Sul quarto polo, "Cambiare si può" e le liste arancioni - Falcemartello

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La nostra dichiarazione di voto alla Direzione nazionale del Prc (13 dicembre 2012)

Alla luce della relazione, delle conclusioni e del dibattito svolto, esprimiamo il nostro voto contrario all’indirizzo proposto e al mandato richiesto dalla segreteria nazionale. Dopo l’implosione della Fds, crollata sul punto dirimente del rapporto col centrosinistra, anche i tentativi di costruzione di un “quarto polo” stanno mostrando rapidamente tutte le loro debolezze.


L’assemblea del 1 dicembre ha evidenziato i seguenti punti:
1) Un autentico livore verso il nostro partito, che si concretizza in un veto posto su qualsiasi candidatura riconoscibile, sulla presenza del simbolo e di fatto su qualsiasi elemento di riconoscibilità della nostra organizzazione, accettata solo nella misura in cui fornisca una manovalanza militante ma politicamente muta e sotto tutela.
2) Un forte distacco dalla reale radicalizzazione e dalle lotte che attraversano il paese, , distacco non certo colmato da alcuni interventi di rappresentanza.
3) Dal punto di vista delle presenze organizzate la Fiom, unica organizzazione di massa che avrebbe potuto innervare un progetto di alternativa a sinistra dotato di un forte rapporto con i lavoratori e i conflitti in campo, ha espresso una tiepida simpatia e non appare disposta ad impegnarsi nel progetto. L’Idv dal canto suo è in mezzo al guado, impegnata nel tentativo di una ricucitura in extremis col Pd.

Le contraddizioni aumentano nel rapporto con l’ipotesi di “lista arancione” promossa dal sindaco di Napoli. Il progetto “arancione” è esplicitamente volto a costruire un rapporto col Pd con l’illusione di poterne condizionare a sinistra il corso politico, proponendosi come alleato alternativo ai centristi. Tale contraddizione è già fortemente visibile ad oggi ed è destinata ad esplodere con certezza dopo le elezioni, se non addirittura prima del voto.
Tutti questi elementi gettano più di una incertezza sulla effettiva concretizzazione del progetto, sulla sua eventuale capacità di aggregare un consenso significativo e sul suo futuro.
Ma al di là dei tatticismi elettorali emerge il dato di fondo: nessuna reale alternativa può essere costruita se non in un rapporto forte con il movimento operaio, con la crescente radicalizzazione giovanile, senza una chiara prospettiva politica e programmatica capace di uscire dalle secche di generiche richieste di equità, giustizia, di utopiche politiche economiche “espansive”, che ancora oggi segnano l’orizzonte del dibattito.
L’esclusione del nostro partito non è solo legata a un generico sentimento anti-partito, ma ad un vero e proprio veto politico che configura pertanto non la richiesta di adesione a un progetto più ampio, ma la pretesa di una liquidazione della nostra presenza politica politica. Il veto al simbolo e ai nostri dirigenti non è altro che la manifestazione di questa pretesa.
Una proposta politica incerta, priva di un chiaro segno di classe, con una cultura politica che non va più in là di quella del movimento girotondino, che ad oggi per definirsi non è neppure in grado di usare la parola sinistra: su questa strada non è possibile alcun rilancio del nostro partito, né di una prospettiva di alternativa.

È necessario un investimento che a partire dalla campagna elettorale sappia guardare a una prospettiva strategica più ampia. La presentazione della lista del Prc è ad oggi l’unica scelta in grado di condurre una campagna elettorale chiara e soprattutto che costituisca un investimento per il futuro.
Il Prc ad oggi non rappresenta una forza sufficiente a raccogliere e ad esprimere in forma compiuta una prospettiva di rottura anticapitalista all’altezza della crisi e dello scontro imposto dalla classe dominante. Tuttavia questo limite può essere superato in forma positiva solo con un forte investimento che renda chiara la nostra prospettiva di forza antagonista al sistema. Dobbiamo superare la scissione di fatto creata in questi anni con scelte sbagliate che hanno separato fisicamente il nostro impegno militante nelle vertenze di lotta, nei luoghi di lavoro, nell’opposizione ai provvedimenti del governo Monti (e prima Berlusconi) da una prospettiva politica che è stata completamente subordinata alle geometrie elettorali prima della Fds, oggi del “quarto polo”; un processo che ci ha resi un partito politicamente muto, nonostante il continuo e generoso impegno della nostra militanza.
In questa chiave la campagna elettorale può e deve essere un primo passaggio di costruzione, il cui obiettivo non sarà solo il superamento degli sbarramenti, comunque possibile in un contesto di forte mobilità del voto, di rabbia crescente nella società, di ricerca di alternativa. La campagna elettorale può e deve essere costruita come una semina per un futuro non lontano, nel quale di fronte al nuovo quadro politico viene meno la paralisi temporanea creata dall’unità nazionale sotto Monti e la lotta di classe compressa all’estremo in questi mesi sarà destinata inevitabilmente ad esplodere su scala anche più vasta di quanto visto in Grecia e in altri paesi.


Claudio Bellotti,
Alessandro Giardiello,
Sonia Previato,
Jacopo Renda

 

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