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Analisi del protocollo d’intesa Governo sindacati

 

l’accordo esordisce con un’affermazione che vuole essere rassicurante: "viene garantito un grado di copertura della pensione rispetto all’ultima retribuzione, per un lavoratore di 62 anni con 37 anni di anzianità equivalente alla copertura a regime dell’attuale sistema". Sarà vero? Pensiamo che quanto meno è azzardato affermarlo giacché il sistema di calcolo include meccanismi (il riferimento ai contributi di tutta la vita lavorativa e alla crescita del Pil) che impediscono di avere una qualsiasi certezza sulla pensione futura. Ma entriamo nei dettagli.

Differenze


Dopo l’affermazione che "il nuovo ordinamento tenderà ad uniformare i regimi pensionis-tici" si propone che l’aliquota della contribuzione per i lavoratori dipendenti sia del 33% mentre quella degli autonomi è fissata al 20%. Bella uniformità!


Pensioni e Pil


Si propone di applicare ai contributi versati "un coefficiente di conversione ottenuto dalla media quinquennale dei tassi di crescita del Pil nominale" ciò dovrebbe servire a difendere il valore reale di questi contributi in base ai quali si deciderà l’ammontare della futura pensione. Diciamo "dovrebbe" perchè in un’epoca di crisi come quella odierna spesso la crescita del Pil è molto al di sotto di quella dell’inflazione.


Se prendiamo i 5 anni tra il ‘90 e il ’94 (i primi due, anni di ripresa, i secondi due di recessione e l’ultimo ancora di ripresa) la media di crescita del Pil è lo 0,6% annuo, mentre i prezzi sono cresciuti del 5,2%! Abbiamo visto quali rischi corre la nostra pensione, forse per consolarci ci dicono che dopo sarà collegata all’inflazione reale, non più a quella programmata dal governo!


Promesse


Si promette anche che dal 2009 (ma quante cose possono succedere in 15 anni) si miglioreranno leggermente le fasce di pensione al di sotto dei 10 milioni annui! E si fissa in 5 anni di contributi il requisito necessario per avere diritto ad una pensione minima (equivalente a 1,5 volte l’assegno sociale per i poveri, che per ora ammonta alla scandalosa cifra di 520mila lire mensili).


Gli autonomi "poveri"


Si crea "un’apposita gestione" per tutti quei lavoratori che per poter guadagnarsi da vivere sono diventati dei "collaboratori continuativi". La loro contribuzione (su entrate che raramente superano il 1.200.000 lire) dovrà essere del 10%. La stragrande maggioranza è composta da giovani costretti a subire queste condizioni precarie in mancanza d’altro! Gli si chiede un 10% delle entrate per una pensione da fame dopo i 62 anni!


Le aspettative dell’autunno


Questo accordo ci viene ora presentato come una riforma positiva. certamente non rispetta le aspettative dell’enorme movimento di lotta dell’autunno, l’elemento politico più importante degli ultimi anni che ha messo in crisi il governo Berlusconi, a dimostrazione che i numeri del Parlamento non possono niente quando i lavoratori lottano uniti.


Berlusca voleva obbligarci (attraverso un dimezzamento della pensione pubblica) a fare le pensioni private. Voleva cancellare subito le pensioni di anzianità, e alzava il minimo di anni di contributi necessari per la pensione. Queste proposte sono state sconfitte ma dopo lo stralcio della Finanziaria e la fine del movimento di lotta, i vertici sindacali sono tornati a trattare col Governo prendendo sempre come base di discussione l’ipotesi confindustriale: "le pensioni sono troppo alte".


Non si è voluto utilizzare l’enorme forza del movimento operaio per obbligare capitalisti a dedicare almeno una parte degli aumenti di produttività di questi anni ai contributi previdenziali. Invece si è accettato il discorso (ripetuto fino alla noia) che la controriforma delle pensioni era lo spartiacque decisivo per le sorti dell’economia. Ora Dini ci viene a dire che lo Stato risparmierà 10.000 miliardi all’anno mentre solo le spese per gli interessi del debito pubblico hanno superato i 200.000 miliardi negli ultimi 12 mesi!


Certamente la Confindustria voleva di più e perciò critica l’accordo anche se ammette che va nella giusta direzione. De Benedetti - uno dei padroni più intelligenti e perciò più pericolosi - ha dichiarato invece che "anche se Abete ha ragione, nelle odierne condizioni politiche era il massimo che si poteva ottenere".


