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preparare l’alternativa operaia

Il governo Berlusconi mette in scena l’ennesima farsa provocatoria. Con i sei miliardi di tagli alle tasse, un imprenditore da 300mila euro di reddito l’anno ne risparmierà oltre 6mila, mentre un operaio con un reddito di 18mila ne risparmierà “ben” 175. Risparmio fittizio, del resto, poiché verrà finanziato da un aumento delle imposte indirette, dalla generalizzazione dei ticket sanitari, dai tagli agli enti locali, dal taglio degli organici nella scuola e nel pubblico impiego (75mila posti cancellati entro il 2007 attraverso il blocco del turnover). Senza dimenticare l’ennesima estensione del condono edilizio, a tutto vantaggio della peggiore speculazione immobiliare.

Nel frattempo, le associazioni dei commercianti ci informano che i consumi sono in netto calo. Le famiglie non spendono più, non solo per generi “voluttuari” (magari “follie” come andare in birreria o fare un po’ di ferie), ma anche per calzature, abbigliamento, libri, giornali e persino generi alimentari (-3,3%).

Ma quello che più deve suscitare una legittima rabbia è che tutto questo avviene non per la forza del governo, ma solo ed esclusivamente per la completa incapacità dell’opposizione di dare a Berlusconi il colpo di grazia. Il governo è debole e in crisi; l’accordo fra i vari partiti di destra sulla finanziaria è un’intesa raffazzonata tenuta insieme con lo sputo. An si piega a Berlusconi e ingoia la finanziaria in cambio della poltrona di ministro degli Esteri per il suo capo Fini, ma pagherà per questo un prezzo elettorale non indifferente. La Lega non ha ormai altro futuro che non sia quello di essere più berlusconiana di Berlusconi. La “Casa della libertà” è un ring dove tutti lottano contro tutti, ben sapendo che il sostegno al governo è in calo regolare da tempo e con un occhio sempre rivolto alla prospettiva di sottrarsi per tempo al possibile crollo elettorale.

Basterebbe poco per mandarli gambe all’aria e liberarsi di tutta la banda. Basterebbe che i dirigenti della Cgil cominciassero a premere seriamente per mobilitare i lavoratori, per unire le diverse mobiltiazioni che già sono in campo (pubblico impiego, scuola, finanziaria, vertenze occupazionali). La spallata al governo non solo è necessaria, ma sarebbe interamente possibile.

Macché, il dibattito del giorno è: deve la coalizione di centrosinistra chiamarsi Gad (Grande alleanza democratica) o solamente “Alleanza”? Il popolo attende col fiato sospeso la soluzione di questo angoscioso dilemma, mentre la destra ringrazia e torna all’offensiva.

Non è un caso che i capi della cosiddetta “opposizione” esibiscano così voluttuosamente la loro miseria politica. Non possono, anzi non vogliono organizzare alcuna reale mobilitazione contro la destra. Primo, perché se Berlusconi fa il lavoro sporco è tutta fatica risparmiata per loro. Secondo, perché temono (a ragione!) che una seria mobiltazione di massa metterebbe a rischio anche l’impianto moderato e filopadronale del loro programma. E allora, pensano, meglio gettare secchiate d’acqua fredda prima che qualcuno cominci a farsi venire in testa idee strane, ad esempio di cacciare il governo con la mobilitazione di massa.

Collaborano lealmente in questo balletto i vertici sindacali, compresi quelli della Cgil, che hanno completamente depotenziato lo sciopero generale del 30 novembre, facendone l’ennesimo sciopero di 4 ore con un valore, almeno nelle loro intenzioni, del tutto testimoniale e indolore.

Rifondazione comunista è sempre più trascinata in questo ingranaggio, l’adesione alla Gad rende la voce del nostro partito sempre più debole. A che serve che Bertinotti proclami il suo “fastidio intellettuale” per le chiacchiere sul nome dell’Alleanza? Il problema qui non è di natura “intellettuale”, ma un drammatico problema politico: di fronte alla completa passività dei partiti di opposizione, di fronte alla dichiarata ed evidente volontà dei dirigenti sindacali di limitarsi ad azioni di pura testimonianza, il Prc appare del tutto impotente. Non c’è, letteralmente, la forza di alzare un dito per invertire questa situazione.

Non ci si parli di “riflusso”, di “movimenti in crisi” o del “vento di destra”, si parli invece di una politica sciagurata che spinge il partito nella palude del centrosinistra!

Gli avvenimenti recenti confermano per l’ennesima volta che il problema decisivo rimane quello di sempre: riconquistare le organizzazioni del movimento operaio a una politica che difenda in modo intransigente gli interessi dei lavoratori e di tutti i settori oppressi della società. Questa battaglia va condotta tutti i giorni, con costanza e sistematicità, su tutti i terreni. Deve essere una parte integrante di ogni lotta che conduciamo. Che sia una vertenza sindacale, una manifestazione studentesca, un intervento politico di qualsiasi genere, dobbiamo sempre tenere fissa questa stella polare: la necessità di organizzare le lotte, di intervenire nei movimenti di massa, deve andare di pari passo con la formazione e l’organizzazione di un numero sempre crescente di militanti che siano in grado di dare continuità a questi interventi con una seria battaglia all’interno delle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio.

Questa è da sempre la linea del nostro intervento, che oggi trova un momento di straordinaria importanza nel congresso del Prc che si aprirà nelle prossime settimane.

In questo congresso, che coinvolgerà decine di migliaia di attivisti in tutta Italia, presenteremo una mozione che riassume l’elaborazione fondamentale che abbiamo maturato nel dibattito interno al Prc e con la partecipazione alle grandi mobilitazioni che hanno segnato gli scorsi anni. Il titolo di tale mozione dice con chiarezza cosa vogliamo e a cosa ci opponiamo: “Rompere con Prodi, preparare l’alternativa operaia” è l’indicazione che porteremo in tutto il partito così come l’abbiamo portata (e continueremo a farlo) in tutte le mobilitazioni che segnano il risveglio operaio, il risveglio dei movimenti di massa sul quale intendiamo costruire il futuro della nostra battaglia.

26 novembre 2004.

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