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Un settore consistente degli iscritti di Rifondazione si sono orientati in quest’ultimo anno alle cosiddette pratiche del Partito Sociale. Prima abbiamo assistito allo sviluppo dei Gruppi di Acquisto Popolare (Gap). Poi al tentativo di collegarsi alla prima ondata di ristrutturazioni aziendali con la creazione delle Casse di Resistenza. Nel pieno di questa ricerca, è arrivato il terremoto in Abruzzo e la nascita delle Brigate di Solidarietà.

Quest’ultimo è stato senza dubbio l’intervento più importante per significato e complessità. Ci sono poi i mercatini del libro usato, le ripetizioni sociali e perfino la rete degli odontotecnici sociali. Come recita una definizione sintetica del Partito Sociale, esso è prima di tutto “fare qualcosa di concreto”. E questa è la sua attrattiva: dai nostri iscritti è stato visto come una via immediata per uscire dall’elettoralismo asfissiante che si respira nel partito. Un modo per “tornare tra la gente”. È normale che dopo una prima fase di sperimentazione sorga ora il tentativo di sistematizzare l’esperienza fin qui condotta, di trarre delle riflessioni e dei bilanci.


Senza lotta, non c’è cambiamento


In verità è impossibile stringere tutte le pratiche elencate in un solo ragionamento. La costruzione di una rete di odontotecnici sociali non è la stessa cosa di una Cassa di Resistenza, né dell’intervento in una zona terremotata. Ci limiteremo quindi ad alcune generalizzazioni. In primo luogo: tali pratiche di per sé non sono niente di nuovo. Affondano le radici in più di 150 anni di storia del movimento operaio e sono tuttora presenti in diversi paesi. Quando nel 2005 il Kashmir è stato stravolto da uno dei più violenti terremoti della storia, i marxisti pakistani hanno costruito campi di assistenza con l’aiuto di 1.000 medici cubani. Oltre all’assistenza, veniva curata all’interno dei campi la discussione politica con l’obiettivo esplicito di combattere l’egemonia dell’assistenzialismo fondamentalista islamico. Lo stesso fenomeno della Brigata Sanitaria internazionale cubana è assimilabile a tali pratiche.

In fondo proprio l’Italia è uno dei paesi per eccellenza del mutualismo sociale: cooperative di produzione e distribuzione, case del popolo, società di mutuo soccorso hanno trovato da noi la massima estensione ed ogni tipo di applicazione. Siamo quindi semmai di fronte ad una riscoperta, ad una riattualizzazione. E questo ci permette di pescare da un ampio spettro di esperienze passate, così come da un ampio spettro di errori.

E proprio questa gamma di esperienze dimostra come le pratiche sociali di per sé possono essere accostate ad ogni tipo di teoria politica. In quanto tali non costituiscono la linea di demarcazione tra conservazione e rivoluzione. Nella storia sono state usate dai partiti riformisti o sono state la pietra filosofale di gruppi che le consideravano l’unica militanza possibile. Ma le pratiche sociali sono state anche strumenti ausiliari e complementari della lotta. Ed è questa l’accezione che crediamo sia corretto conferirgli. Una cassa di resistenza ad esempio non è una forma di carità né un ammortizzatore sociale autorganizzato, ma uno dei tanti strumenti per porsi l’obiettivo di resistere un minuto più del padrone. Il rischio è altrimenti che tali pratiche diventino non il viatico di un riavvicinamento alla militanza politica, ma di un suo allontanamento.

Il cosiddetto campo sociale può in alcuni casi essere il terreno di incubazione di una futura radicalizzazione politica. Quando nel 1966 Firenze fu devastata dall’alluvione, ci fu un incredibile afflusso di giovani a soccorrere la città. Furono chiamati “gli angeli del fango”. La loro voglia di impegno era in un certo senso il sintomo dell’arrivo del 1968. Tra i due piani di coscienza poteva forse esserci un legame dialettico, ma non erano ancora la stessa cosa. Anzi: se le pratiche sociali si fossilizzano su sé stesse, possono diventare di ostacolo allo sviluppo della lotta politica. Per fare un esempio concreto: dietro l’attività di volontariato esercitata da un giovane, ci può essere la volontà embrionale di cambiare il mondo. Ma il volontariato di per sé non è lo strumento di tale cambiamento. Può al contrario essere una forma di mantenimento dello status quo.

