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Il 30 e 31 gennaio a Torino si terrà la conferenza delle lavoratrici e dei lavoratori comunisti. Il 19 dicembre, a Milano, si è tenuto invece il seminario nazionale “Tra crisi e conflitto” organizzato dall’area radicamento sociale del Prc, di cui pubblichiamo a lato il resoconto.

Due appuntamenti importanti nei quali il Prc, a 18 mesi dal congresso di Chianciano, discute dell’intervento nei luoghi di lavoro aprendosi al confronto con quelle realtà che sono state protagoniste delle mobilitazioni di questi mesi.

A tal proposito mi limiterò a sollevare quattro punti che considero utili alla nostra discussione.

L’approccio del partito nelle lotte

La tendenza ad affrontare le crisi aziendali con i comunicati stampa è ancora molto diffusa nel Prc, ma anche lì dove c’è stato uno sforzo per andare oltre, si registrano limiti ed errori. Un approccio semplicistico rischia di banalizzare la mobilitazione ponendo l’accento sugli aspetti puramente mediatici (la “salita sui tetti”), che come si è visto non ha risolto le vertenze che si sono aperte dopo la vittoria della Innse.

Alla Innse, gli elementi decisivi sono stati l’autorganizzazione e la radicalità, l’idea della lotta come difesa della fabbrica, la presenza di quadri operai sperimentati. Solo su questa base possiamo inquadrare il ruolo di azioni eclatanti (la salita sul carroponte), che di per sé non producono nulla, ma che nel contesto dato hanno sortito un effetto positivo. Noi dobbiamo lavorare a far emergere questi stessi elementi perché si diffondano in ogni conflitto.

L’approccio propagandistico, che invece spesso prevale, non produce né crescita politica, né accresce l’influenza e il radicamento del partito. Come non produce una crescita la diffusione di volantini generici che non parlano delle questioni che i lavoratori si trovano ad affrontare ogni giorno nel corso della mobilitazione.

I Gap e le Brigate di solidarietà sono pratiche utili ma non sostituiscono questa carenza di fondo che è il prodotto di un approccio che mira a costruire la “visibilità del partito nelle lotte”, spesso a fini elettorali, più che la definizione di una strategia che possa condurle alla vittoria.

Una strategia di lotta implica lo studio serio, approfondito e sistematico dei problemi di ogni realtà produttiva per determinare le forme di lotta più efficaci. Il ruolo del partito è provare a comprendere (e magari anticipare) le tendenze del capitale per meglio contrastarle definendo proposte programmatiche, il che va accompagnato da un impegno militante decisamente superiore.

È questo l’unico modo per candidarci ad essere visti come un soggetto in grado di determinare un reale cambiamento nella società, distinguendoci dal populismo dipietrista e dalle spinte neocorporative che dilagano nel sindacato.

La nostra struttura


Il Prc, in larga parte, non è un partito organizzato per intervenire nel conflitto di classe. Nella maggioranza dei casi i circoli aziendali non ricevono alcun sostegno dalle federazioni; spesso neanche esiste un responsabile lavoro. Capita di frequente che la partecipazione alle decisioni che riguardano l’intervento nei luoghi di lavoro venga preclusa ai compagni che sono effettivamente attivi su questo terreno e che non vengono affatto valorizzati. L’attenzione dei nostri gruppi dirigenti è perlopiù rivolta in altre direzioni (basti pensare alla scarsa centralità che le questioni del lavoro assumono nei dibattiti dei Cpf) e i compagni che lavorano su questi temi sono ancora troppo pochi.

Quando, dopo Chianciano, ci siamo messi a fare una mappatura del nostro insediamento sociale, la situazione era desolante: i circoli aziendali erano pochi, circa 60 a livello nazionale, e più della metà in crisi. Il partito, nella sua punta più alta, era arrivato ad averne oltre 150. Circoli importanti si erano persi: alla Fiat (a Mirafiori restavano 3 iscritti), al porto di Genova, alla Sevel, all’Iveco di Torino e di Brescia, alla Fincantieri, solo per citarne alcuni.

Siamo partiti da ciò che c’era e da allora è stato fatto un lavoro in varie direzioni che abbiamo valorizzato sia nel seminario di Caserta che in quello di Milano.

Un miglioramento è dunque avvenuto, ma va rilevato che questo è stato più il risultato delle iniziative di singoli, non per l’instaurazione di un vero e proprio lavoro collettivo, che riteniamo essere uno dei limiti fondamentali del partito.


La questione sindacale


C’è un distacco tra i lavoratori, che spesso lottano in condizioni di isolamento, e le loro rappresentanze sindacali, fino ad arrivare in certi casi agli stessi delegati di fabbrica. In alcuni casi questa lontananza si manifesta in forme plateali (Manuli, Esab, Adelchi, Merloni, ecc.). Qui si pone il problema della relazione che il partito stabilisce con i propri militanti che a vario titolo occupano posizioni di responsabilità sindacale. Spesso viene chiesta a gran voce l’autonomia sindacale, ma ci pare che oggi il punto fondamentale sia assicurare l’autonomia del partito dalle sue propaggini sindacali. Questo tema diventa particolarmente importante in un contesto in cui si va a celebrare il congresso della Cgil, che sta attraversando un’evidente crisi di strategia sindacale. Questa difficoltà si manifesta con un vuoto enorme tra la scelta di non firmare l’accordo del 22 gennaio sul modello contrattuale e l’assenza completa di un percorso di lotta capace di reggere quella scelta e di trasferirla in coerente azione sindacale nelle aziende e nelle categorie. Il progetto di unificare le sinistre sindacali rischia di andare in frantumi e le contraddizioni si riversano tutte nel nostro campo, generando ombre rispetto al sostegno che il partito dovrebbe dare alla lotta portata avanti dai metalmeccanici e dalla Fiom. Una lotta che non solo è giusta e necessaria, ma che rappresenta uno snodo decisivo per le sorti del sindacalismo di classe nel nostro paese.