Cioè la borghesia incassa mentre si prepara a "migliorare" le condizioni politiche (cioè il rapporto di forza tra le classi) in modo che attacchi ancora più duri siano possibili in futuro. Infatti Abete ha già promesso che sulle pensioni "bisogna continuare con la riforma, questo è solo il primo passo".


A questo punto come comportarsi col referendum? D’Alema ci dice che votare no sarebbe pericolosissimo, agitando minaccioso lo spauracchio della Confin-dustria. Certamente non basta votare no; occorre ricordare la lezione dell’autunno.


E’ necessario costruire un movimento di lotta che ancora una volta sposti i rapporti di forza nel paese, ma ciò sarà possibile solo rimettendo in discussione l’intero inganno padronale sulle pensioni.


Allo stesso tempo si pone il problema nel movimento sindacale di cosa fare con dei vertici che non tengono in considerazione le richieste della base.


Questi sono i due punti chiave che andranno affrontati nelle prossime settimane.


Sconfiggere l’accordo si può


Un altro accordo sciagurato è stato fatto sulla testa dei lavoratori, l’ennesimo accordo di un vertice sindacale che ci difende sempre meno. E’ necessario fare ogni sforzo perchè questo accordo non passi con la lotta e con il voto al referendum.


Ma quali sono le ragioni che spingono Cofferati e tanti dirigenti della Cgil, il gruppo dirigente del Pds e persino qualche deputato di Rifondazione Comunista a sostenere che questo è un buon accordo, che è equo?


Tutto si sacrifica sull’altare della concertazione e della codeterminazione. Con quali risultati?


La verità è che la loro strategia fa acqua da tutte le parti: i salari reali dei lavoratori calano (nel 1994 del 2%), le pensioni si allontanano nel tempo e perdono di valore (a regime mediamente del 20%), l’occupazione è in calo e non cresce neanche in questa fase di crescita produttiva, lo sfruttamento e i ritmi aumentano.


Come contrappeso a tutto questo, ovviamente, ci sono i sacrifici padronali: le grandi ricchezze crescono (l’1% della popolazione detiene ormai il 34% delle ricchezze), non pagano le tasse (la media dei redditi da lavoro dipendente è più alta di quella dichiarata dai loro datori di lavoro), si tagliano le pensioni per 10mila miliardi all’anno senza fare una seria lotta ai 40mila miliardi di evasione contributiva dei datori di lavoro. Infine la scorpacciata del secolo con i fondi pensionistici integrativi che a regime si calcola che saranno un mercato di 400-600mila miliardi, una cifra che rappresenta da sola un quarto del debito dello Stato!


Tutto questo non lo capiscono i dirigenti sindacali? Certo che lo capiscono. Ma allora perchè lasciano fare a Dini quello che non si è permesso a Berlusconi?


Perchè dietro tutto questo c’è la strategia politica di battere Berlusconi e Fini appoggiandosi sulla Confindustria che è ovviamente disposta ad accettare la concertazione con i vertici sindacali quando sia a lei favorevole.


L’esperienza dell’autunno ha insegnato a molti imprenditori che per fare le controriforme hanno bisogno della compiacenza del sindacato e del Pds e che con il loro appoggio possono far passare quello che con Berlusconi non sono riusciti a fare.


In questo sta l’essenza del governo Dini e dell’alleanza di centrosinistra che si candida a sostenere Prodi in alternativa a Berlusconi. D’Alema si fa portatore di questi obiettivi e di una politica che colpisce proprio l’insediamento sociale e tradizionale che il Pds rappresenta come partito dei lavoratori.


Cofferati sul terreno sindacale si piega a questa strategia, togliendo le castagne dal fuoco ai parlamentari del Pds che, con l’appoggio del vertice della Cgil potranno più agevolmente votarla in Parlamento.


A dispetto della presunta "autonomia sindacale" i vertici sindacali ci hanno fatto capire che queste concessioni si possono fare adesso perchè è cambiato il quadro politico.


Sappiano i parlamentari di sinistra, del Pds e parliamo a loro perchè a quelli di centro e di destra non importerà tutto questo, che mentre loro percepiscono 4 milioni e mezzo di pensione dopo solo 5 anni da parlamentare, a noi stanno tagliando delle pensioni che nell’80% dei casi sono inferiori al milione di lire. Se l’obiettivo è quello di fermare le destre, sappiate che con queste politiche il Pds non guadagnerà mai il voto dei lavoratori che votano la destra e che la Cgil rischia di perdere l’adesione di centinaia di migliaia di lavoratori e non le servirà a molto avere la compiacenza della controparte se gli mancherà l’appoggio della sua base.


