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Da mesi il nostro dibattito è rinchiuso nelle alchimie della proposta della Federazione. È tempo che torniamo a mettere al centro le questioni qualificanti del conflitto sociale e del rilancio della rifondazione comunista. Assistiamo in queste settimane a una forte crescita del conflitto sociale nel nostro paese.

 Le lotte per l’occupazione e contro lo smantellamento di fabbriche e interi comparti produttivi assumono un carattere diffuso. Eutelia, Fiat, Alcoa fra le altre segnano un passaggio qualitativo; la crisi occupazionale si manifesta in tutta la sua drammaticità, l’elemento positivo è che si diffonde, dopo un primo momento di smarrimento e disorientamento, una volontà di resistenza attraverso forme di lotta ad oltranza.

È questo il punto fondamentale sul quale il partito deve applicarsi, sia dal punto di vista dell’intervento capillare, sia sul terreno programmatico. Emerge in diverse di queste vertenze (Adelchi, Eutelia) la richiesta di trovare strumenti legali per estromettere gli attuali proprietari; tali strumenti non esistono oggi in forma efficace (dal punto di vista dei lavoratori) nella legislazione vigente, ma il fatto che emergano queste rivendicazioni indica la possibilità e la necessità di porre con forza il ruolo del pubblico e la prospettiva di nazionalizzazione, tanto più per aziende strategiche che operano prevalentemente con commesse pubbliche (Eutelia) o che per decenni hanno fruito di giganteschi finanziamenti statali (Fiat).

Dobbiamo sollevare questi nodi all’interno delle mobilitazioni, così come quello della democrazia nelle lotte, del ruolo delle assemblee, del pieno controllo dei lavoratori su vertenze che decidono della loro vita così come insegnatoci dalla lotta della Innse.

Le lotte per il lavoro si intersecano con l’approfondirsi della politica di rottura sindacale perseguita da Governo e Confindustria a partire dall’accordo del 22 gennaio e proseguita nella logica del sindacato “complice”. L’ostinata battaglia della Fiom contro la firma separata del contratto dei metalmeccanici costituisce il principale elemento di resistenza a questa deriva e soprattutto l’unico tentativo, sia pure con insufficienze, di opposizione non solamente verbale alla rottura del contratto nazionale. Il rifiuto della Cgil di firmare la controriforma del sistema contrattuale non è stato infatti accompagnato dal dispiegarsi di una strategia e una pratica sindacale che puntasse a far saltare l’accordo rendendolo impraticabile attraverso il conflitto categoria per categoria, fabbrica per fabbrica.

È questo il punto dirimente che attraversa il congresso della Cgil e che travalica gli stessi confini della Confederazione, in particolare riguardo al punto della democrazia sindacale: diritto alla rappresentanza nei luoghi di lavoro, potere decisionale dei lavoratori su piattaforme ed accordi sono più che mai un terreno cruciale per una ricomposizione non delle burocrazie o dei gruppi dirigenti, ma dell’unità dei lavoratori e delle lotte.

A fronte di un conflitto di classe in crescita, le forze di governo agitano in maniera sempre più spregiudicata campagne reazionarie e oscurantiste. Dio, patria e famiglia, legge ed ordine, clericalismo e controllo sociale, xenofobia e razzismo sono il contraltare necessario della libertà promessa ai potenti, ai ricchi, ai privilegiati, sia questo attraverso le proposte sulla giustizia, con lo scudo fiscale, con la promessa di generale impunità del potere. Anche su questo piano si manifesta un rifiuto e un’opposizione nel paese. Su questo terreno il nostro partito deve saper unire una difesa intransigente e determinata di tutti i diritti democratici oggi minacciati a una capacità di lotta per l’estensione e la conquista di nuovi diritti, manifestata con grande forza dalla manifestazione dei migranti del 17 ottobre. Al tempo stesso dobbiamo saper costruire una posizione autonoma del partito e del movimento operaio nella lotta contro il berlusconismo, che sappia indicare limiti e punti negativi dell’approccio legalitario e demagogico impugnato da ampi settori del cosiddetto antiberlusconismo, a partire dal movimento di Di Pietro.

Le speranze di svolta da parte del Partito democratico seguite alla vittoria di Bersani sono state rapidamente smentite. Il nuovo gruppo dirigente non manifesta alcuna reale differenza di fondo nelle politiche economiche e sociale rispetto al passato; alla base della strategia di Bersani vi è un’idea di “blocco dei produttori” associata a una politica di alleanze più larghe (in contrapposizione con l’“autosufficienza” di Veltroni): due assi che non contemplano alcun ruolo indipendente per il movimento dei lavoratori e per la sinistra, ma che semplicemente puntano ad aggregare queste forze come elemento ausiliario in una visione concertativa che nega alla radice il conflitto di classe. Le divisioni che continuano a tormentare il Pd non esprimono ad oggi alcuna effettiva rottura con questa impostazione, neppure accennata, ma si concentrano solo attorno alla gestione tattica delle alleanze: rapporto con l’Udc, con l’Idv, ecc. Paradossalmente, le divisioni che si sono aperte nella maggioranza di governo spingono il gruppo dirigente del Pd, sia pure in forme diverse e anche confliggenti tra loro, a cercare ancora più freneticamente quelle “sponde” che possano prefigurare una ipotetica uscita “morbida” dal berlusconismo in favore di prospettive di alternanza il più possibile indistinta, se non addirittura di coalizioni ancora più spostate a destra.

