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Il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare (B. De Mandeville)

Nel 1714 un “uomo onesto e dalla mente chiara” aveva rivelato il segreto di Pulcinella: lo sviluppo economico borghese necessita del malaffare come un uomo dell’aria per respirare. Mandeville osservava tutto ciò nel XVIII secolo; trecento anni dopo la borghesia sta portando al collasso l’intera società ma la corruzione è rimasta.

Il caso di Expo non fa eccezione e gli ultimi arresti sono la conferma di cosa significa oggi l’Expo 2015: un colossale spreco di danaro pubblico per garantire i vizi privati di una borghesia parassitaria.
La galleria degli orrori del caso Expo ci presenta in primis Antonio Giunio Rognoni, (ex)dg di Infrastrutture lombarde, la struttura della Regione che si occupa di organizzare gli appalti. Sono altresì indagati: un ex carabiniere passato nel privato, incaricato di vigilare sulle infiltrazioni mafiose negli appalti (sic!); le figlie di Daccò, l’amico di Formigoni condannato per il crac del San Raffaele. Potevano mancare gli amici del Pd alla festa? Non potevano, infatti nel registro degli indagati è stato iscritto Claudio Levorato, presidente della Manutencoop di Bologna ma soprattutto l’inossidabile Primo Greganti, che è stato direttamente arrestato. Un perfetto simbolo di Tangentopoli e della “diversità morale” della burocrazia berlingueriana, che non aveva perso la fiducia del Pd renziano. Un partito che ha continuato a frequentare con la passione che si addice a un vecchio militante, presenziando in prima fila al teatro Carignano per la candidatura di Chiamparino alle regionali.
Non ci interessa però proporre qui la cronoca di quanto era ampiamente prevedibile. Il punto invece è: come si è potuti arrivare a tutto questo dopo la vittoria di Pisapia che secondo molti poneva le basi per un riscatto da questo schifo?
Guido Viale, in una lettera a il manifesto, ha evidenziato i punti dolenti di Expo, peraltro già trattati su queste pagine: non solo la corruzione e le infiltrazioni mafiose, ma l’idea stessa di sfruttare eventi per garantire a palazzinari “bianchi” o “rossi” soldi pubblici facili. Il tutto condito con annesso sfruttamento del precariato, del lavoro nero e persino del volontariato. Risultato? Lo si è già visto con i lavori per le Olimpiadi invernali a Torino. Le orde di turisti che dovevano invadere la città sono state addirittura inferiori agli anni precedenti e la favolosa crescita del Pil non si è vista. In compenso Torino è oggi la città più indebitata d’Italia. Inutile dire chi, secondo il sindaco Fassino, deve pagare il conto.
Pisapia, in una piccatissima replica ha avuto buon gioco a ricordare che nel programma con cui è stato eletto – sottoscritto anche dal Prc – non era previsto l’abbandono dell’Expo. Insieme a Maroni e a Squinzi, e con l’attivo sostegno del governo Renzi, ha quindi difeso strenuamente la necessità di andare avanti. Che lo abbiano dichiarato in occasione degli eventi legati alla “Giornata della legalità” è prova indiscutibile della loro involontaria comicità.
Il risultato di tutto questo è già scritto: nuove dichiarazioni di pubbliche virtù copriranno vecchi vizi privati; immigrati in nero verranno regolarizzati il giorno dopo la loro caduta nei cantieri e alla fine l’area presenterà lo stesso cimitero degli elefanti delle città che l’Expo lo hanno già ospitato. Il tutto perché né Pisapia né Renzi hanno intenzione di violare l’unico vero valore della nostra società: il profitto.
Una sinistra degna di questo nome deve porsi un unico obiettivo: non immaginare “un altro Expo”, un evento ormai inutile, ma fermare Expo la cui penale del resto ammonta a 20 milioni di euro, ben poca cosa rispetto alle spese sostenute e ancora da sostenere.

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