Di fatto le pratiche sociali hanno una contraddittorietà intrinseca. Le ripetizioni sociali, ad esempio, possono essere una via per avvicinare giovani alla lotta. Eppure la nostra lotta si propone precisamente il raggiungimento di un’istruzione pubblica di qualità tale che nessuno sia costretto ad autorganizzare ripetizioni sociali. Il mercatino del libro usato può essere utile per radicarci tra gli studenti, alleviando momentaneamente il caro libri ma la nostra lotta è affinché i libri siano dati in comodato d’uso dallo Stato. Si tratta quindi di attività che indicano il problema. Alludono alla soluzione ma non la contengono di per sé. Nel raggiungimento dei loro obiettivi, contengono già il loro superamento. Se invece vengono scollegate dalla lotta, si convertono nel proprio contrario. Non è un mistero che le attività di volontariato, di associazionismo e di cooperativismo sociale – il cosiddetto terzo settore – siano state il cavallo di troia con cui favorire la privatizzazione di fette di stato sociale. Non è un mistero che il terzo settore sia usato per risparmiare sul lavoro dipendente, introducendo forme di lavoro ancora più precarie nel settore pubblico.


Associazionismo o rivoluzione?


I Gruppi di Acquisto Popolare riprendono la più classica logica delle cooperative operaie di distribuzione. Il numero degli aderenti permette di saltare l’intermediazione commerciale e di comprare all’ingrosso. Così si abbattono i costi. Se attorno ai Gap nascono organizzazioni nei quartieri popolari, se il partito interviene per politicizzarle e collegarle alla lotta generale per l’abbattimento di questo sistema, è naturalmente positivo.

Ma non è il piano del consumo, né dell’organizzazione dei consumatori che permette di scardinare il sistema. Diciamo di più: è necessario rifiutare l’idea che sia possibile creare attraverso il mercato e dentro il mercato isole di cambiamento della società. Il mercato non agisce soltanto attraverso la figura di un padrone, ma anche e soprattutto attraverso la concorrenza tra merci. Attraverso il meccanismo della concorrenza, le logiche capitaliste riescono a plasmare anche i cosiddetti circuiti di mercato alternativo. Cooperative, gruppi di acquisto, commercio equo e solidale, banche etiche: non solo tutta l’esperienza passata ha dimostrato come di per sé non siano strumenti di cambiamento, ma anche come tali forme siano sempre di fronte ad un bivio. O si mantengono fedeli alle proprie intenzioni originarie e soccombono di fronte alla concorrenza del mercato, o reggono la concorrenza e tradiscono i propri obiettivi iniziali.

I Gap, così come buona parte delle pratiche sociali, reggono solo se si estendono su larga scala. Ma questo passaggio porta prima o poi alla professionalizzazione di un intero settore di militanti che vi si dedicano: un gruppo di acquisto che si ponga l’obiettivo di smerciare a basso costo intere gamme di prodotti necessita di un ordine di grandezza di migliaia di aderenti. Il lavoro volontario ad un certo grado di sviluppo non basta più e si sviluppa un nucleo di attivisti professionali, magari costituiti in associazione. Nei fatti si rischia di staccare un settore di compagni dalla militanza politica, per renderlo la colonna portante di forme di associazionismo sociale.

Il rischio è a quel punto che le pratiche sociali vivano a prescindere e in sostituzione della lotta politica. A cosa serve infatti dotarsi di un’organizzazione politica con una linea coerente, se si pensa che le condizioni delle masse possano essere migliorate nel campo sociale? Si può determinare il paradosso di un partito che si allea elettoralmente con esponenti della speculazione edilizia e contemporaneamente promuove brigate di aiuto in caso di terremoti e alluvioni? Si può determinare il paradosso di un partito che non mette al centro una campagna per la scala mobile dei salari nei sindacati e contemporaneamente stimola gruppi di acquisto contro il caro-vita? Sì, è già successo nella storia e potrebbe riaccadere.

E tutto questo per una ragione semplice. Siamo un’organizzazione politica, la quale non può mai e in nessun caso perdere di vista il proprio vero obiettivo: radicare nei luoghi di lavoro, di studio e nei quartieri popolari una visione politica complessiva; lottare per alzare il livello di comprensione; preparare insomma quei fattori che siano in grado di rendere vittoriosa la lotta per la trasformazione della società.

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