Qualche leader sindacale è disposto a lottare?


Non pochi lavoratori che hanno partecipato alle mobilitazioni dell’autunno si sentono traditi, il 35 per 2 invocato in tutte le piazze dai dirigenti sindacali non è stato sostenuto nei fatti da Cgil Cisl Uil.


L’accordo introduce elementi di forte divisione tra i lavoratori e rompe la solidarietà tra le categorie, giovani, i lavoratori e i pensionati al punto che Cremaschi della Fiom piemontese si è spinto a dire che non pochi delegati e quadri della Fiom stanno discutendo di formare un sindacato industriale che si distacca dalla Cgil, in quanto gli operai metalmeccanici sono tra i più penalizzati dalle decisioni confederali (Manifesto 11.5.1994).


È importante che diversi settori sindacali, quadri, Camere del Lavoro e intere categorie si siano dichiarate per il No all’accordo, perchè questo riflette che c’è una forte pressione da parte dei lavoratori a lottare.


Nel momento in cui dirigenti come Sabbatini, Cremaschi, Pedò e altri fanno dichiarazioni di fuoco contro l’accordo aprono una speranza tra i lavoratori e i delegati più combattivi che permetterebbe al movimento di avere la massa critica sufficiente per far saltare la controriforma.


Ma come già in passato è accaduto queste speranze vengono frustrate quando questi dirigenti non agiscono coerentemente con le loro dichiarazioni e non aderiscono alla manifestazione del 13 maggio organizzata da 160 Rsu oppure non proporre alle strutture che dirigono di dare un’ indicazione chiara contro l’accordo, invece di lasciare libertà di voto ai loro aderenti.


Così facendo gettano secchi di acqua gelata sulla combattività dei lavoratori cha da parte loro ce la stanno mettendo tutta mobilitandosi spontaneamente in tutta Italia.


Molti di noi, delegati determinati a lottare, ci chiediamo: chi è veramente dalla nostra parte, chi è contro di noi in questa battaglia?


E’ una domanda lecita osservando un quadro sindacale che sembra un caleidoscopio dove i punti di riferimento variano continuamente. Dietro di questo ci sono troppi accordi, troppe contropartite, tese a salvaguardare un’unità sindacale che otterrà il bel risultato di dividere il movimento dei lavoratori permettendo alle destre populiste di penetrare sempre di più nel tessuto sociale.


Cosa succede in Essere sindacato?


Essere Sindacato poteva offrire un’alternativa, ma da quando è nata può essere rappresentata come un’area che "tuona ma non piove mai".


Le sue critiche agli accordi di luglio, alla concertazione, la richiesta di un sindacato che difenda i lavoratori e che non gestisca la crisi del capitalismo, le sue analisi pure in certi casi condivisibili non si sono mai concretizzate sul terreno dell’azione per proporre piattaforme alternative nei contratti di lavoro, anche in quelle categorie dove Essere sindacato aveva la maggioranza o una minoranza considerevole nei direttivi.


Non puoi entusiasmare i lavoratori se rifiuti nella teoria i presupposti della politica concertativa ma accetti e ti fai promotore di contratti che contengono tutte le conseguenze di quella politica: riduzioni reali di salario, flessibilità, contratti capestro, penalizzazioni sulle pensioni e sugli orari.


La causa di ciò è che Essere sindacato è rimasta sempre un’area non organizzata alla base che puntava a cambiare la Cgil non con la partecipazione dei lavoratori ma costruendo maggioranze nuove al vertice, non si capisce su quali basi.


La sua crisi attuale si deve al fatto che senza l’intervento organizzato dei lavoratori e della base sindacale è impossibile cambiare la linea della Cgil, è possibile invece il contrario, come è avvenuto e cioè che la maggioranza sindacale di Cofferati ed Epifani spacchi Essere Sindacato al punto che due leader nazionali di questa area come Betty Leone e Grandi arrivino a dare il loro appoggio all’accordo sulle pensioni e che Essere Sindacato scompaia nei fatti presentandosi all’assise congressuale della Cgil appoggiando 3 tesi differenti.