Di questa situazione continua ad avvantaggiarsi l’Italia dei valori, protagonista di un tentativo di accreditarsi come forza capace di raccogliere e rappresentare il malcontento operaio, un tentativo pericoloso che punta a incanalare le lotte operaie in un contenitore interclassista e che in questi anni non ha avuto alcun elemento di alternatività alle politiche economiche e sociali dominanti e che in molte aree del paese esprime un personale politico del tutto interno alle peggiori logiche consociative. Le ripetute sconfitte degli scorsi anni e la perdita di credibilità della sinistra hanno fortemente compromesso la connessione fra conflitto di classe e organizzazioni politiche della sinistra, compreso il nostro partito: siamo quindi di fronte a una sfida egemonica il cui esito richiede da parte nostra il massimo di sforzo di elaborazione e di intervento.

Pur sostenendo quindi e partecipando alle mobilitazioni contro Berlusconi, a partire dal 5 dicembre (anche sfruttando le esitazioni e le divisioni del Pd che per l’ennesima volta non è in grado di assumere una posizione chiara), ci contrapponiamo con chiarezza al tentativo di far vivere, nella logica dell’emergenza democratica, qualsiasi tentativo di ricomposizione di un centrosinistra più o meno ristrutturato, a prescindere dal ruolo più o meno marcato dell’Idv, partito al quale non possiamo attribuire alcuna patente di progressismo o, peggio, di sinistra. Sarebbe un esito esiziale non solo per il nostro partito, ma anche per qualsiasi aspirazione a uscire non solo dal dominio del blocco berlusconiano, ma a vedere una autentica inversione di rotta nelle politiche economiche, sociali, democratiche rispetto a quanto vissuto negli ultimi decenni.

La nostra alternatività rispetto al Pd e al centrosinistra tutto deve quindi vivere in ogni passaggio, a partire dalle prossime regionali, per le quali il Cpn assume l’indicazione di lavorare alla presentazione di liste unitarie all’interno di coalizioni di sinistra anticapitalista alternative a entrambi gli schieramenti del bipolarismo.

Tale alternatività va oggi fatta vivere attraverso iniziative prioritarie che indichiamo qui sommariamente.

- L’impegno sul fronte delle vertenze di lavoro deve essere mantenuto e incrementato, intrecciandolo anche con le pratiche mutualistiche e di solidarietà già oggi in campo;  lavoriamo a percorsi di unificazione dei conflitti, matura la possibilità di un’assemblea nazionale delle aziende in lotta che proponga piattaforme e percorsi comuni di mobilitazione, a partire dalla rivendicazione del blocco dei licenziamenti. Sostegno alla proposta di costruzione di uno sciopero generale e alle iniziative già in campo, a partire dallo sciopero del pubblico impiego convocato per l’11 dicembre.

- Opposizione al proseguo delle politiche di smantellamento dell’istruzione pubblica (legge Aprea).

- Rilancio della mobilitazione contro la guerra, contro la disponibilità di Berlusconi e Frattini a impegnare maggiori forze in Afghanistan, per il ritiro delle truppe italiane dai teatri di guerra.

- Opposizione alla privatizzazione dei servizi pubblici (dal trasporto locale alle Poste) e in particolare dei servizi idrici, anche attraverso una iniziativa referendaria che possa intrecciare anche temi sociali (legge 30).

- Rilancio della mobilitazione democratica e per i diritti, contrasto alle politiche razziste del governo e delle amministrazioni locali.

Sono queste le linee che proponiamo per il confronto all’intero campo delle forze della sinistra, oggi divise e frammentante come conseguenza delle sconfitte precedenti e soprattutto per l’incapacità di trarne le necessarie conseguenze politiche.

Solo attraverso questo percorso è possibile creare percorsi di autentica unità nei conflitti che mettano al centro non le architetture di gruppi dirigenti plurisconfitti, ma il protagonismo dei compagni e delle compagne: un protagonismo che è stato mortificato dall’apertura del percorso della Federazione, percorso tutto incentrato sulla costruzione di un equilibrio fittizio il cui unico risultato possono essere istituzionalismo, paralisi, veti reciproci ed esproprio della sovranità del partito e dei suoi iscritti/e.

Le proposte fin qui maturate evidenziano i seguenti punti critici: la scelta di un nome che richiama una generica sinistra senza aggettivi; una proposta di strutturazione che, prevedendo tutti i livelli organizzativi propri di un partito, inevitabilmente porterebbe ad un assorbimento e a una atrofizzazione delle nostre strutture di partito, a partire dai circoli; un meccanismo antidemocratico che di fatto delega a gruppi dirigenti ristrettissimi (coordinamenti di quattro) scelte importanti, a partire da quelle per le prossime elezioni regionali. L’insieme di questi punti delinea una forte perdita del profilo pubblico e dell’autonomia del nostro partito, per giunta senza che vi sia stato un percorso di discussione democratico e partecipato al nostro interno.

Il Cpn revoca il mandato votato dalla scorsa Direzione nazionale ed impegna la Segreteria nazionale ad impostare l’iniziativa del partito sugli assi qui esposti, dichiarando l’impegno che qualsiasi scelta futura che impegni la sovranità del partito sarà preventivamente oggetto di un percorso congressuale.


Claudio Bellotti,
Alessandro Giardiello,
Patrizia Granchelli,
Andrea Davolo,
Mario Iavazzi,
Lidia Luzzaro,
Sonia Previato,
Antonio Santorelli

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