La posizione sbagliata assunta dal partito, che decide di non dare un’indicazione di voto nel congresso della Cgil, approfondisce quelle diffidenze che già esistevano in Fiom, l’unico sindacato confederale che in questi mesi ha agito il conflitto e si è schierato chiaramente a fianco dei lavoratori impegnati nelle mobilitazioni contro le chiusure degli stabilimenti.

Il rapporto privilegiato che la maggioranza del partito, e in particolare la corrente del segretario Paolo Ferrero, ha costruito negli anni con Lavoro Società ha attribuito di fatto a questa componente un potere di veto su ciò che il partito può o non può fare in campo sindacale. Questa situazione va spezzata. Nel congresso della Cgil, quest’area non solo sostiene il documento di Epifani, ma si spinge molto oltre, lanciando un attacco durissimo contro Rinaldini e la Fiom.

Il fatto che tra i quattro soggetti promotori della Federazione della Sinistra ci sia l’associazione Lavoro e Solidarietà, con tutti i privilegi previsti in termini di rappresentanza per le forze fondatrici, lancia all’esterno un messaggio molto chiaro, di come questo partito, aldilà dei proclami, non sia in grado di rompere i propri vincoli burocratici, ostacolo fondamentale per legarci a quei settori sindacali che in questi anni si sono opposti alla deriva compatibilista e concertativa.

La stessa logica “diplomatica” ha guidato il partito nel rapporto con il sindacalismo di base. Rispetto al Patto di base e al dibattito che ha diviso Rdb-Cub, il Prc è stato completamente assente. Al riguardo crediamo invece che si dovrebbero almeno dire due cose: il Prc sostiene il Patto di base e il percorso che conduce all’unificazione del sindacalismo di base, non in astratto ma su determinati presupposti politici, e per inciso respinge quelle concezioni che si sono fatte strada negli ultimi anni che mirano a trasformare il sindacato in “soggetto generale” della classe, negando la funzione del partito.

Ovviamente queste concezioni si sono fatte strada nel periodo in cui il partito, partecipando al governo Prodi, ha tradito le aspettative del movimento. Non è un caso che oggi sia sempre più diffusa l’astensione elettorale tra gli attivisti del sindacalismo di base e che i nostri iscritti in queste organizzazioni abbiano sempre più difficoltà a rendere compatibili le due militanze.

In sintesi il pericolo principale che il partito ha di fronte è che nel tentativo di saldare i propri vincoli con un’area sempre più burocratica in Cgil rischia di perdere completamente il proprio insediamento nella Fiom e nel sindacalismo di base.

L’autorganizzazione delle lotte e la prospettiva generale


L’idea di occupare gli stabilimenti e difendere il patrimonio produttivo è un’idea che si è andata allargando. Si pensi alla lotta dell’Eutelia, dove c’è stata la rabbiosa reazione di Landi e della sua squadraccia paramilitare, o alle numerose altre lotte, dall’Adelchi, alla Merloni, alla Lasme, ecc.

Abbiamo anche visto delle occupazioni che si sono esaurite nell’arco di una giornata, con i lavoratori privi di una strategia per continuare la mobilitazione.

In queste situazioni il partito spesso era presente ma non sempre è stato in grado di offrire uno sbocco, quando si è posto il problema di costruire assieme ai lavoratori una strategia di lotta. Almeno, non è stato così nella maggioranza dei casi.

Oggi il Prc o si limita a lanciare delle campagne generali a cui dà scarso seguito (petizioni, comitati contro la crisi, ecc.) o lancia parole d’ordine alla rinfusa, slegate dall’esperienza concreta del movimento e da un progetto politico complessivo.

Come diceva una compagna al seminario di Milano: “…enunciare parole d’ordine senza individuare i passaggi per la loro realizzazione ci fa perdere credibilità. Gli obiettivi che poniamo devono essere sentiti dai lavoratori alla loro portata, pena il disinteresse per ciò che si propone loro”.

Oggi il punto nevralgico è coordinare i conflitti aperti in ogni categoria, in ogni settore, in ogni distretto e poi via via fino al livello nazionale. Il ruolo del partito potrebbe assumere un significato completamente diverso agli occhi di tanti attivisti operai se Rifondazione diventasse il “partito delle lotte”, mettendo al centro questa prospettiva e smettendo di fare accordi pasticciati (come alle prossime elezioni regionali) con coloro che rappresentano un ostacolo allo sviluppo di un movimento di massa. Un progetto politico alternativo non nasce a tavolino ma dalla capacità di subordinare ogni aspetto agli interessi generali della classe.

Questo è il nodo che nonostante i nostri sforzi il partito non ha mai sciolto dopo il congresso di Chianciano, ed è la ragione per cui si è costituita una nuova maggioranza che, passo passo, sta restaurando il ritorno del sempre uguale.

L’indiscutibile successo che ha avuto il seminario di Milano ci fa però ben sperare che nella base del partito ci siano le risorse per un possibile cambiamento. È a queste forze che continueremo a dedicare i nostri sforzi e che tenteremo di far pesare nella prossima Conferenza dei lavoratori e delle lavoratrici del Prc.

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