Si registra pertanto una sconfitta di questa esperienza proprio nel momento in cui una sinistra sindacale poteva avere più successo, con la mobilitazione magnifica dell’autunno e tutto il periodo che l’ha seguita.


E ora?


Cosa fare si chiederanno molti delegati che vogliono lottare ma non sanno come. E’ necessario contare solo sulle nostre forze, c’è un movimento delle Rsu da far crescere, questo movimento in questa fase rappresenta l’unico veicolo in cui le istanze dei lavoratori possono trovare uno sbocco, una prospettiva.


Il movimento Rsu è stato fortemente denigrato dai vertici sindacali che lo hanno accusato di essere la "longa manus" di Rifondazione Comunista e dunque il frutto di una strumentalizzazione politica.


Persino i dirigenti più di sinistra nel sindacato hanno avallato queste insinuazioni.


Pedò ad esempio ha dichiarato che la Camera del lavoro di Brescia non aderirà al corteo di Milano del 13 maggio sulla base della autonomia delle sue strutture da qualsiasi forza politica.


Cremaschi ha chiesto al Pds e a Rifondazione di stare fuori dalla lotta sindacale.


Rocchi ha suggerito di non avventurarsi in percorsi minoritari e Cagna all’assemblea nazionale di Essere Sindacato del 10 maggio a Milano ha dichiarato di votare No all’accordo, ma di avere timore di essere assimilato a una forza politica.


Un numero non secondario di quadri sindacali di sinistra (alcuni anche militanti di Rifondazione) si dichiarano gelosi della loro autonomia sindacale al punto che al congresso non appoggeranno il documento di minoranza per il congresso della Cgil "Democrazia e solidarietà" per timore che questo diventi troppo chiaramente il documento della componente comunista in Cgil.


Onestamente quella della autonomia sindacale ci sembra essere una foglia di fico per chi non è determinato a dichiarare battaglia perchè il sindacato torni a fare il suo mestiere. Se un documento o una posizione è valida o no questa va giudicata sui contenuti e non dal colore dei delegati che la sostengono. Risulta poi che il documento di minoranza in Cgil l’ha presentato al direttivo nazionale un delegato iscritto al Pds e che nel movimento Rsu sono la maggioranza i delegati non iscritti a nessun partito.


E’ assurdo che dei funzionari che in molti casi sono iscritti a Rifondazione Comunista non difendano delle posizioni in cui credono per paura che qualcuno li consideri succubi dei comunisti. Se invece non sono d’accordo con le posizioni tanto vale che lo dicano.


Giovedì 11 maggio alla trasmissione Tempo Reale di Santoro hanno mostrato la registrazione di un’assemblea di lavoratori in cui si discuteva della piattaforma con cui Cgil-Cisl-Uil andavano alla


trattativa.


La funzionaria sindacale faceva di tutto per convincere i lavoratori della validità della piattaforma ma non ci è riuscita e la piattaforma è stata bocciata 102 voti a 2. Subito dopo Bertinotti, ospite della trasmissione, ha spiegato che conosceva quella funzionaria, che era una militante di Rifondazione che era critica con la piattaforma (Cofferati, presente anche lui, ha confermato), ma che la difendeva in assemblea per lealtà verso il suo sindacato. Come si fa a sostenere in ambito politico una posizione e in ambito sindacale la posizione opposta? Comportandoci in questo modo nel sindacato rischiamo di far perdere di credibilità il partito agli occhi dei lavoratori.


È naturale che bisogna lottare perchè i sindacati abbiano strutture organizzative indipendenti dai partiti di sinistra (non riproducendo alcuna cinghia di trasmissione), ed è giusto anche rifiutare la logica delle componenti per cui si formavano i gruppi dirigenti non in base alla rappresentatività, ma all’appartenenza di partito, garantendo per tanti anni ai socialisti un peso spropositato rispetto al loro peso reale nel sindacato. Ma non si può giocare a nascondino, facendo finta di essere quello che non si è.


Non si può neanche separare rigidamente la questione sindacale da quella politica e infatti D’Antoni quando si augura il governo Prodi con Dini come ministro non separa le due cose e tutto questo accordo è imperniato sulla strategia politica del "centrosinistra".


Se non si considera il quadro politico si impedisce ai lavoratori di trarre le necessarie conclusioni per condurre la lotta sindacale. Se c’è un governo di destra questo ha un effetto sul movimento sindacale? Se c’è un governo di centrosinistra dove l’egemonia è esercitata dalla Confindustria questo ha un effetto sul movimento sindacale? Affermativo in entrambi i casi. In base al tipo di risposte che dai a queste domande organizzi la tua lotta sindacale.


