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È stato firmato all’inizio di ottobre da Cgil, Cisl e Uil e governo un documento, chiamato memorandum, col quale ci si impegna, tra gennaio e marzo del 2007, a mettere nuovamente mano sulle pensioni. Non sono passate che poche settimane da quando il segretario generale della Cgil aveva rilasciato entusiastiche dichiarazioni sul fatto che era riuscito a costringere il governo a stralciare dalla finanziaria il capitolo delle pensioni che già l’argomento è tornato d’attualità (comunque le pensioni verranno toccate, viene aumentato dello 0,3% il prelievo dei contributi previdenziali a carico dei dipendenti, e autorizzato il trasferimento del Tfr verso le pensioni private). All’orizzonte si profila il pericolo di una nuova e peggiore controriforma delle pensioni.

La sintesi del memorandum è che il sindacato è disponibile a discutere dell’aumento dell’età pensionabile, di incentivi alla permanenza al lavoro e rivedere i coefficienti di calcolo della pensione.
Quando nel 1995 il governo Dini varò la controriforma delle pensioni i vertici sindacali per convincere i lavoratori a ingoiarla affermarono che il nuovo sistema pensionistico ci avrebbe garantito per i prossimi 25 anni. Dopo solo 12 anni, sono state fatte 37 ulteriori correzioni peggiorative alla riforma Dini, e ci troviamo al punto di partenza.

La leggenda del deficit Inps

Chi afferma che l’Inps è in deficit dice il falso. L’Inps consolida un attivo di 2 miliardi di euro all’anno, il problema è che ad attingere dalle casse dell’Inps ci sono classi sociali che nulla hanno da spartire coi lavoratori dipendenti, gli unici che non evadono i contributi pensionistici. Dagli artigiani alle varie professioni autonome fino ad arrivare ai dirigenti aziendali che nel corso della loro vita lavorativa ricevono stipendi che un operaio può solo sognare e pretendono, una volta accumulati gli anni necessari di anzianità, pensioni altrettanto cospicue a spese nostre. A questo si aggiungono spese assistenziali che non dovrebbero pesare sull’Inps, ma sul bilancio dello Stato.
Altrettanto faziosa è l’argomentazione che ci vuole un vincolo di solidarietà tra chi ha una prospettiva di andare in pensione a breve e i giovani che altrimenti non potranno mai andarci perché la previdenza pubblica non avrà i soldi. Faziosa perché alzare l’età pensionabile significa impedire il turn over nei luoghi di lavoro, facendo si che chi avrebbe gli anni per andare in pensione sia costretto a continuare a lavorare. Inoltre proprio a causa della flessibilità inserita nel mondo del lavoro in questi anni una fetta significativa di attuali lavoratori di contributi non ne ha accumulati.
In compenso non dicono mai quanto evadono le aziende in termini di contributi non versati, a quanto ammonta l’evasione contributiva dei padroni che costringono i propri dipendenti al lavoro sommerso, in quanti milioni, o forse sarebbe meglio dire miliardi di euro si può quantificare l’evasione contributiva legalizzata di cui beneficiano i padroni che sfruttano dei lavoratori dipendenti in tutto e per tutto e che invece vengono assunti con contratti a progetto, ritenute d’acconto e partite Iva. Solo nel settore dei call center i lavoratori in queste condizioni sono oltre 250mila.
Nessuno prende in considerazione che i profitti accumulati dalle aziende sono il frutto della fatica dei lavoratori. La produttività è aumentata esponenzialmente ma la ricchezza creata da questa produttività finisce sempre nelle tasche dei padroni: lì vanno prese le risorse per garantire pensioni e salari dignitosi.
Basterebbero queste risorse per rivalutare significativamente le pensioni di oggi e di domani. Non dimentichiamoci che la maggioranza delle pensioni è sotto i 600 euro al mese.

