italiano: "Siamo in presenza di squilibri strutturali, anche se non catastrofici come vorrebbe irresponsabilmente far credere il governo...".

Detto in altre parole, si afferma che l’Inps, con il sistema pensionistico odierno, avrà una situazione di deficit sempre più grave, anche se non così grave come afferma il governo... quindi da qualche parte bisognerà pur tagliare. Questo è falso! Nel 1993 il settore previdenziale dell’Inps è stato in attivo di 17mila miliardi: invece il deficit del bilancio globale è dovuto al peso del settore assistenza, cioè, innanzitutto alla cassa integrazione, cioè stipendi che i padroni cessano di pagare per scaricarli sulle spalle dell’Inps. Quello che i progressisti dovrebbero rivendicare è che i padroni paghino la cassa integrazione, spiegando che non c’è motivo per cui il trattamento pensionistico debba essere decurtato.


Oggi un lavoratore attivo, può mantenere tre pensionati


Allo stesso modo va rifiutato il mito secondo cui i lavoratori in pensione sarebbero troppi e in numero crescente rispetto al numero esiguo e decrescente di lavoratori attivi. Questo luogo comune, privo di fondamento, ricalca la propaganda dei padroni dell’Ottocento, i quali denunciavano il crescente numero dei lavoratori industriali rispetto a quello dei contadini, come causa della compressione dei salari: secondo quei signori, era intollerabile per l’economia che ad un certo punto un contadino dovesse produrre beni agricoli sufficienti a sfamare un lavoratore industriale oltre che se stesso.


La storia economica si è fatta beffe di certi argomenti e oggi i contadini americani, che rappresentano meno del 3% della popolazione attiva degli USA, non solo producono a sufficienza per il resto della popolazione statunitense, ma esportano abbondantemente in tutto il mondo. La spiegazione di tutto ciò sta nella aumentata produttività del lavoro. Così mentre negli anni ‘60 la produttività del lavoro consentiva ad ogni lavoratore attivo di mantenere un lavoratore pensionato, oggi gli consente di mantenere tre pensionati; in altre parole la produttività del lavoro cresce molto più velocemente dei pensionati. Il problema che si dovrebbero porre i progressisti, quindi, è quello di assicurare nella società rapporti di forza tali da imporre l’utilizzo di questa aumentata produttività a beneficio della riduzione del periodo di vita lavorativo.


Il secondo punto cardine di questa proposta di riforma consiste nel criterio di calcolo della pensione: "l’importo della pensione é determinato rapportando il montante contributivo individuale alla speranza di vita al pensionamento. Detto montante è ottenuto moltiplicando per un coefficiente di adeguamento (compreso indicativamente tra 1 e 1,2 N.d.R.) i contributi versati nell’intera vita lavorativa e capitalizzati con la dinamica dei redditi medi (per occupato) da lavoro secondo la definizione della Contabilità Nazionale. (...).


Il coefficiente di adeguamento dei contributi è stabilito in relazione alla sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico... ".


Una posizione di questo tipo è la conseguenza dell’accettazione del principio che, in qualche modo le pensioni vanno tagliate. Perché di taglio si tratta: la pensione non è più un prolungamento dello stipendio percepito nell’ultimo periodo di lavoro, ma una media rapportata agli stipendi percepiti nel corso della vita, sempre che si siano versati i contributi per tutta la vita lavorativa.


Non importa niente se uno ha lavorato in nero per dieci anni; con questa proposta di riforma la pensione da strumento per soddisfare i bisogni del lavoratore ormai pensionato, diventa semplice ripartizione tra i lavoratori della capacità di erogare pensioni da parte dell’Inps, che invece elargisce soldi ai padroni per mettere in cassa integrazione altri lavoratori.


In termini monetari questo significa che, secondo le simulazioni statistiche fatte dai presentatori di questa riforma, il lavoratore in pensione percepirà al termine del periodo di adeguamento (2010) dall’11 al 21% in meno rispetto alle prestazioni attuali.