Così fanno D’Antoni e Cofferati, così deve fare chi nel sindacato lotta per un’alternativa alla loro linea, altrimenti sei disarmato nella tua battaglia. La lotta politica è il continuamento di quella sindacale è dunque assurdo porre qualsiasi tipo di limitazione. Se i lavoratori e i funzionari comunisti si riuniscono per coordinare le loro azioni sindacali contro l’accordo sulle pensioni, questo è un loro diritto.


Chi sostiene che questo significa riproporre le componenti, dimentica che le componenti erano strutture di vertice atte alla spartizione delle cariche mentre coordinarsi tra lavoratori (e questo diritto deve valere per i comunisti come per chiunque altro) è una cosa che dovrebbe essere assolutamente normale all’interno di un sindacato democratico.


Contare sulle nostre forze


L’esperienza di questi giorni ci dimostra che in questo periodo i vertici sindacali non sono alla testa delle lotte, ma si trascinano dalla coda. Anche i leader della sinistra sindacale come si è visto sono limitati. Tutti loro lotteranno solo nella misura in cui ci saranno forti mobilitazioni operaie e un coordinamento delle rappresentanze Rsu per dare un minimo di progettualità e di direzione a queste lotte. Come abbiamo visto in passato le lotte spontanee senza coordinamento sono insufficienti a raggiungere l’obiettivo.


Il movimento Rsu, che per fortuna esiste e ha convocato la manifestazione del 13 maggio deve farsi carico (e questo carico almeno per ora è tutto sulle sue spalle) di organizzare la lotta e di approfondirla fino a scardinare l’alleanza governo-sindacati-Confindustria (quest’ultima, anche se lo critica è più che soddisfatta dell’accordo, come ci ha fatto sapere De Benedetti).


Perchè questo sia possibile è necessario strutturare il movimento Rsu allargandone la sua influenza, la sua capacità propagandistica, la partecipazione sempre più ampia di delegati alle sue decisioni, eleggendo (col diritto di revocabilità in qualsiasi momento) ad ogni livello i coordinamenti nazionali, territoriali e di categoria. Ci vogliono responsabili precisi e riconosciuti altrimenti tutta la lotta si disperderà in una bolla di sapone.


Adesso come adesso esiste solo una struttura informale insufficiente a garantire i compiti che dobbiamo assolvere e a salvaguardare la democrazia, che per noi non è una questione morale ma il modo migliore per fare le scelte più corrette ricevendo il contributo più ampio da parte dei lavoratori.


A questa lotta sulle pensioni dovrà far seguito la battaglia per riportare la Cgil e tutte le forze sindacali sotto il controllo dei lavoratori.


Una sinistra sindacale può avere successo nella misura in cui è vincolata fortemente alle istanze di base dei lavoratori, vale a dire le Rsu. Sinistre sindacali d’apparato come è stata fino ad ora Essere Sindacato non sono uno strumento sufficiente.


E’ responsabilità delle Rsu, di noi delegati costruire una sinistra sindacale che riporti la Cgil ad essere un’organizzazione di classe che metta al centro di ogni sua azione l’interesse dei lavoratori e non quelli della "nazione" e cioè di un sistema capitalista sempre più in crisi, incapace di soddisfare le necessità minime delle popolazione.


Antonio Forlano


Comitato lavoratori trasporti, Movimento Rsu-Milano


Anche gli studenti in difesa delle pensioni


Apparentemente può sembrare alla maggior parte degli studenti e dei giovani che la questione pensioni non li riguardi direttamente.


In realtà da questa riforma le giovani generazioni saranno le più penalizzate, almeno per due motivi. Il primo riguarda gli effetti immediati sull’occupazione.


Questa riforma, prevedendo l’aumento dell’età pensionabile fino a 65 anni, costringerà milioni di lavoratori a rimanere sul proprio posto di lavoro per diversi anni, restringendo così le possibilità per i giovani di entrare nel mondo del lavoro.


