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 L'Editoriale del nuovo numero di FalceMartellofm265 small

 

Nubi minacciose incombono su un’economia europea già disastrata. Anche la locomotiva tedesca comincia a perdere colpi, l’instabilità politica portata dai conflitti in Ucraina e in Medio Oriente colpisce a livello economico i paesi esportatori.

Nel secondo trimestre del 2014 il Pil di Berlino è infatti diminuito dello 0,2%. L’eurozona non sta meglio e nello stesso trimestre la crescita è pari a zero. L’Italia è il fanalino di coda, vaso di coccio del vecchio continente.

Il coro di analisti, imprenditori e commentatori di ogni specie che invita ad allentare i cordoni dell’austerità si fa sempre più forte. Mario Draghi e la Bce sembrano ascoltarli, ma le “misure eccezionali” per curare il malato europeo proposte dal governatore potrebbero avere l’effetto di aggravare la malattia.

Il quantitative easing (la creazione di moneta da parte delle banche centrali) che la Bce sta proponendo nei fatti segue le politiche portate avanti da tempo da Usa e Gran Bretagna. Proprio negli Usa la bolla speculativa sta raggiungendo livelli pre-crisi simili a quelli del 1929 e del 2007.

La disponibilità della Bce ad acquistare asset backed securities (titoli derivati) sembra infatti la stessa di un ladro che torna sul luogo del crimine. Secondo Il Sole 24 ore, “L’Eurozona in sostanza cerca di scacciare la crisi utilizzando lo stesso strumento che l’ha causata.” Ricordiamo che furono proprio i derivati, infatti, a causare il fallimento di Lehman Brothers, nel 2008.

Draghi comunque rassicura tutti, spiegando che la Bce acquisterà solo titoli “semplici e trasparenti”. Proprio la caratteristica principale del mondo della finanza oggi…

La realtà è che le banche centrali di tutto il mondo possono aumentare a piacimento il credito, semplicemente i capitalisti lo useranno a fini speculativi, invece che nella produzione, visto che le merci semplicemente non si vendono. La fine dell’austerità equivale, nel linguaggio della classe dominante, a una maggiore facilità per banche e capitalisti di speculare sui mercati e favorire così “la crescita” dei propri profitti.

Nubi ancor più minacciose si addensano comunque sui lavoratori e le loro famiglie e Draghi e la Troika spingono con sempre maggior insistenza sulle riforme strutturali. Il governo Renzi, dopo mille dichiarazioni battagliere nei confronti dei tecnocrati di Bruxelles, si allinea prontamente all’aria che tira in Europa.

Il ritmo, certo, è cambiato, le risorse sono scarse se non si deve sforare il 3% del rapporto tra deficit e Pil, e allora meglio mantenere solo le promesse fatte a una parte della società, il padronato.

Passodopopasso”, dice il nuovo slogan di Renzi, arriveremo al 2017 e demoliremo tutti i diritti e le conquiste della classe lavoratrice e, soprattutto, la sua forza organizzata.

D’altra parte i suoi mentori sono personaggi come Farinetti, il patron di Eataly oggetto di proteste e contestazioni dovunque apra un suo punto vendita a causa della precarietà totale che applica nei contratti di lavoro. Marchionne, da Cernobbio incalza Renzi, “scelga tre cose da fare e le faccia subito”, intuendo che mille giorni per realizzare il programma sono forse troppi e il premier si affretta a rispondere come può.

Gli imprenditori hanno già fatto troppi sacrifici” ha detto Renzi, strizzando l’occhio a Squinzi, presidente di Confindustria, inaugurando una fabbrica di rubinetti a Brescia. “Nella Pubblica amministrazione c’è troppo grasso che cola”.

Il primo passo è dunque quello di bloccare gli stipendi dei lavoratori statali, il cui contratto non si rinnova da sei anni, e che hanno perso dal 2010 in media 4.800 euro. Della foga con cui Renzi attaccava i boiardi di Stato non c’è più traccia.

