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La direzione nazionale del Prc ha approvato lo scorso 18 novembre il percorso della Federazione della Sinistra con due soli voti contrari, quelli dei compagni Claudio Bellotti ed Alessandro Giardiello. Nei prossimi giorni ritorneremo sull’argomento, nel frattempo invitiamo alla lettura di un articolo sulle ultime scelte del gruppo dirigente del nostro partito, pubblicato sull’ultimo numero di FalceMartello, appena uscito.

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Dopo pochi mesi di incubazione, l’ipotesi politica della Federazione della Sinistra d’Alternativa prenderà corpo il 5-6 dicembre a Roma. Tra i fondatori Prc, Pdci, Socialismo 2000 di Salvi e Lavoro e solidarietà, la corrente sindacale che fa capo a Patta. è un passo in avanti perché supera la frammentazione della sinistra oppure una coalizione priva di basi politiche ed organizzative chiare? Metterà in moto nuove energie militanti o sarà un pericolo per la presenza indipendente dei comunisti? Sarà in grado di resistere alle sirene di un Bersani in cerca di un nuovo centro-sinistra?

Diciamo innanzitutto che per noi è tutta da dimostrare la tesi con cui Ferrero ed il gruppo dirigente del Prc presentano la “federazione” come una strada politica nuova che nasce dal basso e come l’unica via praticabile se non si vuole scomparire dalla scena politica. Sappiamo che in una situazione oggettiva complessa in cui il partito è ancora debole molti compagni possono vedere nella Federazione un’ancora di salvezza. Pensiamo però che le scorciatoie organizzative separate da una chiarezza nei contenuti politici creino guai a non finire, soprattutto se guardiamo oltre l’immediato.

Per impostare una discussione in modo razionale è necessario studiare con attenzione le esperienze di altri paesi europei. Come l’umanità non si mette ad ogni generazione a studiare il modo per scoprire della ruota, presentandolo ogni volta come un percorso nuovo, così noi dovremmo trarre un bilancio di quelle esperienze in cui forze comuniste si sono messe a costruire contenitori “più ampi” per aggregare altre forze di sinistra. Senza fare caricature o abbellire alcunché.

L’esperienza più significativa in Europa è senz’altro quella di Izquierda Unida (Sinistra Unita) spagnola. IU nacque a metà degli anni ’80 nel pieno di una profonda crisi del Pce, colpito da diverse scissioni e disorientato strategicamente dopo aver difeso e praticato una fallimentare linea di unità nazionale durante la cosiddetta Transizione che accompagnò la caduta del franchismo. Nel 1986 il partito comunista spagnolo passò da 23 deputati a 4. Preso dal panico e incapace di ragionare sulla cause del proprio arretramento, il gruppo dirigente del Pce lanciò IU, divenuta da quel momento la facciata pubblica del partito. Le energie delle sezioni per anni furono assorbite dalla costruzione di IU. Dopo qualche successo elettorale all’inizio degli anni ’90 (12% alle europee del ’94), IU entrò in declino: disgregazione delle strutture del Pce, scissioni in direzione del Psoe dei settori legati alle personalità intellettuali ed alle micro-formazioni della sinistra socialista, crescita dell’attrazione verso i socialisti da parte del gruppo dirigente nel suo complesso.

Nel 2008, addirittura, l’allora segretario di IU, Gaspar Llamazares, pur avendo la tessera del Pce in tasca, cercò di emarginare dalle liste per le elezioni legislative i candidati targati Pce. Di fronte ad un’operazione che preannunciava la volontà di liquidare definitivamente il Pce, la base del partito ha reagito con un vero e proprio sussulto militante: nell’ultimo congresso federale di IU Llamazares è stato messo in minoranza dal documento più legato alla tradizione comunista e, al momento, il partito è stato salvato da uno scioglimento in IU. In vent’anni di cartelli elettorali IU non ha risolto né la crisi di militanza né quella elettorale dei comunisti spagnoli. Senz’altro, però, ne ha accentuato la crisi di strategia e la confusione, come gli stessi scontri interni ad IU mettono alla luce del giorno. Altrove in Europa, esperienze simili non hanno prodotto risultati diversi: in Norvegia, ad esempio, il Pc è stato estromesso dalla Federazione di sinistra non appena ha rilanciato la parola d’ordine di uscita dalla Nato.

Unità, unità... In nome di cosa?