Chi si metterà alla ricerca di un posto alla fine degli studi dovrà fare i conti con un mercato del lavoro estremamente ristretto e agguerrito e su queste basi verrà messo nelle condizioni di dover accettare qualunque condizione, dal lavoro nero agli straordinari non pagati. Non è un caso che a questa riforma sulle pensioni, la Confindustria preme affinché si aggiunga un pacchetto legislativo per un’ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro. La strategia della borghesia è chiara: costringere chi è già inserito nel mondo del lavoro a lavorare di più e chi è fuori a scannarsi e svendere ogni diritto pur di ottenere un posto. Per tutti, lavoratori, disoccupati e sottoccupati riduzioni di salari, servizi e diritti.


Il secondo motivo è determinato dal taglio netto delle pensioni per chi già oggi ha accumulato fino a 18 anni di contributi, figuriamoci che pensione avranno i giovani che oggi stanno ancora studiando o lavorano in nero! Questo nuovo sistema produrrà per i giovani pensioni pubbliche da fame e ci costringerà a investire in fondi d’investimento privati. Ma le pensioni private non sono affatto garantite, come dimostra la Maxwell inglese che, dopo aver intascato 187 anni di contributi, è fallita e i lavoratori non hanno avuto né la pensione né i soldi che avevamo versato.


Anche gli studenti quindi devono mobilitarsi in difesa delle pensioni, ma non possiamo limitarci a partecipare ai cortei dei lavoratori, è necessario ragionare su un programma comune per le mobilitazioni studentesche e operaie.


Oggi noi studenti dobbiamo compiere lo sforzo di capire come le rinnovate proposte di autonomia scolastica e universitaria rientrano in un progetto complessivo (in cui c’è anche la riforma pensionistica) di attacco da parte della Confindustria alle condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie. Così come con l’attacco alle pensioni riducono e dequalificano l’occupazione, allo stesso modo con i tagli alla scuola pubblica aumentano la selezione e impongono un asservimento dell’istruzione alle esigenze delle imprese, il che non vorrà dire che chi fa lo stage alla Fiat o alla Cariplo (per fare un esempio) avrà il posto assicurato, bensì che garantirà per il periodo dello stage determinate mansioni gratis o a basso costo e permetterà alle aziende di non assumere regolarmente. Colpendo su vari fronti il governo e la borghesia si assicurano in questo modo un vasto esercito di manodopera o manodopera potenziale ricattabile e a basso costo.


Come studenti dobbiamo discutere con urgenza il legame che esiste fra il peggioramento dell’istruzione pubblica, le proposte di privatizzazione e gli attacchi che in questo momento sono rivolti ai lavoratori sul terreno delle pensioni.


Sulla base di una comprensione globale di questi elementi dobbiamo avviare una discussione nelle scuole e nelle facoltà universitarie che ci permetta di raccogliere le forze da contrapporre alla strategia della borghesia. La nostra lotta per un’istruzione pubblica gratuita e qualificata deve essere anche una lotta per il nostro futuro dopo la scuola e su questa base dobbiamo promuovere discussioni insieme ai lavoratori, ai delegati aziendali e di fabbrica per un programma in difesa dei nostri comuni interessi.

 


La pensione d’anzianità e la ripartizione


Non a caso questi due erano i bersagli fondamentali della Confindustria. Combattevano il diritto di un lavoratore ad andare in pensione dopo 35 anni perché "la speranza di vita si è alzata" e a lor signori non piaceva la prospettiva di pensionati che vivono più di 15/20 anni.


La ripartizione, cioè l’uso dei contributi odierni per pagare le pensioni oggi, il cui ammontare si legava agli ultimi stipendi della vita lavorativa era stata una conquista importante dell’autunno caldo (prima c’era un sistema a contribuzione). I padroni l’hanno dovuta accettare in primo luogo per i rapporti di forza allora esistenti e in secondo luogo perché l’ammontare dei contributi versati superava di gran lunga le pensioni erogate.


Per 25 anni hanno utilizzato questa fonte di denaro liquido per coprire tutti i buchi del bilancio statale. Con un fisco dove spesso i datori di lavoro dichiaravano meno entrate dei loro dipendenti, questi erano delle voragini.


Ora che il capitalismo in crisi aumenta la disoccupazione e che il debito pubblico è alle stelle persino nei periodi di ripresa economica i padroni hanno voluto risparmiare sugli spiccioli delle pensioni invece di toccare i super profitti dei grandi possessori dei titoli pubblici. Quella minoranza intoccabile, nascosta dietro l’anonimato che guadagna migliaia di miliardi esentasse.

Pubblicato su FalceMartello n°99

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