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fm 268smallL'editoriale del nuovo numero di FalceMartello

Matteo Renzi non avrebbe mai immaginato che, a soli sei mesi dalla vittoria alle elezioni europee, il suo destino fosse quello di essere contestato ai quattro angoli del paese, ovunque si presenti in pubblico.

C’è solo un luogo dove il premier sa che sarà acclamato qualunque cosa faccia o dica: le riunioni degli associazioni degli industriali, “gli eroi di questo paese” come Renzi ha proclamato in un’assemblea della Cna. “Eroi” che hanno affollato le cene di “autofinanziamento” del Partito democratico a Roma e Milano, anche perché sono gli unici a potersi permettere i mille euro a cranio necessari per l’entrata. Il tutto avviene mentre, nel 2013, 10 milioni di italiani dispongono di un salario inferiore a 1.800 euro lordi al mese (dati Istat).

I padroni applaudono a piene mani nei più svariati simposi il loro nuovo leader, che quanto a decisionismo fa impallidire Berlusconi. Renzi li ricompensa ogni giorno con un decreto, una promessa o un annuncio. Ieri il Jobs act, oggi i tagli selvaggi alla spesa pubblica (4 miliardi di euro solo nella legge di stabilità per il 2015), domani gli sgravi all’Irap, attraverso i quali le imprese risparmieranno 2,7 miliardi nel 2015 e cinque miliardi all’anno nei tre anni successivi.

Mentre cresce il successo di Renzi fra “quelli che contano”, padroni, banchieri, palazzinari e affaristi di varia natura, aumenta anche l’isolamento rispetto al resto della società, tanto che il premier e i suoi accoliti paiono asserragliati in una vera e propria torre d’avorio. E mentre le proteste sociali aumentano, a difesa di questa torre si schierano compatte istituzioni, magistratura e forze dell’ordine.

Forze dell’ordine che reprimono in maniera violenta e indiscriminata le proteste, come successo ai lavoratori di Terni scesi a Roma in difesa del posto di lavoro qualche settimana fa.

Una magistratura che perpetua l’impunità di Stato e padroni, svelando la sua vera natura, come dimostrano le sentenze sull’omicidio di Stefano Cucchi e sulla prescrizioni della strage compiuta dall’Eternit a Casale Monferrato.

Questa volta però lo sdegno per il comportamento dell’autorità costituita non rimane confinato alle quattro mura di casa ma si salda alla ripresa della lotta di classe.

L’arroganza del potere paga infatti un prezzo e la mancanza di credibilità delle istituzioni borghesi raggiunge il suo apice nella tornata elettorale in Emilia Romagna e Calabria.

Solo alla luce delle lotte di massa delle ultime settimane si può leggere il risultato elettorale delle regionali. Non è un caso che in Emilia Romagna, una regione che ha sempre visto altissime percentuali di affluenza alle urne, il 24 novembre quasi due terzi degli elettori abbiano disertato i seggi. Il Partito democratico vince, ma perde 700mila voti, oltre la metà di quelli ottenuti solo sei mesi fa. La destra non si avvantaggia da questa débâcle: si verifica perlopiù un travaso di voti da Forza Italia alla Lega, che si radicalizza a destra.

Ma ancora più significativo è il crollo verticale di consensi al Movimento 5 stelle. A Parma, città dove il M5S governa, perde addirittura il 69% dei suoi elettori. Il movimento di Grillo era riuscito ad intercettare la rabbia passiva di ampi settori di massa. Una volta che tale rabbia si è trasformata in protesta, al Nord come al Sud, in Emilia Romagna come in Calabria, il M5S perde la sua funzione di catalizzatore del malcontento popolare. La lotta di classe apre una crisi profonda per il movimento di Grillo.

Il voto del 24 novembre chiarisce alla borghesia che, attualmente, l’unico strumento a sua disposizione per governare è il Partito democratico. Se Renzi fallisse, si aprirebbe semplicemente il vuoto. Ecco perché la partita che si sta giocando è decisiva per la classe dominante: volenti o nolenti, spingeranno il premier al muro contro muro e a non fare alcuna concessione ai vertici sindacali e alle piazze.

L’ennesima dichiarazione provocatoria di Renzi, “Loro scioperano, io lavoro”, sembra essere stata presa alla lettera dai lavoratori che hanno effettuato un vero e proprio sciopero del voto.

A tanti lavoratori non sfugge che, mentre partecipano in massa a cortei e scioperi, il parlamento continua come uno schiacciasassi a votare provvedimenti anti-operai. Il 24 novembre hanno chiarito che nessuno dei partiti li rappresenta.

La dichiarazione di Landini all’indomani del voto emiliano, “Piazze piene, urne vuote”, è una verità sacrosanta, ma, se rilasciata dal segretario della Fiom, impone a quest’ultimo una grande responsabilità.

Non solo dal voto regionale, ma soprattutto dal 25 ottobre, dal 14 e dal 21 novembre, dallo sciopero generale del 12 dicembre emerge infatti una richiesta gigantesca, quella di una rappresentanza politica della classe, di un partito dei lavoratori alternativo al Partito democratico. Tale esigenza non è confinata alla propaganda delle migliori avanguardie, ma sta diventando senso comune di migliaia e decine di migliaia di persone.

è una richiesta che ha un’urgenza bruciante e che i dirigenti del movimento operaio non possono eludere. Non può essere assolutamente soddisfatta dalla tremebonda sinistra Pd, ma nemmeno dalle organizzazioni esistenti alla sua sinistra. Nelle elezioni regionali, e ancor di più nelle mobilitazioni delle ultime settimane, formazioni come Sel o il Prc hanno assunto un ruolo di comparse. Oggi il ruolo dei militanti di queste organizzazioni, parimenti a quello dei militanti della sinistra sindacale e del sindacalismo di base, deve essere quello di lavorare perché questa aggregazione, un partito di massa dei lavoratori, si verifichi il più rapidamente possibile

Camusso e Landini hanno ribadito più volte che la lotta non si concluderà il 12 dicembre. è una dichiarazione importante, ma dalle parole si deve passare ai fatti.

C’è bisogno di una piattaforma unificante, totalmente alternativa da quella di governo e borghesia. Non basta, ad esempio, chiedere di estendere a tutti l’articolo 18, bisogna rivendicare la fine di tutti i contratti precari e la loro trasformazione a tempo indeterminato.

Davanti alle fabbriche che minacciano la chiusura, Landini ha spiegato che bisogna occuparle. Bene! Tuttavia la vertenza dell’Ast di Terni dimostra che, davanti alla possibilità concreta dell’occupazione, il gruppo dirigente della Fiom è rimasto inerte. L’occupazione e il controllo di lavoratori degli stabilimenti che chiudono deve essere la parola d’ordine che accompagna ogni vertenza riguardante una crisi industriale.

Questi sono solo alcuni punti di un programma di alternativa al sistema, una piattaforma che non può prevalere senza il protagonismo della classe lavoratrice, che deve decidere su tutti i passaggi rilevanti della lotta contro padroni e governo.

Senza un partito, senza un programma all’altezza della situazione, il movimento operaio è come un pugile che sale sul ring con una mano legata dietro la schiena.

Per un partito di classe, per un programma rivoluzionario. Liberiamo tutta la forza del movimento operaio e giovanile, e lottiamo fino alla vittoria!

1 dicembre 2014

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