L’esproprio del Tfr

Come se ciò non bastasse si prenderanno anche il Tfr (Trattamento di fine rapporto meglio conosciuto come liquidazione).
Nell’attuale finanziaria si anticipa di un anno quella parte della riforma Maroni che apriva alla previdenza privata. Il Tfr che si maturerà dall’anno prossimo sarà destinato, a meno che il lavoratore nei primi 6 mesi dell’anno non lo dichiari esplicitamente per iscritto, alla previdenza integrativa. Se i lavoratori (in questo caso per le aziende sopra i 50 dipendenti) esprimeranno parere contrario al prelievo del Tfr per i fondi pensione, sarà trasferito allo Stato che lo utilizzerà come prestito per destinarlo alle opere pubbliche. Le aziende, che non avranno più questo capitale dei lavoratori a loro disposizione, ovviamente, saranno risarcite e oltre a poter usufruire del famoso cuneo fiscale (altri soldi dei lavoratori), riceveranno altri sgravi fiscali.
Tutto ciò è grave perché nonostante si tratti di soldi di esclusiva proprietà dei lavoratori a nessuno pare corretto consultarli. Come se ciò non bastasse, per essere sicuri che più lavoratori possibile aderiscano ai fondi complementari si è deciso di utilizzare il vergognoso metodo del silenzio assenso, cioè se il lavoratore non si dichiara esplicitamente contro si ritroverà la liquidazione impegnata suo malgrado.
I motivi per cui governo, padroni e vertici sindacali spingono sui fondi pensioni sono molteplici. In primo luogo quando parliamo di Tfr stiamo parlando di una torta da 21 miliardi di euro all’anno. Una cifra astronomica su cui il sistema finanziario vuole ad ogni costo mettere le mani. In questo furto hanno la complicità i vertici sindacali per due ragioni; la prima è che fino ad ora i fondi di categoria (lanciati alcuni anni fa), che vedono una copartecipazione padroni-sindacati stanno andando male, non essendo riusciti in media ad attirare più del 15% dei lavoratori delle proprie categorie. Vogliono coprire questo fallimento.
In secondo luogo è chiaro che se il vertice sindacale ha da tempo abbandonato l’idea che si può e si deve difendere una pensione pubblica dignitosa per tutti, gioco facile che arrivi alla conclusione di farsi principale promotore delle pensioni private.

Lottiamo per una pensione dignitosa

La partita è ancora tutta da giocare, la Fiom ha già annunciato che se si alzasse l’età pensionabile andrà allo sciopero. Fra i lavoratori cresce la preoccupazione per quanto si prepara.
È necessario cominciare fin da subito ad organizzarsi e portare avanti una campagna capillare. Una campagna informativa sul memorandum e scippo del Tfr ma anche una campagna che abbia l’obbiettivo di produrre una piattaforma alternativa che dia una prospettiva credibile su cui mobilitarsi. Non possiamo limitarci a denunciare quanto sta accadendo. È necessario stilare una piattaforma che faccia emergere i danni delle proposte dei vertici sindacali e sia lo strumento con cui organizzare assemblee e iniziative in tutti i luoghi di lavoro. Una piattaforma che rivendichi una pensione completamente pubblica e dignitosa, l’abolizione della riforma Dini e della riforma Amato, il ritorno al sistema retributivo, cioè poter andare in pensione dopo 35 anni di lavoro al 2% di rendimento con un reddito corrispondente al 70% dell’ultimo salario percepito.
L’assemblea nazionale dei delegati Rsu autoconvocata del primo dicembre a Milano su queste questioni è un primo passo a cui bisogna saper dare un seguito adeguato in ogni singolo territorio.


15 Anni di controriforme

Amato nel 1992 modifica le pensioni pubbliche e soprattutto colpisce la pensione di vecchiaia, innalzandola a 65 anni per gli uomini e a 60 per le donne. Il minimo contributivo per andare in pensione passa a 20 anni, colpendo in questo modo il diritto alla pensione soprattutto delle donne che avevano lavorato tanto e raccolto pochi contributi.

Il primo governo Berlusconi nel 1994 aggredisce la pensione di anzianità, proponendo i disincentivi (quelli che vuole fare Prodi) per chi andava in pensione prima dei 60 anni di età. Il movimento di lotta sconfigge questo disegno.

Il governo Dini nel 1995 compie la più radicale controriforma delle pensioni. Si introduce il contributivo per tutte le giovani generazioni, cioè un sistema di calcolo della pensione legato ai contributi effettivamente versati, che, nell’epoca della precarietà del lavoro, significa pensioni da fame. La pensione di anzianità viene legata all’età del lavoratore. Dopo un percorso di adattamento il sistema doveva andare a regime con la possibilità di andare in pensione con 35 anni di anzianità e 57 anni di età. Con 40 anni di contributi non ci sono limiti di età. La riforma Dini prometteva condizioni più favorevoli per i lavori usuranti, ma non si è fatto nulla.

Il primo governo Prodi nel 1997 irrigidisce la riforma Dini, rendendo più difficile la pensione di anzianità e più rigido il sistema delle “finestre”, cioè il fatto che si va in pensione in date determinate dal governo e non quando si matura il diritto.

Il governo Berlusconi nel 2004 approva la legge delega sulla riforma delle pensioni che peggiora la Dini. Dal 2008 non si potrà andare in pensione prima dei 60 anni di età, a meno che non si abbiano 40 anni di contributi.
Si crea così lo “scalone”, cioè il rischio che tra il 31 dicembre del 2007 e il 1° gennaio 2008 migliaia di lavoratori si vedano allungare di qualche anno la vita lavorativa. La riforma Berlusconi concede il Tfr ai fondi pensionistici, con il principio aberrante del silenzio-assenso. Oltre queste riforme dai primi anni Novanta ad oggi ci sono stati quasi quaranta interventi e disposizioni varie sulle pensioni. Sono quasi trecentomila miliardi di vecchie lire che sono stati risparmiati dal 1990 ad oggi.
(vedi: www.rete28aprile.it)
 
15/11/2006 
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