No alle pensioni private


Sulla base di tutte queste premesse non stupisce che si arrivi ad affermare che "la proposta di riforma della previdenza (...) non solo consente, ma ipotizza il rafforzamento e la messa a regime di fondi di previdenza complementare e integrativa": insomma largo alle pensioni integrative private! I lavoratori dovrebbero pagare, oltre ai contributi, un premio alle compagnie assicurative della Fiat e di Berlusconi, pur di avere una pensione dell’ordine di quelle attuali.


Questo progetto di riforma, che accetta la logica del padronato sulla questione delle pensioni, per fortuna è ancora sconosciuto alla stragrande maggioranza dei lavoratori, altrimenti sarebbe stato difficile convincerli a scioperare contro il progetto di riforma di Berlusconi, visto che l’alternativa che si propone non è fondamentalmente diversa: si tratta semplicemente di un dimezzamento dei tagli alle pensioni; questo emerge anche dalle simulazioni statistiche di cui sopra.


Se la sinistra si presentasse ad eventuali prossime elezioni politiche sulla base di posizioni del genere, rischierebbe un’altra batosta; si innescherebbe in molti elettori, lavoratori compresi, un meccanismo psicologico analogo a quello che portò alla sconfitta del referendum per il recupero dei punti di scala mobile.


Allora la posizione della direzione del PCI e del sindacato era accettare che la scala mobile provocasse inflazione, ma non così tanto come diceva il governo, e che quindi un po’ andava tagliata, solo che un po’ meno di quello che proponeva Craxi. Allora molti votanti ragionarono che, effettivamente se era necessario fare dei sacrifici per fermare l’inflazione, era meglio farli fino in fondo.


Il compito di Rifondazione non dovrebbe essere quello di accodarsi alle proposte della direzione del PDS, che in sostanza si accodano a quelle del padronato; ma fare chiarezza sulle cause del dissesto del debito pubblico e dell’Inps e in base a questo sfidare la direzione del PDS, di fronte alla sua base elettorale e militante; l’unica strada per arrivarci è quella di promuovere mobilitazioni su rivendicazioni che toccano direttamente la condizione di vita dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani.


La difesa di una pensione decente e dunque di una vecchiaia serena, riguarda tutte le età, specialmente se è collegata alla richiesta di un aumento dell’occupazione: la produttività del lavoro odierna consentirebbe un abbassamento delle soglie di pensione e l’innalzamento ad un milione al mese dell’attuale, scandaloso livello della pensione minima, consentirebbe inoltre di dare uno sbocco positivo all’occupazione, perché pensionarsi prima significa anche assumere più giovani, se si applica il turn-over (per ogni pensionato, un nuovo assunto).


Sono, certo, rivendicazioni dirompenti perché rompono una logica dominante che ritiene che tutti siamo sulla stessa barca (padroni e operai), per avanzare un programma che faccia pagare il debito dello Stato ai padroni, che per inciso stanno incassando con la ripresa economica profitti alle stelle, senza che questo abbia ripercussioni sul nostro tenore di vita, che anzi si riduce (come dimostrano i dati Istat).


Rivendicazioni come quelle di Bertinotti della tassazione dei Bot sopra i 200 milioni hanno avuto grande eco tra le masse anche non comuniste.


Questo tipo di rivendicazioni andrebbero approfondite e praticate nella propaganda quotidiana di ogni militante di Rifondazione, in fabbrica, scuola, ufficio, senza temere la radicalità che questo comporta, ma comprendendo che proprio questa radicalità può permetterci di andare verso l’unità di classe.


Perché questa sia praticabile, infatti, è indispensabile un programma di classe e la capacità di attrazione che Rifondazione può esprimere offrendo una vera alternativa anticapitalista e socialista.


Le pensioni sono uno dei punti su cui si gioca il futuro di Rifondazione Comunista ed è su cose come questa che bisogna distinguersi dai vertici sindacali e del Pds quando si riproporrà il nuovo decreto a giugno: perché si giustifichi agli occhi dei lavoratori l’esistenza di un partito come il nostro. Questo si fa non omologandosi come in autunno alle direttive sindacali, ma esaltando le nostre diversità politiche, pur difendendo l’unità del movimento. Per dirla con Lenin: "marciare separati, colpire uniti".

Pubblicato su FalcaMartello n°96

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