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Il 18 settembre, pochi giorni dopo le dichiarazioni di Marchionne sulla fine di Fabbrica Italia, è ripresa la mobilitazione a Pomigliano d’Arco. La Fiom aveva organizzato per quella data un’assemblea con la partecipazione di 250 lavoratori, che al termine della breve discussione hanno deciso di iniziare sin da subito la mobilitazione.
Una risposta immediata alla gravità delle parole pronunciate dall’a.d. della casa torinese, che in realtà confermava quanto andiamo dicendo da tempo. La giornata è proseguita con un presidio e attimi di tensione davanti al municipio cittadino, per ricordare al sindaco che tanto aveva appoggiato il progetto di Fiat e il relativo referendum, che a distanza di poco più di due anni 2000 lavoratori sono sull’orlo del licenziamento. I lavoratori hanno poi proseguito la marcia in direzione della vicina sede della Uilm per chiedere chiarimenti a coloro che sono tra i firmatari dell’accordo. Ci sono state ulteriori iniziative nella giornata come il blocco d’incroci stradali cruciali per la viabilità del territorio.
Le iniziative di lotta sono continuate sulla spinta di un clima di rabbia crescente anche nelle settimane a venire. L’incontro tra Marchionne e il governo avvenuto il 22 settembre non ha cambiato lo scenario. Nonostante il tentativo di stemperare gli animi con la promessa di Fiat di non andare altrove, e continuare a produrre in Italia, non sono arrivate garanzie sui piani occupazionali degli stabilimenti italiani. A Pomigliano ovviamente questo tema resta caldo, la scadenza della cassa integrazione per cessazione attività è un elemento di angoscia per il nostro futuro.
È uno scenario che mette in allarme i lavoratori, è infatti percepibile, dopo un periodo caratterizzato dalla paura e dalla speranza di ritornare in fabbrica, un cambiamento di clima tra gli operai e una nuova disponibilità a riprendere la mobilitazione, contrariamente a quanto è successo nell’ultimo anno, dove l’attenzione sulla vertenza è stata tenuta in piedi da un ristretto gruppo di attivisti che hanno portato avanti un lavoro in assoluta controtendenza.
Questa disponibilità alla lotta da parte di un settore più ampio di lavoratori va però alimentata. Proprio per questo continueremo con altre iniziative nei prossimi giorni, avanzando richieste più che legittime, come il reintegro di tutti gli operai nel processo produttivo, attraverso una rotazione della cassa, che sta interessando anche la newco e la produzione della Panda ed elaborando un piano di rivendicazioni generali per il futuro dello stabilimento, che rimane l’obiettivo essenziale della nostra lotta.
Continueremo tra l’altro a chiedere l’assemblea a tutti i sindacati come già fatto in questi giorni, proprio per avere la possibilità di discutere dello stato dell’arte con tutti i lavoratori. Su questo tema però la frattura tra i sindacati appare ancora molto netta, tanto è vero che Fim, Uilm, Fismic e Ugl hanno declinato la richiesta di assemblea della Fiom, considerando il rispetto dell’accordo come determinante per qualsiasi confronto.
Sta di fatto che stanno impedendo ai lavoratori di discutere del proprio futuro, usando scuse varie, ed additando i lavoratori iscritti a varie sigle sindacali e non solo alla Fiom di non volere un confronto democratico ma una valvola di sfogo nei loro confronti. Tutto ciò non ci meraviglia al pari delle parole di Marchionne, proprio perché il progetto di questi signori sin dall’inizio ha visto la completa assenza di partecipazione da parte dei lavoratori nelle decisioni prese.
Vanno segnalati però anche i limiti della stessa Fiom, che non riesce a organizzare lo scontento, perché appare molto confusa e incerta nei suoi passi, in una linea caratterizzata dall’attendismo. Quello che sta accadendo a Pomigliano è frutto del lavoro dei compagni di fabbrica iscritti alla Fiom che stanno mettendo in campo tutte le loro forze, che però, ovviamente, non possono sopperire alle mancanze della più grossa organizzazione del movimento operaio. Su quest’aspetto stiamo lavorando per costruire, spingendo la Fiom a fare il suo ruolo di coordinamento tra le varie vertenze, una mobilitazione di carattere regionale, proposta a dire il vero, avanzata dal segretario della Fiom Amendola nell’assemblea del 18, a cui però, come accaduto altre volte, non è seguito un lavoro di costruzione. A pochi passi dalla nostra fabbrica c’è l’ex Ergom, stabilimento dell’indotto Fiat che ha intrapreso prima di noi un terreno vertenziale, ma che continua ad avere difficoltà a legarsi alla nostra mobilitazione, nonostante gli sforzi di alcuni militanti, per non parlare di altre fabbriche in ambito regionale quale la Fma di Pratola Serra e l’Irisbus di Flumeri, che non ha mai smesso di lottare nell’ultimo anno. Tutte aziende in crisi che dimostrano il fallimento del piano Fabbriche Italia di Fiat.
Una mobilitazione di questo tipo dovrebbe andare di pari passo verso l’allargamento della partecipazione alla lotta da parte dei lavoratori, che è il presupposto necessario per poter intraprendere anche iniziative più incisive e orientate ai diversi stabilimenti del gruppo Fiat in Italia. Se riusciremo in questo lavoro e a estenderlo all’intero gruppo nazionale, potremo costruire finalmente un conflitto che oltre, ad essere di posizionamento, sia di reale scontro di classe.

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