Il secondo passo è quello di rottamare la scuola pubblica, precarizzando totalmente i rapporti di lavoro, con la scusa di... eliminare i precari. La meritocrazia di cui si straparla, significa la totale discrezione dei dirigenti di istituto di spartire le poche briciole elargite dal governo.

Il terzo è la (contro)riforma del lavoro e l’abolizione di ciò che rimane dell’articolo 18. Poletti promette che per quanto riguarda il Jobs act si marcerà a tappe spedite e Renzi al Sole 24 ore assicura che l’articolo 18 si supererà.

Infine non ci saranno risparmiati tagli per 20 miliardi nella prossima legge di stabilità. C’è solo da definire i “dettagli”.

Tagli che però non riguarderanno le spese militari.
Il governo del Pd, avendo conquistato la posizione di “prestigio” di Commissario agli esteri dell’Unione europea per Federica Mogherini, deve dimostrarsi il primo della classe. Si è subito dichiarato disponibile a partecipare alla nuova coalizione dei volenterosi in Iraq, alla “forza di risposta rapida” della Nato per contrastare la Russia e, naturalmente, ad “aiutare” il governo ucraino. La richiesta di Obama, accettata da Renzi, è di portare la spesa militare italiana al 2% del Pil, cioè 100 milioni di euro al giorno.

Un governo, insomma, debole con i forti e che cerca di far la voce grossa con i deboli. Un Primo ministro che aveva suscitato molte speranze e su questa base si era assicurato un successo elettorale, quello delle elezioni europee, che oggi pare alquanto effimero.

L’autunno si apre infatti con una disoccupazione raddoppiata dal 2007, con i consumi mai così bassi dal 1981 e con un italiano su cinque a rischio povertà. Un baratro che pare senza fondo in un paese bloccato, che non può essere rimesso in moto né da Renzi, o da Berlusconi o Grillo, e nemmeno da Confindustria o dalla magistratura.

Negli ultimi vent’anni tutti questi soggetti e forze sociali si sono eretti a “salvatori della Patria”. Tutti hanno fallito. La sola forza che potrebbe veramente rivoltare come un calzino questo paese, la classe lavoratrice, è invece immobilizzata dalla politica dei propri dirigenti sia sindacali che politici (il fallimento dell’ennesimo tentativo di riunificare la sinistra, la lista Tsipras, è sotto gli occhi di tutti).

È incredibile che, di fronte a una provocazione come quella del blocco dei salari da 1.000-1.200 euro al mese, le sole rappresentanze sindacali che hanno minacciato di bloccare tutto siano ad oggi quelle delle forze dell’ordine.

Dalla direzione della Cgil, finora infatti, solo minacce di mobilitazione, eppure nessuna data o azione concreta. Anche da parte del segretario della Fiom, forse sorpreso dagli annunci di un Presidente del consiglio che aveva incontrato solo pochi giorni fa, arriva l’annuncio di una manifestazione al sabato, a fine ottobre. Intendiamoci, è probabile che, data la portata dell’attacco, alla fine i vertici confederali convocheranno qualche sciopero di categoria, forse di quattro ore, diviso casomai per regioni. Ma davanti alle cannonate del governo, i lavoratori devono rispondere solo con la fionda?

A conclusione del colloquio con Matteo Renzi, proprio Landini aveva commentato che questi incontri servivano “forse ad evitare l’esplosione sociale”.

I dirigenti sindacali e di quello che rimane della sinistra non capiscono che invece è proprio un’esplosione sociale, una rivolta dal basso che è necessaria per salvare milioni di lavoratori e giovani dall’abisso. Se chi ha il dovere e il potere di organizzarla, come i vertici della Fiom, non lo fa, potrebbe anche diventarne bersaglio.

Sinistra Classe Rivoluzione crede che solo dalla lotta e dal conflitto potrà venire la soluzione della crisi politica, economica e sociale che stiamo vivendo, attraverso un programma rivoluzionario e un cambiamento in senso socialista, in Italia e a livello internazionale. Bisogna organizzarsi, e il momento per farlo è ora.

8 settembre 2014

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