Proprio come IU in Spagna, in Italia la proposta della Federazione della sinistra d’alternativa è nata dopo due batoste elettorali ravvicinate. Sin dall’inizio è apparso evidente che a livello di gruppi dirigenti la proposta faceva rapidi passi in avanti in base al timore di non mettere più piede per diversi anni nelle istituzioni. La paura, però, non può essere in alcun modo il fondamento di una strategia comunista.

In termini di contenuti, i documenti della direzione nazionale del Prc ci rassicurano sul fatto che la federazione sarà autonoma dal Pd. Come questo si stia traducendo nella pratica ci rassicura molto meno. La realtà è che uno dei partiti fondatori, il Pdci, considera strategica la propria collocazione in un’alleanza interclassista di centro-sinistra, per non parlare di Socialismo 2000. La vittoria di Bersani nel Pd, con la disponibilità di quest’ultimo a riaprire il dialogo alla sua sinistra, non farà che accentuare le tendenze “alleanziste” del Pdci presenti anche nello stesso Prc. La recente proposta di Ferrero sulla “legislatura di salvaguardia costituzionale”, combinando velleitarismo ed opportunismo, parla a Bersani ma anche a chi nel partito sta ponendo con nettezza il tema del riavvicinamento al Pd, partendo dalle elezioni regionali. Quali scelte compirà la Federazione alle imminenti elezioni regionali? Saremo ancora costretti a vedere la finzione di trattative dove se il Pd non ci sbatte fuori i nostri dirigenti proveranno a minimizzare la politica borghese di questo partito invocando come stregoni la possibilità di renderlo permeabile alle istanze dei lavoratori? Saremo ancora prigionieri della formula ipocrita del “caso per caso”?

Altro punto dolente è il congresso della Cgil e la collocazione di Lavoro e Solidarietà a fianco di Epifani contro il documento alternativo elaborato da Rinaldini, Cremaschi e Podda. Nonostante i limiti di questo testo, è evidente che ogni comunista in Cgil non può che battersi per la sconfitta di Epifani e lo spostamento della Cgil su una linea più combattiva, prefigurata dal testo alternativo e sopratutto dal conflitto condotto dalla Fiom in questi mesi. Riuscirà però la Federazione a prendere posizione sul congresso Cgil? Oppure l’assenza di unanimità porterà alla paralisi? Non riuscire nemmeno ad opporsi alla linea di Epifani sarebbe indegno di una forza che si vuole proporre come l’alternativa dei lavoratori alla crisi capitalista.

Ancora avvolta nel mistero è la forma organizzativa della Federazione. Quanta sovranità dovrà cedere il Prc? Quali organismi discuteranno e decideranno in ultima istanza il programma e le alleanze? Ramon Mantovani scrive che lasciare alla Federazione la gestione delle questioni elettorali libererà più energie per una rinascita della vita di partito e del lavoro di radicamento. L’esperienza di IU dimostra proprio il contrario: l’elettoralismo e la mancata rottura col riformismo del Psoe in tante giunte locali hanno agito come elemento in più per la disgregazione del Pce (o, in altre parole, la “sinistra diffusa” affluita in IU ha approfondito i problemi del Pce). Peraltro, già ora ci pare visibile che tanto a livello nazionale quanto in numerose federazioni locali la discussione sulla Federazione stia fagocitando la vita di partito, limitandone la capacità di iniziativa politica senza che ne derivi un particolare allargamento della capacità d’intervento.

Con una logica che già portò in crisi i Social Forum dopo Genova 2001, su ogni questione fondamentale la Federazione rischierà una paralisi derivante dai veti incrociati fra le componenti interne del Prc in una relazione deteriore con le componenti delle altre forze della federazione stessa, generando fatalmente un profilo politico indistinto, una gestione antidemocratica e una conflittualità latente che ad un certo punto ne minerà le stesse basi. Nel medio termine, ed anche qui l’esperienza europea fornisce numerosi esempi, lo stesso obiettivo dell’unità che viene dichiarato alla base della costruzione della federazione potrà trasformarsi in una nuova diaspora. Il compito che incombe a chi nel Prc non è d’accordo con la proposta della Federazione è quello di dimostrare come il tema dell’unità debba essere praticato dai comunisti a partire dai contenuti e dalla lotta di classe e non da accordi tra apparati.

All’unità di vertice, fatta su posizioni confuse e moderate dobbiamo contrapporre un’unità onesta e trasparente, che sia uno strumento per i militanti e i lavoratori nelle loro battaglie.

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