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L'intervento di Claudio Bellotti alla Direzione nazionale di Rifondazione comunista
 
L’accordo raggiunto tra governo e sindacati sulle pensioni non può essere accettato da Rifondazione comunista.
Lo “scalone” Maroni viene infatti ammorbidito, ma non rimosso come invece richiesto dal nostro partito e soprattutto da migliaia di lavoratori e lavoratrici che con scioperi, assemblee e prese di posizione hanno manifestato l’intollerabilità dell’aumento dell’età pensionabile.

Lo scalino che eleva a 58 anni l’età minima per la pensione a partire dal 2008 verrà infatti seguito da ulteriori innalzamenti, che peggiorano ulteriormente il meccanismo delle “quote”: dal luglio del 2009 si applicherà la quota 95 con 59 anni di età minima, mentre 18 mesi dopo, il 1 gennaio 2011 entrerà in vigore un ulteriore scalino con l’applicazione della quota 96 con 60 anni di età minima, per passare dopo altri due anni (2013) a quota 97 con età minima di 61 anni.

La discussione sui lavori usuranti rischia di aprire una dinamica di frantumazione e contrapposizione fra i lavoratori, non certo di ricomposizione come è stato detto.

L’aumento dei contributi sui lavoratori parasubordinati di fatto si tradurrà, nella maggior parte dei casi, in un aggravio per il lavoratore, dato che la retribuzione non è vincolata da contratti nazionali o minimi salariali esigibili.

Sui coefficienti rimane sospesa la spada di Damocle di una nuova revisione da concordarsi entro il 2008 per essere applicata a partire dal 2010. Punto di partenza di tale revisione sarebbe un abbassamento del 6-8% già ipotizzato dal Nucleo di valutazione della spesa previdenziale.

È passata quindi, sia pure con qualche diluizione, la logica invocata da tutti coloro, dalla Banca d’Italia a Dini, alla Bonino, che hanno scatenato l’offensiva dei giorni scorsi per imporre nuovi, pesanti arretramenti nelle condizioni di vita di milioni di lavoratori e lavoratrici.

Rifondazione comunista inviti i lavoratori e le lavoratrici a pronunciarsi contro questa intesa, premessa indispensabile per una mobilitazione di massa che sconfessi la firma dei dirigenti di Cgil, Cisl e Uil.

Il partito deve dichiarare la propria indisponibilità a votare il Dpef nel dibattito previsto al Senato, posto che ai numerosi punti negativi in esso contenuti (privatizzazione Fincantieri, grandi opere, ecc.) si aggiunge ora questo nuovo, pesante attacco ai diritti dei lavoratori.

Una posizione di netta contrarietà è un elemento necessario, anche se non sufficiente, per contribuire a generare quella mobilitazione che, sola, può riaprire la partita e impedire questo nuovo arretramento.


Claudio Bellotti (Direzione nazionale del Prc)

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